Giorno: 12 luglio 2019

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre: una lettura pedagogica (di Cristina Polli)

Elena, Ecuba e le altre. Una lettura pedagogica.

Nella sua ultima raccolta, Elena, Ecuba e le altre (Arcipelago Itaca, 2019), Maria Lenti segue tracciati intenzionalmente divergenti e rappresenta miti e storie del patrimonio culturale occidentale in una versione inedita dando voce alle donne.
Versi sapienti e curatissimi stroncano tante delle motivazioni addotte dagli dei e dagli eroi per le loro azioni di cui rivelano mancanza di ascolto e di empatia; rivoltano le vicende e i vissuti ponendoli su scenari aperti dal sentimento, dal dialogo, dalla predisposizione all’ascolto e all’inclusione dell’Altro; cesellano la grazia del dono e l’ironia che distanzia e amplia la visione. Insegnano.
Leggendo diventiamo consapevoli della possibilità di una interpretazione plurale e sfaccettata, della possibilità di un mutamento delle consuetudini di lettura nel segno di una ricezione attiva che implica il principio della scelta, il vaglio critico che consente di andare oltre.
“Oltrecanone” come scrive Alessandra Pigliaru nella sua precisa ed efficace prefazione riportando in nota il riferimento a un lavoro omonimo del 2015 a cura di Anna Maria Crispino. Oltrecanone come moto che in questa raccolta oltrepassa con un doppio movimento, percorso e sguardo interno ed esterno, il sistema e il canone in cui siamo soliti rispecchiare la nostra personale immedesimazione di lettori.
Ma la poetessa ci avverte subito che l’immedesimazione qui non è inconsapevole e che il lettore ha un ruolo attivo di analisi e valutazione. Le figure vengono poste in una collocazione prospettica che le distanzia e crea lo spazio per la nostra riflessione (11):

Arianna a Nasso

“Teseo al largo già
 dolente e fiero

Arianna a Nasso
leggera e liberata”

Oppure prendono la parola ed esprimono un pensiero altro che porta a un atto libero dall’appropriazione (73):

Policasta a Telemaco

A Pilo nella vasca d’oro
ti ho lavato
non furtiva accarezzato.

Ricorderò che tu ricorderai.

Per ragioni legate a motivi professionali mi viene alla mente una raccolta di scritti che ho molto amato: Il conoscere. Saggi per la mano sinistra, di Jerome Bruner, di cui è uscita nel 2005 la seconda edizione.[1]
Bruner sostiene che alla formazione della persona concorrano sia il pensiero razionale che il pensiero narrativo. La narrazione contribuisce a sviluppare la capacità di giudizio e lo spirito critico, spalanca le porte al possibile, al plurale. Nella sua opera di psicologo e di pedagogista crea un’apertura, dice che l’istruzione razionale, su cui era basato il sistema scolastico americano, non basta. Rendendo esplicita questa evidenza, crea consapevolezza. (altro…)

Martina Campi, Quasi radiante (recensione di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Quasi radiante

Un libro doloroso, un libro che fa bene. Si sta meglio dopo la lettura di Quasi radiante (Tempo al Libro, 2019, con prefazione di Fabio Michieli e postfazione di Sonia Caporossi). E ciò accade sia per le misteriose magie della poesia, che non mi azzardo a sminuire sovrapponendovi il mio commento, sia perché Martina Campi ha il dono di una purezza del sentire e del dire per cui ogni sofferenza contiene già la sua catarsi. Il percorso di Quasi radiante potrebbe essere sintetizzato così: se Nadia Campana procedeva “verso la mente”, Martina Campi si muove verso il corpo, verso la sensibilità e le sensazioni: non per autobiografismo narcisistico, ma perché la mente sembra aver fallito la sua presa sul contemporaneo, perché l’intelletto non è abbastanza a rendere più umana la contemporaneità, perché «ci vuole anche il sudore per ritrovare il proprio posto sotto il patio e poi ore di silenzio, per averne la certezza; quella che non illude ma illumina lo stomaco e ha già aperto le mani»; perché occorre l’apporto della sensibilità e della dimensione sensoriale per riscoprire i benefici della comunicazione e dell’empatia.

Comunicare se ne va da noi,
qui ci fermiamo con le bandiere abbassate
alla chiarificazione arida come le sponde
all’indietro su bicchieri tenuti
con i gesti antichi dell’abitudine.

Scrive Fabio Michieli nella Prefazione che il discorso dell’autrice «assume i contorni di una confessione e i tratti di una preghiera laica al contempo, scandite in sequenze di tre componimenti introdotti, o anticipati se si preferisce, da una sorta di breve prosa poetica, un ‘argomento’ diremmo se trattassimo del primo Dante; un’architettura solida a cui fa da contraltare (paradossalmente) una sintassi frammentata, franta, disgregata, nella quale agiscono forze di rottura con la tradizionale struttura della frase (frequenti, per esempio, le dislocazioni a destra), ‘quasi’ a voler marcare il territorio cedevole, caduco, indeterminato, della parola che tenta di costruire il pensiero, catturarlo, proprio nel momento in cui ascende; e questo perché la poesia ha bisogno principalmente di interrogare il linguaggio per poter interrogare le cose, poiché ‘la parola poetica – ci dice Guglielmi – resta più che mai una parola improbabile in un mondo retto dalla necessità’». (altro…)