proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro.

Per quelle donne bastava guardarli e ascoltare le loro parole argute, insinuanti e sorridenti, fino a diventare per loro astratti numero sogno vagheggiato nella notte. Per le giovinette era un altro colloquio ed era un altro effluvio che emanava da quei volti: la promessa sicura che la vita avrebbe a loro riservato uno di quei volti, maturo e mordente, come quello di Mario, o fresco e liscio come quello di Luciano, e poi riuscivano a vedere come simbolizzato nel burro di latteria appena estratto dal frigorifero. Uno di quei volti, pensavano di potere avere vicino sul loro guanciale quando si sarebbero sposate per sentire in quel sorriso tutta la bellezza della vita resa certa, anche se il passare degli anni l’avrebbe fatta mutare. Un attimo, un mattino al risveglio godere di quel volto, sarebbe bastato anche se dopo tutto sarebbe stato altrimenti. Per tutte quelle donne che entravano in quel negozio, umile e taciturne, pronti a mangiarsi con gli occhi quei tre ragazzi era un’attrazione […] Ed esse seguivano quelle mani bianche, allungate nelle dita, nervose ai polsi come supreme possibilità di essere strette.
Il quarto fratello, Bruno, che stava seduto alla cassa, scuro di pelle, un poco cupo nello sguardo, sorridente anche egli, ma pesante e avaro, era per loro come la pila dell’acqua santa nell’uscire da una chiesa dopo essere state inebriate dallo incenso e dal canto delle preghiere.
Nel porgergli il denaro lo avvicinavano sempre fino a toccargli la palma della mano che era fredda, fredda come avesse già concesso il suo calore, fredda come il marmo di una pila rimasta sempre nell’ombra di una chiesa. Ma anch’egli finiva per sorridere aperto, come per ringraziare che erano venute e per garantirsi che sarebbero ritornate. E quelle donne intascavano con il resto anche quel sorriso e sarebbero ritornate.

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Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti, in «La Gazzetta del Popolo», 17 marzo 1963

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