‘Pentesilea, il pericolo della città diffusa’ di Chiara Pini

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là“, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire. – Ma la città dove si vive? – chiedi. – Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi. – Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene? – No, prova a andare ancora avanti. Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

La seconda definizione che Italo Calvino ci lascia riguardo ai classici, nel noto saggio a loro dedicato, è che «essi costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli».[1] Questa definizione ben aderisce a quanto ha significato per me la rilettura de Le città invisibili. Molto è stato detto e scritto in merito a quest’opera; anche in «Poetarum Silva» vi è un contributo significativo di Alessandra Trevisan e Maddalena Lotter a cui rimando e invito a leggere. In questa sede, non è mio intento riproporre un’analisi del testo, bensì soffermarmi su alcuni aspetti che riguardano il nostro contemporaneo, di cui Calvino è stato magistralmente il precursore. Il valore antropologico di cui è portatore una città, di qualunque dimensione essa sia, è rilevante non soltanto a fini descrittivi ma, mi si consenta, anche energetici. Una città è il risultato di un impianto urbanistico, di un ambiente, di una storia, di una lingua, di un tessuto sociale e non di meno delle energie e dei pensieri che la animano: il dialogo e la partecipazione attiva al confronto tra questi fattori determina, nel corso della storia, la bellezza e la fortuna di una città. La Geografia stessa, nell’ambito della didattica e della ricerca, ha introdotto il concetto di Porte della Geografia, intesi come strumenti indispensabili per determinare le coordinate dei diversi punti di osservazione di un’area geografica. La Geografia ha sentito la necessità di puntualizzare il significato di alcune categorie che vengono spesso considerate sinonimi e che invece sono portatrici di valori profondi e, soprattutto, di punti di osservazione differenti. Ai termini Spazio, Ambiente, Territorio, Paesaggio, dalla connotazione prevalentemente tecnica e geografica e strettamente connessi alle tradizionali discipline in dialogo con la Geografia, è stato aggiunto anche il termine Luogo, che di scientifico ha ben poco, inteso come lo spazio vissuto, il centro dell’esperienza umana.
La consapevolezza di questo sguardo sul mondo, legato ad una disciplina e svincolato dall’ambito meramente letterario, la rilettura delle Città invisibili, l’osservazione diretta della geografia nella quale vivo e trascorro il mio vissuto, hanno acceso l’entusiasmo nella rilettura di quest’opera, il cui tratto principale sembra non essere più l’immaginazione quanto il ritratto di una realtà sconcertante. Calvino ha anticipato, sapendo ben interpretare i segni del suo tempo, una trasformazione delle nostre città, che già era stata messa in atto ma che ai più non risultava ancora intellegibile. Calvino, capace di visioni esatte, negli anni settanta è stato in grado di cogliere la direzione dello sviluppo urbanistico ed energetico del nostro territorio, in una proiezione che non poteva prescindere dai tre assi temporali di presente, passato e futuro, come uno specchio fedele e realistico di quel futuro, già presente, in chiave fantastica. Mi riferisco in particolar modo alla sezione delle città continue, che tanto, soprattutto nell’area del nord-est italiano, ma non solo, svelano il modello di città diffusa e denunciano impellenze oggi ormai improrogabili.

Penso all’opulenza sconsiderata di Leonia:

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dell’ultimo modello d’apparecchio. […]
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba, più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.[2]

All’omologazione e all’assenza di anima che troviamo nella spersonalizzata Trude:

Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d’essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito. I sobborghi che mi fecero attraversare non erano diversi da quegli altri, con le stesse case gialline e verdoline. Seguendo le stesse frecce si girava le stesse aiole delle stesse piazze. Le vie del centro mettevano in mostra mercanzie imballaggi insegne che non cambiavano in nulla.[3]

Al processo di conurbazione e urbanizzazione sagacemente descritto in Procopia:

Ogni anno nei miei viaggi faccio sosta a Procopia e prendo alloggio nella stessa stanza della stessa locanda. Fin dalla prima volta mi sono soffermato a contemplare il paesaggio che si vede spostando la tendina della finestra: un fosso, un ponte, un muretto, un albero di sorbo, un campo di pannocchie, un roveto con le more, un pollaio, un dosso di collina giallo, una nuvola bianca, un pezzo di cielo azzurro a forma di trapezio. Sono sicuro che la prima volta non si vedeva nessuno; è stato solo l’anno dopo che, a un movimento tra le foglie, ho potuto distinguere una faccia tonda e piatta che rosicchiava una pannocchia. Dopo un anno erano in tre sul muretto, e al mio ritorno ce ne vidi sei, seduti in fila, con le mani sui ginocchi e qualche sorba in un piatto. Ogni anno, appena entrato nella stanza, alzavo la tendina e contavo alcune facce in più […]

Così, un anno dopo l’altro ho visto sparire il fosso, l’albero, il roveto, nascosti da siepi di sorrisi tranquilli, tra le guance tonde che si muovono masticando foglie. Non si ha idea, in uno spazio ristretto come quel campicello di granturco, quanta gente ci può stare, specie se messi seduti con le braccia intorno ai ginocchi, fermi. Devono essercene molti di più di quanto sembra: il dosso della collina l’ho visto coprirsi d’una folla sempre più fitta; ma da quando quelli sul ponte hanno preso l’abitudine di stare a cavalcioni l’uno sulle spalle dell’altro non riesco più a spingere lo sguardo tanto in là.[4]

Alla perdita della dimensione naturale e alla denuncia di infrastrutture considerate superflue in Cecilia, con una conseguente aberrante perdita di punti di riferimento: 

Per le vie di Cecilia, città illustre, incontrai una volta un capraio che spingeva rasente i muri un armento scampanante. – Uomo benedetto dal cielo, – si fermò a chiedermi, – sai dirmi il nome della città in cui ci troviamo? – Che gli dei t’accompagnino! – esclamai. – Come puoi non riconoscere la molto illustre città di Cecilia? – Compatiscimi, – rispose quello, – sono un pastore in transumanza. Tocca alle volte a me e alle capre di traversare città; ma non sappiamo distinguerle. Chiedimi il nome dei pascoli: li conosco tutti, il Prato tra le Rocce, il Pendio Verde, l’Erba in Ombra. Le città per me non hanno nome: sono luoghi senza foglie che separano un pascolo dall’altro, e dove le capre si spaventano ai crocevia e si sbandano. Io e il cane corriamo per tenere compatto l’armento. – Al contrario di te, – affermai, – io riconosco solo le città e non distinguo ciò che è fuori.[5]

Ma soprattutto penso a Pentesilea, città emblema di una trasformazione avvenuta nel tempo e nello spazio, in cui il lessico descrive un Territorio, un Paesaggio, in un anelito disperato ad un Luogo, che al momento è solo alienazione. Pentesilea è la quinta delle città continue ed è così difficile da descrivere che Calvino ricorre inizialmente ad una antitesi, necessaria a definire quanto è di fatto indefinibile.

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso.

La città che potrebbe immaginare il Kublai Khan è narrata con precisione cinematografica, in una rappresentazione dai confini esatti attraverso termini lessicali che rimandano alla solidità e alla storicità di un’antica città medievale, resi ancora più espressivi dalla pianura polverosa circostante. Si parla di confini ben delimitati dalle mura, di spazialità contrapposte tra dentro e fuori e di una solidità compatta che abbraccia chi vi entra. I cittadini di questa città sono tutelati non solo dall’architettura ma anche da chi svolge un ruolo di controllo. I gabellieri che guatano storto lo straniero, ci parlano di una comunità che accoglie ma che, nello stesso tempo, vigila sui possibili pericoli, di cittadini che svolgono un proprio ruolo attivo e ben definito. L’architettura di questa città, inoltre, disegna la sua stessa mappa, fatta di angoli retti che sono spigoli. Bene, tutto questo non è Pentesilea: il passaggio precedente sembra esprimere la fatica dell’autore a soddisfare i principi di esattezza e concretezza, così cari a Calvino, che l’autore sembra fatichi a raggiungere con la descrizione della quinta città continua. A Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o se sei fuori. Pochissime righe per passare dallo stato solido allo stato liquido, dalla certezza all’incertezza. L’autore ora ricorre ad una similitudine, per descrivere questa città che sfugge persino alla sua arte di narratore:

Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, cosí Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata.

I mattoni iniziali diventano rive basse e frastagliate, incapaci di contenere le acque stagnanti, prive di ogni forza rigenerante. La città si è trasformata in una zuppa, un miscuglio di ingredienti indistinti, senza ordine né gerarchie, senza un’identità storica. Non è possibile disegnare la mappa di questa città che si propaga in modo disordinato e che si verticalizza senza armonia o bellezza: i prati, immagine di per sé amena, sono ispidi, gli steccati, tradizionalmente di legno, sono di lamiera, i casamenti, luogo del vissuto, si danno le spalle: i cittadini non comunicano e conducono un’esistenza faticosa tra l’incuria e l’abbandono. Non vi è progetto, né alcuna possibile previsione ma abbondanza di degrado. Dal punto di vista linguistico, è interessante soffermarsi sugli aggettivi restrittivi che, per posizione, definiscono i nomi nella loro oggettività: casamenti pallidi, prati ispidi, pettine sdentato, terreni vaghi, sobborgo arrugginito, botteghe macilente, campagna spelacchiata. Questa regolarità di posizione tra nome e aggettivo, che ci rimanda a immagini care al Neorealismo, inciampa ad un certo punto, quasi distrattamente, in una inversione di ordine tra aggettivo e nome, dimostrando ancora una volta l’alta maestria di Calvino. L’oggettività distintiva della serie precedente è intensificata dal coinvolgimento emotivo, straziante, che viene richiesto al lettore attraverso le magre facciate delle costruzioni.

casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate […]
Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. […]

La posizione dell’aggettivo rispetto al referente non è una semplice scelta stilistica: ne determina la funzione. Quando esso precede il nome, l’aggettivo qualificativo assume un valore descrittivo ed esprime una visione soggettiva, che, in questo caso, coinvolge lo sguardo dell’autore e scava nell’animo del lettore, rendendolo partecipe di tanta fatica. È solo grazie a questa scelta di posizione che l’architettura di questo territorio si trasforma in un luogo di sofferenza, in cui gli abitanti non hanno la forza per imprimere un orientamento. Anche quando sembra possibile ritrovare un centro vissuto, un centro vitale, arriviamo in terreni che ci parlano di morte e precarietà attraverso aree semantiche dall’evidente rimando: il lavoro si svolge con il colore della ruggine e con un’economia di sopravvivenza, il cimitero e il mattatoio ci raccontano la morte di uomini e animali, la natura è anch’essa morta; infine là dove si potrebbe intravedere una sorta di spensieratezza, rappresentata dalla giostra, abbiamo l’indicazione della fiera che, per sua natura è qualcosa di effimero e di breve durata. È proprio attraverso il sapiente uso di questi aggettivi che Calvino passa dagli edifici alle persone, anch’esse dall’identità vaga:

La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là“, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire.

Nei terreni vaghi di Pentesilea s’incontrano persone ma sembrano fantasmi, senza sesso e senza nome: con un uso della deissi che non trova riscontro, in cui il qui e ilrimangono senza riferimenti spaziali, si parla di gente che attraversa questi terreni senza precise destinazioni d’uso. Pentesilea non si definisce nemmeno città dormitorio perché alcuni vi lavorano mentre altri vi dormono. L’accostamento del lavorare e del dormire sembra coerente e, invece, è solo portatore di grande fatica: è faticoso lavorare ma anche raggiungere l’anelato riposo. E si parla sempre di gruppi antitetici: il pronome noi affiancato a verbi di moto che indicano direzioni opposte (noi veniamo / noi torniamo), rafforzato dagli indefiniti alcuni-altri, ce lo testimonia e ci comunica l’assoluta indeterminatezza di questi luoghi che per assenza di confini e di un centro non trattengono le energie che potrebbero edificare la città.

– La città, – insisti a chiedere.
– Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire.
Ma la città dove si vive? – chiedi. 

La città… rimane sospesa senza il verbo a cui appoggiarsi: un’idea di quanto dovrebbe essere ma che non è.
Ma la città dove si vive?, in quale luogo i cittadini la animano?, chiede con impazienza l’autore e chiunque altro attraversi Pentesilea, come ben ci dicono quel tu e quel verbo impersonali. Il degrado di Pentesilea è riconducibile al fatto che è città senza una comunità che la viva, senza cittadini che svolgano ruoli di cooperazione o che tengano memoria del proprio passato. Pentesilea è tristemente immagine di una città che è solo periferia di sé stessa, formata da tanti centri quanti sono i suoi abitanti, che vivono rinchiusi nei propri bozzoli. Pentesilea è un monito all’indifferenza, all’assenza di cooperazione e di identità di molte delle nostre città, che solo la partecipazione, l’interesse per il bene comune, l’amore per il luogo in cui si vive possono abbattere. Il pericolo maggiore, ci dice Calvino, è che Pentesilea diventi modello a catena di tutte le città che ad essa si legano e che si rischi di non uscirne mai:

[…] fuori da Pentesilea esiste un fuori?

…ma se non c’è un dentro, non può generarsi un fuori.

.

Note
[1] I. Calvino, Perché leggere i classici?, Milano, Mondadori, 2017, p. 6.
[2] I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino, 1972, pp. 119-120.
[3] Ivi, p.135.
[4] Ivi, p. 152
[5] Ivi, p. 158.

 

© Chiara Pini

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