I poeti della domenica #374: Vittorio Bodini, I pini della Salaria

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I pini della Salaria

Attento. Ogni poesia
potrebbe esser l’ultima.
Le parole s’ammùtinano.
Comincia un insolito modo
con le cose di guardarsi
d’intendersi
scavalcando le parole
in una vile dolcezza.
Ahi, e avevo un cuore
che voleva abbaiare
tutte le notti
alla luna e alle pietre.
Sì, i cappellini d’edera
dei lampioni notturni,
le coppie che s’abbracciano
nelle macchine ferme…
Che posto troverò per voi
nella memoria,
per voi e per le colme cupole
che ammaìna Roma nell’ombra?
I pini della Salaria
non hanno pigne
da far scoppiare al fuoco,
pigne calde da mettere
nel cavo petto dei morti.

 

da Tutte le poesie, Besa editrice

One comment

  1. Bodini canta l’afasia, l’ammutinamento delle parole, la lettura ultimativa della poesia come se questa possa essere dichiarazione ultima, visione comprensiva e sintetica del mondo, E la negligenza della parola che si sottrae a un’ulteriore azione comunicativa, che quasi sottende una definizione sommatoria, assume tutta la dolcezza della percezione dell’essere prima del non essere più. Nel contempo tale afasia è un canto celebrativo che si pone la questione del poter tramandare il quotidiano e l’eccezionale, lo sguardo sulle cose, sulle azioni, sull’amore, sulla oleografica solennità delle architetture romane, ostese come vele. il cuore del poeta è voce, è latrato, è verso animalesco e umano, porta con sé l’atavica ontologia dell’essere vivente parte di un organismo vivente onnicomprensivo, come è la natura, e da quella condizione ricava il motivo dell’assolo, del verso ululato, del grido di appartenenza a queste pietre che oggi calpesta, a questa luna che oggi osserva stagliarsi sul nero della notte. Ogni uomo, che sente di essere un eterno atto infinitesimale, un percettore sensibile, un osservatore agente in un contesto grande e microcosmico al tempo, percorre le stesse strade punteggiate dagli ombrelli di pino e si riconosce nel poeta.

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