Giorno: 31 luglio 2019

PoEstate Silva: Riccardo Canaletti, Poesie da “Sponde”

 

La fermata di Rimini a metà nel tragitto andato
trascorso in silenzio, accanto all’uomo che dorme.
Arrivare è questione di ore, di ora. E forse
è più che un andare dove si era cresciuti,
addensati nel mistero di una camera nascosta
al giorno, nel dettato inumano di un altro essere umano
così simile a te, così distante.

 

 

Eccomi, sono di nuovo con te
ti affilo le mani. Non consumare.
Che la parola menta al tuo posto.
Ho trovato il mistero che ti hanno nascosto
alla nascita: di me ti sollevi il coraggio
la foce che infiamma dai fiumi, che annega.

 

 

Non puoi sottrarti, arrivare a zero
non puoi consumarti, spenderti
nel colore meticcio prima del buio.
La luna non imbarca la costa,
il litorale con il litorale in pietra.
Né il luogo vuoto della corsia d’emergenza,
la falsità che è nei pini marittimi
e la sveglia raso pelle della zanzara,
l’ora adatta per iniziarti al fuoco.
Né l’acqua, qui a commisurarti la vocalità.

 

 

Sul morse della serranda punto linea punto.
Il sole recidivo tra le tende.
È un lamento innominato che significa sorpresa,
pomeriggio a gocce di cicale e auto solitarie.

Non avrai pensato che questo fosse mio,
di un bianco che riversa nel convesso del pensiero.

 

© Riccardo Canaletti, Sponde, Arcipelago itaca 2019

Fresco di stampa (il colophon recita “luglio 2019”), Sponde segna una svolta più razionale della poesia di Riccardo Canaletti; svolta già intravista – a rigor di cronaca – nei componimenti che sono apparsi in rete tra la pubblicazione della prima raccolta e questo nuovo capitolo. Si tratta di una poesia più meditata, meno istintiva, dove anche i sentimenti sembrano volere esseri controllati dal pensiero, e questo controllo è sicuramente una conseguenza degli studi e delle letture di Canaletti. Ma ricondurre tutto a questa facile e sbrigativa etichetta equivarrebbe a liquidare un intero discorso con una rapida definizione che nulla, in realtà, dice.
La lettura di Sponde restituisce un’idea di una ricerca poetica che, per quanto iniziata da poco, e quindi per forza di cose in evoluzione, in crescita, continua a fare tesoro di letture e della sedimentazione di queste; un’immagine su tutte: «l’uomo che dorme» nel vagone del treno in cui viaggia l’io della prima poesia, che non può non far pensare al giovane marinaio della prima poesia di Sandro Penna, e a moltissime altre descrizioni di viaggi in cui chi scrive osserva l’umanità che passa fuori dai finestrini insieme a quella che si ritrova a condividere un momento.
Ecco! Fotografie di istanti, di momenti; attimi di vita vissuta con intensità e che il pensiero, la riflessione, cercano di comprendere (tanto nel senso di analizzare, quanto nel senso di racchiudere e perciò preservare) per dare significati ulteriori all’esperienza, e non limitare la stessa a una serie concatenata di eventi che nulla dicono a chi se li ritrova poi sulla carta (idea perfettamente sintetizzata in quel «dettato inumano di un altro essere umano»).
E forse proprio per questa dimensione più distesa verso il pensiero, anche il verso si distende, si dilata, fino a raggiungere estensioni ipermetre, al limite del narrato nelle quali più forte si sente la volontà di contenere, di controllare l’osservazione della realtà (a scapito – forse – di una più completa realizzazione dell’immagine pensata).
Eppure, anche là dove il rischio di perdere il controllo del proprio dettato sembra in agguato, ecco che Canaletti riesce a chiudere, nuovamente nella metafora del viaggio, un discorso che lega le sponde della ricerca; una ricerca, sia chiaro, che non si riduce alla sola osservazione da un luogo sicuro, protetto, chiuso: no!, l’osservazione della realtà è condotta da un io che si cala nella realtà, nella dimensione umana, per esperire il tutto per poi, con un salto razionale che restituisce la reciprocità (così Pellegatta nella breve prefazione) tra soggetto e oggetto, elevarsi a discorso universale, a poesia. (fm)

Racconti per l’Alzheimer Fest #1

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

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Che bel gattino

Qualche giorno fa, durante la visita di controllo, la neurologa ha chiesto a mia madre se le piacessero gli animali.
– Certo, quando ero piccola avevo due gatti. Mi sono sempre piaciuti!
Così, parlando in disparte con la dottoressa, inizio a pensare che forse potremmo provare con la pet therapy, nel tentativo di stabilizzare il suo umore.
Dopo circa una settimana, un’amica di mia sorella ci porta a casa un gattino appena svezzato.
Lo portiamo a mia madre che subito si mostra entusiasta: Ma che bello, come si chiama?
– Hai visto? Ti piace?
– Sì, è molto bello.
– Non ha ancora un nome, gliene scegliamo uno insieme?
– Va bene, risponde mia madre. Poi, mentre sorride, mi guarda e si dirige verso il ripostiglio. Io mi giro verso il gattino, che nell’atrio zampetta e annusa tutto quello che può. In quel momento mia madre arriva con una scopa, apre la porta e lo sbatte fuori.
– Ma mamma, che fai?
– Lo sbatto fuori, che faccio?
– Ma se ti piaceva?
– E che vuol dire? Pure il vicino mi piace, ma mica me lo sono messo in casa.

(L.P.) (altro…)