Mese: agosto 2019

proSabato: Clara Sereni, Prendersi la notte

Anche senza riflettori, la scalinata di Trinità dei Monti è un palcoscenico regale. E da padron del mondo discende Patrizia: con le gambe giovani negli stivali dai tacchi alti, gli hot-pants che le segnano il corpo, la grande mantella di maglia che ondeggia al vento, celando e mostrando.
Patrizia fa spaziare lo sguardo sulla prospettiva di via Condotti: poca gente in giro, a quest’or di notte, così la città è più su, senza concorrenze. Ogni passo che muove è un’affermazione di possesso.
La tramontana la schiaffeggia ma la mantella resta aperta, sventolante, come una bandiera: perché Patrizia si pensa proprio come una bandiera, di libertà e potenza, e nessun temperatura polare potrebbe gelare il senso caldo che ha il sé, dell’essere padrona della propria vita.
Discesa la scalinata, rischiando qualche schizzo d’acqua attraversa il primo tratto della piazza e costeggia la fontana della Barcaccia, quasi con la voglia di sedersi sul bordo, a pensare, a fotografare con la mente il silenzio amico della città senza più traffico, la bellezza addormentata di una Storia millenaria di cui lei, oggi, si sente parte a pieno titolo.
Per abbreviare il percorso verso casa, e per abitudine di piacere, si addentra nelle stradine più buie, più modeste: con il suo passo deciso, e insieme attenta alle commessure fra i sampietrini, dove i suoi tacchi alti potrebbero incastrarsi.
In via d’Arancio, a pochi metri ormai da casa, dei passi risuonano dietro i suoi: stringe a sé la borsa, per i documenti e non per i soldi che non ha. Non ha paura, cammina senza affrettarsi.
Un’ombra dietro di lei, una pacca pesante sul sedere: un uomo la supera veloce, senza neanche voltarsi. Il gesto sprezzante in linea con i palpeggiamenti in autobus, le battute oscene lanciate per la strada, le offese quotidiane che le donne hanno sempre ricevuto. E subìto.
Patrizia è rossa di rabbia. È lei ad accelerare il passo, ora, inseguendo l’uomo che invece procede con tranquillità soddisfatta, fiero della sua mascolinità ribadita.
Gli arriva dietro, si avvicina, gli dà una pacca più forte e secca sul sedere. Lui si blocca, incapace di reazione. Forse sta pensando − se riesce a pensare − che il mondo è davvero alla rovescia, di questi tempi.
Spolverandosi le mani Patrizia si allontana, vittoriosa. Con un sorriso dentro, perché pensa che quell’uomo, con ogni probabilità, mai più farà qualcosa del genere a una donna.

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© Clara Sereni, Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007

In memoria di Clara Sereni (Roma, 28 agosto 1946 – Zurigo, 25 luglio 2018)

«nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita»: su una citazione di Goliarda Sapienza (1924-1996)

Goliarda negli anni sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Da quando sono nata niente mi sorprende, niente mi entusiasma, ma questo senza dolore o invidia per gli altri che «vivono». A tredici anni vidi mia sorella piangere disperatamente e poi ridere come solo lei sa ridere di gioia. La sua gioia mi fece capire che nessuno poteva essere bello come lei. Nessuno, e capii che sarei morta presto. Lo capii, senza sofferenza né paura, come ora che sono morta da tanto, e nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita.

In Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 (Torino, Einaudi, 2011)

 

Quando uscirono i primi Taccuini di Goliarda Sapienza per Einaudi, secondo la selezione del curatore dell’opera Angelo Pellegrino, i lettori e la critica vennero a contatto con una parte della sua scrittura che poteva considerarsi intima, privata, complementare a quella narrativa, alla poesia, al teatro, ai soggetti cinematografici. In attesa dell’epistolario (ancora ad oggi inedito), dopo aver percorso il corpus in lungo e in largo sia sul nostro blog sia nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016), ed aver poi elaborato alcuni articoli scientifici in cui più volte chi scrive ha sostenuto la comparazione dei romanzi carcerari alla scrittura diaristica di Sapienza sulla scorta di posizioni critiche avanzate da Fabio Michieli durante le numerose repliche di Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza − portato in tour dal 2014 al 2017 con Anna Toscano (poi diventato libro per LVF nel 2016) −, le ipotesi che una grande autrice come questa continuano a mettere in campo non si esauriscono. Anzi: è sempre più vero che l’affondo estremo nella parola vivifica la necessità di riprendere, ribaltare − e non soltanto approfondire − i termini, le possibilità, le direzioni di un’indagine mai sazia come quella dedicata alla scrittrice. Nell’anniversario della sua scomparsa (avvenuto il 30 agosto 1996), dopo alcuni anni di omaggi e post “in memoria di”, emerge ancora una volta la misura di un confronto con quanto di scritto ci ha lasciato, atto a oltrepassare i limiti (ancora una volta) dell’intertestualità di Sapienza.
Ben vengano gli articoli dedicati a questa voce, quelli divulgativi, perché avvicinano sempre più un numero di lettori ai suoi libri; ben vengano tranne quando si perpetua una banalizzazione del senso basando la propria scrittura su forme fisse, su quelli che sono i ‘luoghi comuni d’autore’ (la famiglia socialista, l'”ingombrante” figura materna, la mancata pubblicazione de L’arte della gioia, la depressione, la presenza di Citto Maselli ed altri) che, nonostante costituiscano le fondamenta d’approccio biografico a Goliarda Sapienza non sono affatto sufficienti a definire i contorni di un Ritratto a tuttotondo, che spieghi le ragioni della scrittura − con il corsivo ci si rifà al recente volume di Angelo Pellegrino rivolto proprio alla biografia, di cui si è trattato qui.

Un autore vive anche attraverso chi lo studia, anche nella frattura tra posizioni diverse, e vive perché l’impegno di chi si appresta a conoscerlo possa essere quello di rendere visibile la costruzione interna della sua opera, presentificare il significato della stessa alla luce di elementi costituenti in grado di determinare da quale lato si osserva e si commenta, senza abdicare alla sola teoria, senza. Il compito che ci si prefigge non è “facile”: rendere comunicabile la complessità, il magma dell’esistenza presente nei libri di uno scrittore − se questa è la prospettiva che si adotta − può sfiorare più volte se non il fallimento almeno l’incomunicabilità di ciò che si va dicendo. Non è una questione di accanimento né di competizione critica − dal momento che la vera sfida, chi si propone di mettere in pratica questo “mestiere”, l’affronta con il proprio sé −: si tratta invece di tentare di uscire dal già detto per affrontare con competenza e cognizione “il non detto”, di fare ricerca dentro e attorno la ricerca di altri; si tratta di proporsi continuamente di innovare il proprio punto di vista e la propria chiave di lettura per apportare novità, mescolando le carte, rivisitando le proprie pratiche. L’interpretazione di un testo o di un autore trova significato solo se chi legge − e scrive − sorveglia il proprio io, lo placa o addirittura mette a tacere (o lo sorveglia mentre dorme), e rende servizio alla materia, volgendo lo sguardo anche verso l’ignoto. Questo è quanto scoperto iniziando ad indagare autori proprio qui sul blog oramai da diversi anni; leggere gli altri per migliorare se stessi, imparare a pensare “oltre”. Una sfida appunto non sempre riuscita ma quasi sempre tentata, agita, anche conten(d)endo i rischi dell’autoreferenzialità e della ripetibilità del proprio dire, che pure resiste al tempo e alle prove.

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PoEstate Silva: Antonio Spagnuolo, Poesie da “Polveri nell’ombra”

Dalla sezione Polveri nell’ombra

Rughe

Il mio pianto logora l’affanno
inutile fantasia che blandisce le veglie,
muta ogni parola come il sogno
che smarrisce le nuvole e ormai incide
nel suo segreto le rughe.
Nel timore evoca gli spettri di improvvise avvisaglie,
e nel tremito ha il battito dell’insopportabile urlo
del demente.
Spengo negli occhi anche i ricordi,
l’unica inquietudine che ha donato
una spina alla temeraria fede
sull’orlo dell’arpa affidata alle meraviglie.

 

Finalmente

Finalmente raggiungere i silenzi
in questo esilio di me in mezzo agli uomini.
Fanatica la maschera della malinconia,
nella strada che cade e annebbia
ed esclude l’idea della nuda tua figura,
mi accarezza ogni sera.
Il segreto a malapena alterna trasparenze,
sorpreso dai colori dell’arcobaleno,
tra l’orizzonte e il mio letto,
quasi a ghermire l’impazienza
che corre nella bocca improvvisa.

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PoEstate Silva: Elisabetta Sancino, Poesie da “Il pomeriggio della tigre”

 

Il pomeriggio della tigre

Sia resa gloria a quei pomeriggi
in cui la tigre ti salta in grembo
nel perimetro sacro del letto
e lì si posa, come una sfinge bizzarra
che sa e non dirà ancora
cosa nel suo cuore brucia.
Fuori dalla savana
dallo zoo e dalla gabbia
in questo spazio non-spazio
abitato dalla penombra
posso finalmente fiutarla
estrarre l’oro del suo sguardo
cavalcare il suo dorso elastico
corpo a corpo
in un incastro perfetto
finché alfabeti schizzano sulle lenzuola
balzati fuori da una lesione primordiale.
È per questa lingua irrimediabile
che ogni mia umanissima cellula
venera l’animale.

 

Nella notte

Nella notte invento nomenclature
numeri vertiginosi, cataloghi di rosso
trapiantati dalla crosta delle stelle.
E l’animale in me fraseggia
il sanscrito del buio
poi s’acquieta e tace.
Si spalanca il giorno
il foglio è un bianco immenso.

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PoEstate Silva: Кristin Dimitrova, Tre poesie tradotte da Emilia Mirazchiyska

 

LA VITA È

treni persi,
colpo di fulmine,
restituire il guadagnato,
guadagnare il restituito,
finire canzoni cantate,
dare il tono alle nuove,
costruire isole
segrete al futuro,
lavorare al presente,
perdere il perduto.

ЖИВОТЪТ Е

изпуснати влакове,
любов от пръв поглед,
връщане на спечеленото,
печелене на повърнатото,
допяване на изпети песни,
даване на тон за нови,
строежи на тайни
острови в бъдещето,
работа в настоящето,
губене на загубеното.

 

CON L’OCCHIO ARMATO

La bussola che mi hai regalato
funziona.
Ora so
dove è Sud
dove è Est
dove è su
dove è giù.
Dove non pensi a me
da dove non arrivi.
È normale che tu abbia la tua vita.
È normale che io dia un occhio alla bussola.

С ВЪОРЪЖЕНО ОКО

Компасът, който ти ми подари,
работи.
Сега вече знам
къде е юг,
къде е изток,
къде е горе,
къде е долу.
Къде не мислиш за мен,
откъде не идваш.
Нормално е да си имаш свой живот.
Нормално е да поглеждам компаса.

 

DALLA FINESTRA DI UN CANTO

Questo non è solo un canto, non è solo una bocca.
Questo è un foro da cui irrompe il mondo eterno,
l’alito del caos onesto dove le intenzioni
permangono nella loro scintilla d’origine. Tutte le sorti
sono ugualmente forti. Tutti i sensi
sono ugualmente svegli, non storti, non quieti,
il senso esiste per sè, il tempo non è ancora nato.
Questa è un’apertura da cui irrompono
i canti più antichi con le loro ali di pipistrello,
una breve finestra che dà su quello
.              che forse eravamo
.              e che potremmo ridiventare.
Finestre. Si aprono, si chiudono.
La paura della corrente riassicura.
Hai paura del buio?
Con te – no.

ПРЕЗ ПРОЗОРЕЦА НА ЕДНА ПЕСЕН

Това не е просто пеене, не е просто уста.
Това е дупка, през която нахлува вечният свят,
дъхът на честния хаос, сред който намеренията
са в изначалната си искра. Всички съдби
са еднакво силни. Всички сетива
са еднакво будни, неизкривени, непомирени,
смисълът съществува сам за себе си, времето
още не се е родило.
Това е зев, през който нахлуват
най-древните песни с кожените си криле,
кратък прозорец към онова,
.               което може би сме били
.               и което бихме могли да бъдем.
Прозорци. Отварят се, затварят се.
Страхът от течение презастрахова.
Страхуваш ли се от тъмното?
С теб – не.

 

Traduzione dal bulgaro di Emilia Mirazchiyska

Racconti per l’Alzheimer Fest #5

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

– – –

La piscina

Oggi siamo andati a fare degli esami di controllo. Mia madre fa fatica a camminare, così decido di chiamare un taxi. Quando saliamo, il tassista dice che questo caldo non si può proprio sopportare.
Mia madre risponde che è proprio vero, che non vede l’ora di tornare in montagna, dove ha una villetta bella fresca, con il camino, la tavernetta e la piscina.
– Cavoli, anche la piscina? risponde il tassista.
– Certo, se no d’estate come si fa con questo caldo?
Io resto zitto, per non contraddirla, ma quando scendiamo le chiedo perché ha detto al tassista che abbiamo una villetta con piscina quando in realtà abbiamo solo un appartamento.
Lei prima sorride ma poi, quando capisce che ha raccontato qualcosa che non corrisponde al vero cambia espressione e dice a muso duro che devo imparare a farmi i cazzi miei.
– Cosa te ne frega a te di quello che dico? Ma devi sempre stare dietro a correggere se sbaglio qualcosa? E poi, se proprio lo vuoi sapere, questo qua quando lo rivedremo mai? Quindi, che cazzo ne sa lui se ho o no la villetta? E se lo rivediamo, la prossima volta gli dico che accanto ho anche il bosco con l’orto, va bene? E a te ti metto in quell’orto a zappare, almeno ti stanchi e la finisci di parlare.

(C.M.) (altro…)

PoEstate Silva: Umberto Piersanti, Tre poesie inedite

(foto di Dino Ignani)

 

Giugno 1944

danzano le lepri
sulle radure
nelle notti d’estate
quando la luna è colma
e forte splende?
questo narra l’Antico
e il giovane pastore
serra il suo branco
nella stalla odorosa
di paglia ed erbe,
s’avvia verso la macchia
che sopra il Fontanino si distende,
nel mezzo una radura
vasta e quadra,
forse la luna
proprio sopra pende

stanno le lepri
chiare dentro
l’erbe scure,
immobili, col capo
in alto volto,
la luna s’ intravede
ma è lontana

dopo un frusciare
avverti nella macchia,
strisciano quelli
col ferro calato
quasi agli occhi,
in mano hanno fucili
corti, da mitraglia

fuggono le lepri
tra ceppi folti,
e la danza?
se l’Antico ha ragione
non può saperlo

dopo s’odono spari
su al Convento
quello coi muri rotti
e diroccati,
dicono che è il rifugio
dei partigiani

la sera dopo
siedono alla panca,
di grascioletti e lardo
la tavola colma,
l’acetilene splende,
non soffia il vento,
ma quelli su al convento
sono morti

Agosto 2019

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«Non fate troppi pettegolezzi»

Cesare-Pavese1

Com’è noto, Cesare Pavese pose fine alla sua vita nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950, in una stanza dell’Albergo Roma, a Torino. Sul comodino c’era la sua ultima opera, Dialoghi con Leucò, il libro cui teneva di più («l’unico che vale qualcosa» scrisse in una lettera). Pochi mesi prima, a giugno, si era aggiudicato lo Strega con il libro La bella estate, pubblicato nel 1949 da Einaudi. In quell’occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella della sua amata Connie. Ne Il mestiere di vivere Pavese aveva annotato: «22 giugno Domattina, parto per Roma. Quante volte dirò ancora questa parola? È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi? Questo viaggio ha l’aria di essere per essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro. E poi? E poi?». Lo Strega, a quanto pare, non servì a risollevarlo dal suo stato interiore. Leggiamo ancora dal suo diario: «17 ag. […] Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita».
Per ricordare oggi Pavese, riportiamo di seguito dei passi tratti dal libro di Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, pubblicato da Neri Pozza (2018). L’estratto proviene dal capitolo intitolato Non fate troppi pettegolezzi, che descrive in modo dettagliato il luogo, visitato dalla Petrignani, in cui avvenne il suicidio (pp. 212-215). Per la bibliografia di riferimento riguardante le citazioni contenute nel seguente testo, si rimanda sempre a La corsara, pp. 441-450.

All’Hotel Roma conservano la stanza com’era, anche se non l’hanno trasformata in museo ma l’affittano ai clienti come tutte le altre. Si trova in un’ala dell’albergo che è rimasta ferma agli anni Quaranta, perché molti preferiscono il décor originale alle comodità contemporanee. Di Pavese magari non sanno nulla e dormono tranquilli nella “sua” stanza, all’oscuro di tutto. Io all’oscuro non ero quando ci sono capitata. Una notte a Torino, nella 346. Il numero 3 davanti al 46 è un’innovazione dei nostri giorni, un’aggiunta per indicare il piano. Ho salito a piedi la scala ampia, accarezzando il vecchio corrimano di legno. Ai tempi l’ascensore non c’era. Mi sono recitata in testa i versi che Pavese scrisse nei mesi precedenti a quell’agosto caldissimo: «Sei la vita e la morte […] Il tuo passo leggero / ha riaperto il dolore». Nell’ultima pagina del diario, il 18 agosto, aveva annotato: Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto. In quello stesso diario aveva anche scritto: L’anno non finito che non finirò». Il 1950, appunto. L’anno in cui con La bella estate si è aggiudicato lo Strega («la Stregoneria» lo chiamava lui beffardo). «Ho vinto il premio mondano» annunciò al telefono all’amico Davide Lajolo, l’autore della discussa biografia, Il vizio assurdo. L’anno in cui pubblicò l’ultimo romanzo, La luna e i falò, composto furiosamente in tre mesi.
«Credo che Pavese sia il più importante, complesso, denso scrittore italiano del nostro tempo» disse Italo Calvino in un’autointervista del 1956 (in Sono nato in America…), e in un articolo per l’Unità su Il compagno (ora in Saggi): «Pavese i suoi libri se li lascia crescere addosso come funghi, non li stimola, non li sollecita, non li forza: nascono da sé come frutti maturi, e devono portare dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro». Che cosa aveva dunque imparato per poter scrivere La luna e i falò, suo testamento letterario? Ancora una volta la morte, il suicidio. È un libro pieno di morti.

La stanza al terzo piano è l’ultima in fondo a un breve corridoio. «Tra fiori e davanzali / i gatti lo sapranno» recita un’altra famosa poesia. E fu un gatto, tramanda la leggenda, il primo essere vivente a infilarsi nella 46 quel 27 agosto del 1950, una domenica, quando il padrone dell’albergo prese un grimaldello e forzò la porta. Non vedeva quel cliente da una notte e un giorno e la cameriera il giorno prima di era lamentata di non essere riuscita a rifare la stanza chiusa dall’interno. Pavese giaceva sul letto, la testa sul cuscino, vestito. Aveva tolto solo la giacca e le scarpe. «Ci saranno altri giorni / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno». Cosa sapranno mai i gatti che noi non sappiamo?
«Ci sono state due ristrutturazioni, ma la 346 non è stata toccata» mi ha garantito il portiere. Se non per i servizi igienici. Per il resto la stanza è rimasta come compare nelle foto del tempo sparate dai giornali dopo il suicidio, foto in bianco e nero. Adesso, in più, vedo i colori. Vedo la finestra in fondo, il lampadario triste, un armadio incassato nel muro, di legno biondo con un ornamento rosso intorno alla serratura, una poltrona di cuoio rosso ai piedi del letto singolo addossato ad angolo alle pareti. Si sentono, dentro la poltrona, le vecchie molle sotto l’imbottitura. È una stanza stretta e lunga. Di fronte all’armadio un tavolo piccolo, di legno, col ripiano ancora una volta rosso. Di fronte alla poltrona un attaccapanni a pannello montato su un mobiletto a ribalta con un ripiano a righe multicolori. Vado alla finestra. Gli infissi sono moderni, coi doppi vetri; ma una volta girata la maniglia ci si scopre dietro un’altra finestra, quella originale, dalla vernice bianca scorticata. Qui non c’è una maniglia da girare, ma quel tipo di chiavistello che hanno le vecchie finestre piemontesi, su modello francese. Lo alzo e guardo la piazzetta sottostante, la piazza Paleocapa con al centro la statua dell’ingegner Pietro Paleocapa, insigne patriota del 1848; intorno i vecchi palazzi con gli abbaini nei tetti scuri e, in basso, gli archi del portico a separare la piazza Paleocapa dalla piazza Carlo Felice. È bello questo scorcio di città.
«La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara» scrive la Ginzburg. «È, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta ad oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura col cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata intorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea».
Pavese quel giorno si è affacciato dalla finestra della 46 fumando l’inseparabile pipa. Hanno trovato cenere sul davanzale. Ma non era solo la cenere della pipa. Aveva bruciato qualcosa. Del piccolo falò rimase la lettera mezzo carbonizzata destinata a Pierina. Il diario l’aveva lasciato a casa, sul tavolo, con sopra scritto di suo pugno il titolo, dunque già purgato e destinato per sua volontà alla pubblicazione. […] Aveva quarantadue anni quando si è ucciso.

Bustine di zucchero #10: Cesare Pavese

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Pavese

Probabilmente mai in Pavese il sentimento amoroso, profondamente lirico e nostalgico aveva avuto esiti così toccanti e struggenti come nelle ultime poesie che compongono la raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Dieci poesie, fra cui due in inglese che conobbero in Beppe Fenoglio, conterraneo di Pavese, un traduttore d’eccezione (per converso, Fenoglio tradusse in inglese la poesia Verrà la morte è avrà i tuoi occhi). A rimarcare il tormentato quadro malinconico, ci pensano le note del diario Il mestiere di vivere che descrivono la condizione di posseduto, di dominato dall’amore per l’attrice Constance («Connie») Dowling: «20 marzo Mon coeur reste encore à toi. Frase di degnazione, da maggiore a minore. Perché rallegrarsi tanto? | È chiaro che son io il beneficato. Echomai ouch echo. Come possedere senza esser posseduto? Tutto dipende da questo». Il mio cuore ti appartiene, scrive in francese. Questo sentimento incalzante lo conduce a liricizzare Connie nei simboli a lui più cari come la terra, la morte, il sangue, la luce, a volte legati dalla congiunzione “e” per esprimere in pienezza le peculiarità attribuite all’amata («Sei la luce e il mattino», «Sei la vita e la morte», e ancora «Tu eri la vita e le cose»), altre descrivendo caratteristiche proprie di lei («Hai un sangue, un respiro», «Sei radice feroce.|Sei la terra che aspetta», «Sarai tu – ferma e chiara»). Da un simile amore si palesa una disperata speranza che all’inizio è silenziosa perché «Tra la vita e la morte | la speranza taceva», poi «si torce | e ti attende ti chiama». Come un vento di marzo, Connie Dowling nel suo passo leggero «ha violato la terra», riaprendo un’antica ferita. Lei è, mutuando un verso da una poesia di Paul Eluard, tutte le donne che Pavese ha conosciuto, tutte quelle che ha amato. In certe storie infelici, uno dei due è più forte, ed è a volte colui o colei che se ne va. Chi resta, conserva la traccia, l’orma di chi aveva preso posto nella sua interiorità. Connie è stata per il poeta un raggio di luce che, però, aveva scavato dentro la sua terra, generando dolore. Pertanto Pavese non fu estraneo a quel solco di cui recita una celebre poesia di Emily Dickinson:

Che sia amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;

E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Bibliografia in bustina
C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Torino, Einaudi, 1951; ora in C. Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998, p.134, rist. Milano, Mondadori, 2012 (Classici della poesia).
C. Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p.392.
Per la traduzione delle poesie pavesiane (To C. from C. e Last blues, to be read some day Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), si veda Beppe Fenoglio, Quaderno di traduzioni (a cura di Mark Pietralunga), Torino, Einaudi, 2000, p. 197, 199, 201.
Per la poesia n° 1765 di Emily Dickinson, si veda la traduzione in AA.VV., Luna d’amore, Roma, Newton Compton (cura e traduzione di Luciano Luisi), 1994, p.11

I poeti della domenica #386: Hugo Loetscher, C’era una volta il mondo

C’era una volta il mondo

Là dove un satellite si disintegra
Due costellazioni più avanti
E subito a sinistra –
Questo nel caso
Che voi mi
Cerchiate.

Hugo Loetscher
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Es war einmal die Welt

Wo ein Satellit verglüht
Zwei Sternbilder weiter
Und gleich links –
Dies ist für den Fall
Dass ihr mich
Sucht.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt. Gedichte, Diogenes Verlag, Zürich 2004

I poeti della domenica #385: Hugo Loetscher, Abbraccio

Abbraccio

Mentre le mie dita ti scompigliano i capelli
altrove esplode un’autobomba
schizzano schegge di vetro
saltano in aria corpi di bambini,

e mentre affondo il viso sotto il tuo braccio
sbatte la porta di una cella,
si spegne l’urlo di un torturato
nei nostri gemiti.

Scambiamo baci
sotto un cielo stellato
che missili mortali
striano di luce:

come rifugio i nostri corpi
abbraccio, tana –
oh se il mio bacio nella tua bocca
fosse per altri pane.

Hugo Loetscher
(traduzione di Annarosa Zweifel Azzone)

 

Umarmung

Wenn meine Finger dir dein Haar durchwühlen,
kracht irgendwo die Autobombe
es splittern Scheiben,
und die Kinder schleudern durch die Luft

und wie mein Kopf auf deiner Achsel ruht,
fällt eine Tür ins Kerkerschloß,
ein Folterschrei erstirbt
in unserem Stöhnen.

Wir tauschen Küsse
unter dem gestirnten Himmel,
durch den Raketen
tödlich ihre Leuchtspur ziehen:

als Zuflucht unsere Körper
Umarmung, Unterschlupf –
ach würd mein Kuss in deinem Mund
für andere Brot.

 

Hugo Loetscher, da: Es war einmal die Welt, Diogenes Verlag, Zürich 2004
Edizione di riferimento: Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca, a cura di Annarosa Zweifel Azzone, Crocetti 2013, pp. 170-171

Omaggio a Beppe Costa poeta

da Il poeta che amava le donne (e parlava coi muri), Pellicanolibri (2018)

.

hai giocato con le mie fantasie
portandoti via i giorni di festa
il desiderio di beni
il bisogno di amici
e le cose d’amore

*

lascio questa città le sue tante bellezze aggredite dagli insulti
lascio quei tanti che hanno reso difficoltosa la mia attività
quei ‘ladri di talento’ pronti a scodinzolare per un pasto
ma anche quei pochi che l’hanno vissuta con la stessa inquietudine
lascio foto alcuni quadri: in particolare la macchina per scrivere
sul tavolo dei sogni per tornare all’asina ch’ogni mattina mi cerca
malgrado non ho nulla da offrirle e lascio tutte le immagini di te
che hai rinunciato – certo non avresti voluto – così facilmente ai sogni

*

tu sei
mentre io scompaio
nel pensare che ti contiene

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non avevo che poche memorie
qualche luce scambiata per luna
e amici coi quali scambiare emozioni
presto con l’inimmaginabile

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