Giorno: 19 luglio 2019

Dona Amati, Haiku della buona terra

Dona Amati, Haiku della buona terra. Con una lettera e otto opere di Maria Grazia Tata, Fusibilialibri 2019

Percorrere le pagine di un libro e soffermarsi, spesso, con incanto e ammirazione, su un passaggio, un verso, una soluzione che si rivela una porta di accesso a un gradino ulteriore di significato, tutto questo giunge come un dono di umanità e poesia.
Cogliere la bellezza in ciò che lo sguardo, vigile e pronto a collegare il mondo fuori di sé con il mondo dentro di sé, conferirle la parola che ha – inconfondibilmente – l’alito dell’amore, in misure non mortificate, ma, al contrario, esaltate dalla gabbia metrica scelta, non è dote comune. Questa dote è dispiegata in tutti gli haiku, così come nei tanka, nei senryu, nei renga della “buona terra”. Terra fertile è l’amore, alfa, principio, fondamento del noi, superamento del confine dettato dall’io. La buona terra manda segnali e Dona Amati li accoglie, li trasforma in canto. Si percepisce che esso è un canto che torna a credere, insieme alla vita che si rinnova, insieme a Cecilia, alla quale il volume è dedicato. Scrive infatti Dona Amati: A Cecilia. È lei la mia buona terra.
Cecilia, la “buona terra” di Dona Amati, favorisce il ritorno all’età della conversazione ininterrotta tra umani e mondi altri, tra umani e piante, umani e pietre, umani e animali e, soprattutto, tra tutti questi mondi tra loro, ché la poesia, qui, sulla polvere e oltre la polvere, supera ogni limitato antropocentrismo: «serpi allacciate/ al tepore di giugno/ fanno l’amore», «disco di luna/ a quel chiarore il cane/ più forte abbaia», «appare un raggio/ brulicante di luce/ dalla finestra -/ perché chiamare polvere/ ciò che è pieno di vita?», «ora che vado/ solitaria nel mondo/ s’allarga il cielo», «sei un seme nitido/ come granello puro/ di buona terra».

© Anna Maria Curci

 

HAIKU

pietruzze bianche
sotto il sole d’agosto —
si spaccheranno?

acqua di stagno
indurita dal gelo —
tutto si ferma

serra le chele
sulla preda che guizza —
granchio affamato

guardare il mare —
nessuno a dire un nome
volato al vento

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Cinque racconti da “Sonno giapponese” (Italic Pequod 2019) di Gabriele Galloni

 

4

Non c’è molto da raccontare. Si dice che morì contemplando un piccolo Guttuso; poco più di uno schizzo appuntato a mano libera dall’amico lontano.
Aveva esaurito ogni possibile combinazione di parole all’interno di quel sistema crudele che è l’endecasillabo. Le parole da noi amate hanno un limite: sono poche. Il resto è brusio, massa fonica o grafica. E dall’inizio alla fine del sogno troppe volte rischiamo di comporre la stessa frase. Anzi lo stesso verso.
Prima di addormentarsi per sempre chiamò un suo caro amico. “Pronto?”
“Sono S. come stai?” “Ciao! Non c’è male. Tu?”
“Bene. Senti, stavo pensando una cosa…” “Dimmi tutto.” “Le parole di cosa sono fatte, secondo te?” “Di aria, se parlate. Di inchiostro se scritte.”
“Meno aereo. Te lo dico io, di cosa sono fatte. Le parole sono fatte di lettere.” “Ok. E le lettere?”
“Di segni, chiaro. “Va bene; hai vinto.”
“No, che vinto. Insomma: le parole sono fatte di lettere.
Partendo da questo assunto, cos’è quindi la morte?
La morte che è silenzio? Cioè: da cosa è composta?”
L’amico aveva finto una interferenza telefonica. “Non ti sento. Pronto? Ci sei? Non ti sento più.” E aveva riattaccato.

 

14

Iniziamo con il dire che l’Andalusia è piena di portici. All’ombra di quei portici può accadere di tutto. Può accadere, per esempio, che innanzi a te si materializzi la Vergine delle Stelle. Figura celeste che i meno attenti confondono con la Madonna e che invece non è la Madonna, bensì la custode dell’Empireo, la portinaia del posto. Può accadere che, dicevo, innanzi a te si materializzi Lei per raccontarti una storia. Tipo il sole quando la Spagna era saracena: le dimensioni del sole, il colore del sole, in che modo il sole batteva sulle teste dei popoli iberici. Può accadere che la Vergine delle Stelle ti intrattenga per ore, con il sole. Ma guai ad annoiarti; Ella se ne accorgerebbe subito e la via dei lumi superiori ti sarebbe negata per sempre.
In Andalusia può capitare che i santi siano vendicativi. Senza il livore degli umani, per carità, ché l’odio è sentimento del finito; l’infinità ha in spregio l’odio.
Però, insomma, i santi andalusi non la mandano certo a dire. L’Andalusia è anche fontane.
E strade di polvere che all’improvviso hanno termine in giardini; giardini senza case, senza proprietari. Giardini che, percorsi, finiscono così come sono iniziati sotto i tuoi piedi – all’improvviso. E la strada ritorna polvere e l’erba sassi.
Le città andaluse sono celebri per la musica che si suona nei loro locali. È una musica che parla di viaggi, nello specifico del viaggio più impegnativo e cioè la Morte. I musicisti abitano in periferia, in quartieri grandi come una bara; quartieri in cui gli uomini sono sempre in lacrime e le donne scheletri festosi.
Trombe, fisarmoniche, violini.
Non parlate di fantasmi con i bambini andalusi. Potrebbero chiamare i genitori.

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