Giorno: 15 luglio 2019

Schiller, La passeggiata (trad. di Nino Muzzi)

La passeggiata

Ti saluto, monte dalla cima rosseggiante!
Ti saluto, sole che amabile lo rischiari!
Anche te saluto, animato campo, e voi, tigli fruscianti,
e il coro gioioso, che si culla fra i vostri rami,
e anche te, placido azzurro, che infinito ti effondi
intorno all’oscura montagna, sul bosco verdeggiante,
e intorno a me, che, alfin fuggito dalla prigione della stanza
e dall’angustia dei discorsi, presso di te lieto si salva.
La corrente balsamica della tua aria m’inonda di refrigerio
e l’energia della luce ristora la sete del mio sguardo.
Sul prato fiorito risplendono accesi colori cangianti,
ma la fervente gara si scioglie infine in bellezza.
Libero il prato mi accoglie con un ampio tappeto disteso;
attraverso il suo verde cordiale serpeggia un sentiero campestre.
Intorno mi ronza operosa l’ape e con volo insicuro
librandosi va la farfalla sopra il trifoglio rossastro.
Mi coglie rovente il dardo del sole, tace il ponente,
solo un canto d’allodola trilla nell’aria serena.
Ma ora bisbiglia vicino il cespuglio: reclinano a terra le chiome
gli ontani e ondeggia nel vento l’erba argentata;
mi avvolge una notte di ambrosia; nel fresco fragrante
un tetto sfarzoso di faggi ombrosi mi copre.
Nel segreto del bosco scompare d’un tratto il paesaggio
e un serpeggiante viottolo mi porta su in alto.
Sol di soppiatto penetra flebile luce tra sbarre
di rami e attraverso vi occhieggia l’azzurro ridente.
Ma ecco si squarcia il velame. Aprendosi il bosco
mi ridà l’inatteso splendore abbagliante del giorno.
Immensa si stende ai miei occhi la lontananza
e un’azzurra montagna conclude il mondo in sfumato.
Ai piedi del monte che a un tratto di sotto strapiomba
scorre del verde torrente lo specchio che scivola via.
Vedo l’etere incommensurabile, sotto e sopra di me,
guardo lassù con vertigine, guardo laggiù con tremore.
Ma fra quelle altezze eterne ed eterne profondità
una scala a ringhiera conduce, sicuro, laggiù il viandante.
Mi passano accanto ridenti le rive ubertose
e la splendida valle è lode allo zelo gioioso.
Le linee -vedi!- che tagliano le proprietà del villano
Cerere le ha tracciate sulla trapunta del campo.
Scrittura di Legge divina che mantiene l’uomo in vita
dacché dal mondo ferrigno fuggendo l’Amore svanì!
Ma in più libere spire attraversa i campi ordinati,
ora ingoiata dal bosco, ora salendo sui monti,
una linea luminosa, una strada che annoda le terre;
sulla corrente placata le zattere scivolan via.
Spesso risuona il rumore dei focolari dai campi
abitati e l’eco risveglia il canto del solitario capraio.
Vivaci villaggi costeggiano la corrente, spariscono altri
fra i cespugli, giù franano altri dai dorsi del monte,
l’uomo convive ancora in accordo con la campagna,
i campi attorniano calmi il suo rustico tetto;
mansueta la vite rampolla alla finestra più bassa,
con l’abbraccio di un ramo cinge l’albero la capanna.
Felice gente dei campi! Non ridesta alla libertà,
condividi ancora contenta con la terra la ferrea legge.
Il calmo ciclo dei raccolti pone un limite ai tuoi desideri,
come l’opra tua giornaliera, si svolge così la tua vita!
Ma cosa mi ruba ad un tratto questa dolce visione? Un altro
spirito si espande veloce sulla più estranea campagna.
Si scosta scontroso quello che appena ancor vi si univa,
amandola, e il simile è solo quel che si allinea al simile.
Vedo formarsi dei ceti, le stirpi orgogliose dei pioppi
sfilano in pompa ordinata, altolocata e splendente.
La regola diventa tutto, tutto scelta e significato;
questo corteo di valletti mi sta presentando il Signore.
Lo annunciano da lontano le cupole altere lucenti,
dal suo zoccolo roccioso si leva la città turrita.
Ricacciati i fauni del bosco nella natura selvaggia,
la devozione ridona più alta vita alla pietra.
L’uomo si stringe più all’uomo. Ha meno spazio dintorno,
si ridesta più animato, si rovescia più svelto in lui il mondo. (altro…)

Bustine di zucchero #4: Raymond Carver

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Carver

Nella poesia Il puma Raymond Carver racconta, durante un salotto con amici, il suo incontro inatteso con l’animale in un giorno di caccia. Lo scrittore, sotto l’influsso di questo vivido ricordo, scrive che l’animale «scivolò fuori dalla boscaglia» e lui resta colpito dalla sua bellezza; il puma salta su un sasso, si gira, guarda Carver, che a sua volta ricambia lo sguardo, e poi fugge via. L’uomo e l’animale si sono osservati, seppure per un attimo, ma tanto è bastato per essersi riconosciuti come due esseri diversi, ospiti dello stesso mondo. Si colgono, in questo fotogramma finale, lo stupore di Carver e la fierezza dell’animale. Per analogia i versi de Il puma ricordano un altro incontro descritto da D.H. Lawrence nella sua poesia Serpente (Snake). Il poeta inglese, in una calda mattina di luglio a Taormina, vestito in pigiama si reca a bere al suo trogolo, ma trova un serpente che, strisciato fuori da una crepa, vi si sta già abbeverando. Lawrence resta affascinato, ipnotizzato dalla calma dignità del rettile che sembra affermare la priorità sull’uomo; Lawrence si descrive proprio come «un secondo venuto». Il serpente, dopo aver bevuto, alza la testa, lo guarda, e di nuovo torna a bere. Se da una parte il poeta avverte un sentimento di meraviglia nel vederlo lì, al trogolo, come un ospite quieto e sereno, dall’altra «la voce della cultura» gli suggerisce di ucciderlo. Mentre il serpente si sta ritirando nella crepa da dove è venuto, Lawrence gli scaglia dietro un ceppo, senza colpirlo, ma subito si pente del gesto meschino, ripensando allora quanto accadde all’albatros nella famosa ballata dell’antico marinaio. Pertanto un incontro memorabile dai diversi effetti: nella Ballata il marinaio di Coleridge colpisce l’albatros, uccidendolo; in Serpente Lawrence tenta di colpire il rettile per poi sentire rimorso di quel gesto; infine Carver, incantato dal puma, si dimentica di sparare. Tre appuntamenti mancati, finiti male o vissuti fugacemente con i «signori della vita». Ecco una delle finalità della poesia, ovverosia ritrovare intatto, nello stupore e nel ricordo, un evento vissuto nella sua unicità.

Bibliografia in bustina
R. Carver, Voi non sapete cos’è l’amore, Roma, minimum fax, 2000; ora in R. Carver, Orientarsi con le stelle, Roma, minimum fax, 2000, rist. 2016 (a cura di W.L. Stull), p. 106.
D.H. Lawrence, Poesie, Milano, Mondadori, 1987 (a cura di G. Conte), p. 66.
S.T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, Milano, Mondadori, 1987, rist. 2009 (a cura di F. Buffoni), p. 42.