Cinque racconti da “Sonno giapponese” (Italic Pequod 2019) di Gabriele Galloni

 

4

Non c’è molto da raccontare. Si dice che morì contemplando un piccolo Guttuso; poco più di uno schizzo appuntato a mano libera dall’amico lontano.
Aveva esaurito ogni possibile combinazione di parole all’interno di quel sistema crudele che è l’endecasillabo. Le parole da noi amate hanno un limite: sono poche. Il resto è brusio, massa fonica o grafica. E dall’inizio alla fine del sogno troppe volte rischiamo di comporre la stessa frase. Anzi lo stesso verso.
Prima di addormentarsi per sempre chiamò un suo caro amico. “Pronto?”
“Sono S. come stai?” “Ciao! Non c’è male. Tu?”
“Bene. Senti, stavo pensando una cosa…” “Dimmi tutto.” “Le parole di cosa sono fatte, secondo te?” “Di aria, se parlate. Di inchiostro se scritte.”
“Meno aereo. Te lo dico io, di cosa sono fatte. Le parole sono fatte di lettere.” “Ok. E le lettere?”
“Di segni, chiaro. “Va bene; hai vinto.”
“No, che vinto. Insomma: le parole sono fatte di lettere.
Partendo da questo assunto, cos’è quindi la morte?
La morte che è silenzio? Cioè: da cosa è composta?”
L’amico aveva finto una interferenza telefonica. “Non ti sento. Pronto? Ci sei? Non ti sento più.” E aveva riattaccato.

 

14

Iniziamo con il dire che l’Andalusia è piena di portici. All’ombra di quei portici può accadere di tutto. Può accadere, per esempio, che innanzi a te si materializzi la Vergine delle Stelle. Figura celeste che i meno attenti confondono con la Madonna e che invece non è la Madonna, bensì la custode dell’Empireo, la portinaia del posto. Può accadere che, dicevo, innanzi a te si materializzi Lei per raccontarti una storia. Tipo il sole quando la Spagna era saracena: le dimensioni del sole, il colore del sole, in che modo il sole batteva sulle teste dei popoli iberici. Può accadere che la Vergine delle Stelle ti intrattenga per ore, con il sole. Ma guai ad annoiarti; Ella se ne accorgerebbe subito e la via dei lumi superiori ti sarebbe negata per sempre.
In Andalusia può capitare che i santi siano vendicativi. Senza il livore degli umani, per carità, ché l’odio è sentimento del finito; l’infinità ha in spregio l’odio.
Però, insomma, i santi andalusi non la mandano certo a dire. L’Andalusia è anche fontane.
E strade di polvere che all’improvviso hanno termine in giardini; giardini senza case, senza proprietari. Giardini che, percorsi, finiscono così come sono iniziati sotto i tuoi piedi – all’improvviso. E la strada ritorna polvere e l’erba sassi.
Le città andaluse sono celebri per la musica che si suona nei loro locali. È una musica che parla di viaggi, nello specifico del viaggio più impegnativo e cioè la Morte. I musicisti abitano in periferia, in quartieri grandi come una bara; quartieri in cui gli uomini sono sempre in lacrime e le donne scheletri festosi.
Trombe, fisarmoniche, violini.
Non parlate di fantasmi con i bambini andalusi. Potrebbero chiamare i genitori.

 

17

Alfred Jarry adorava andare in bicicletta; non poteva farne a meno. Senza soldi, senza cibo; purché in sella alla sua bici.
E così la Francia gli sembrava meno opprimente.
Ben volentieri avrebbe vissuto al Polo, se gli fosse stato possibile.
Raccontava spesso agli amici che il suo sogno era rannicchiarsi nudo in un igloo; fuori la notte artica, infinita. E lui lì dentro a immaginarla, quella notte – a teorizzarla per i posteri agli antipodi.
Poi svegliarsi e percorrere la mattina. Naturalmente su due ruote; naturalmente nudo.
Salutare i pinguini e tra loro cercare colei (o colui) che in un mondo altro sarebbe potuta essere la sposa ideale.
La sposa ideale per tornare in Francia. E viverla nell’amore, la nazione dello stile e dell’Ostile – del Diavolo che ogni notte spompinava Jarry fino a esaurirlo.
Darei via tutta la patafisica del mondo per una sposa piumata. Una sposa con le piume, ma bipede. Che non abbia voce umana, la mia sposa, ma pigolio. Che abbia un becco; che io possa arruffarle le piume prima di dormire.

 

26

In Messico è un disonore morire vergine. Questo vale per ambedue i sessi. Coloro che muoiono bambini, e che per logica di natura non hanno potuto compiere o essere compiuti, vengono nel ricordo di chi sopravvive spregiati e accusati di codardia. Ecco perché in Messico non vedrete mai una lapide di bambino. Perché i bambini morti, in Messico, non vengono seppelliti. Se li mangiano i cani o gli affamati di passaggio.
Prima di essere abbandonati i corpi dei bambini vengono svuotati di tutto il sangue. A eseguire l’operazione è una misteriosa macchina che gli addetti al mestiere chiamano El Pompador. Il sangue raccolto viene poi centrifugato e introdotto, mediante clistere, nel corpo dei genitori colpevoli – che ora hanno un motivo in più per odiare il piccolo morto.
I genitori non devono avvicinarsi all’acqua per almeno tre giorni. I tre giorni cristiani della Resurrezione.
Guai a lavarsi: il figlio ritornerebbe dall’Oltretomba e non li lascerebbe mai più in pace; prosciugherebbe le loro scorte d’acqua; esaurirebbe il loro denaro; attirerebbe sul barrio una maledizione di proporzioni enormi.
Trascorsi i tre giorni, l’ano può essere lavato. Si festeggia la pulizia con una copula tradizionale. È tempo di godersi i figli rimasti, se ce ne sono.
Oppure si avrà più fortuna la prossima volta.

Postilla
Nel caso in cui un adulto muoia ancora vergine – che accade?
Forse non merita neanche di essere definito morto e la vita di chi gli sta intorno procede come prima; nessun pensiero per il defunto, lasciato nel suo luogo di trapasso e ignorato finché non diviene polvere.
Ma sono solo supposizioni; pare che in Messico nessuno sia più vergine dopo i dodici anni. A quasi tutti i messicani è quindi aperto il cancello del Paradiso.

 

27

In questo bar castigliano servono il caffè dentro logori stivali contadini – in sostituzione delle tazzine e a memoria di quando esse mancavano in tutta la regione. Così tanto, il caffè, che nel portare lo stivale dal bancone al tavolo devi usare massima prudenza per non farlo strabordare.
Bollente più di ogni altra conosciuta bevanda, il caffè di qui va sorseggiato pianissimo; può metterci anche un’ora per raffreddarsi appena. Tre ore il tempo medio di consumo.
Nell’attesa puoi osservare gli affreschi alle pareti, le numerose scene belliche lì raffigurate.
Notare, nell’angoscia dei particolari, che il viso di un ferito non è viso umano ma superficie lunare con tanto di crateri e ombre di satelliti artificiali.
Che il viso di tutti i feriti, di tutti i morti lì rappresentati, è superficie lunare; crateri e ombre di satelliti artificiali.
I carnefici – non pervenuti.
Dunque non sono scene belliche, mi dici contrariato; l’aggettivo bellico concerne la guerra e di guerra vera e propria in questi affreschi nada. Feriti, morti; fiamme.
Nessuno a provocare questo però.
Chiedi spiegazioni al barista, ti dico io. E aspetta prima di bere; è ancora caldo.
Vorrei spiegarti l’Inferno; dirti la realtà di queste pitture. Farti notare sullo sfondo, nascosto dalla fuliggine, un piccolo Satana; anch’egli luna, cratere, ombre di satelliti artificiali.
Il piccolo Satana sta scopando un cane minuscolo, un cane-bambino. Guarda: gli ha infilato il cazzo tra le costole scarnificate.
“E i Diavoli cosa eiaculano?”
Sorseggiare il caffè. Insieme dello stesso brivido tremare.

 

 

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