Corpo a corpo con Sotirios Pastakas, di Emiliano Ventura

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas

di
Emiliano Ventura

Sono passati molti anni da quando Mario Luzi mi parlava di Kostantinos Kavafis; oggi è Isabella Vincentini a parlarmi della poesia di Sotirios Pastakas; è sempre un poeta italiano, o una poetessa, a condurmi verso la Grecia.
Il maggior poeta greco è venuto a Roma, il 29 giugno scorso, per un incontro-lettura sulla sua poesia, introdotto da Elio Pecora e Marinella Linardos della Comunità ellenica di Roma.
Si registrano le solite, attese, defezioni. Mentre l’accademia è intenta a costruire carriere sull’algoritmo di indicizzazione, la stampa italiana si bea dei suoi maestri (Biagi, Montanelli, Barzini) senza capire che chi cerca ancora maestri rimane per sempre allievo. Nessuno presta attenzione all’evento di poesia greca, e non solo, lo si lascia passare inosservato senza un riscontro adeguato, opportuno, dovuto, mentre si celebrano le chiacchiere e le cronache sentimentali dell’ultimo letterato à la page. Fortunatamente risponde il pubblico dei cultori, degli appassionati e amanti della poesia.
Conto i decenni da cui un incontro con un grande poeta non fa notizia, una ventina dall’indifferente accoglienza delle Operette morali, una quindicina dal processo a I fiori del male. Eppure la modernità agonica del poeta si declina da quei nomi da due secoli. In questo il Corpo a corpo di Pastakas non fa eccezione, ma gode di ottima compagnia.
L’incontro è stato organizzato grazie alla volontà di Isabella Vincentini e di Marinella Linardos (comunità ellenica di Roma), dalla disponibilità di Pastakas e dalle comuni risorse personali. In Italia le cose migliori vengono sempre fatte dalla volontà dei singoli, finché ce ne sono, e non più dalla responsabilità delle istituzioni, ma tant’è, ne dobbiamo prendere atto con attonita lucidità.
Elio Pecora è in gran forma nel presentare la poesia di Pastakas, ci racconta delle cinquanta poesie perfette di Sandro Penna, mentre il poeta greco, da par suo, non si risparmia nella lettura in greco della sua opera e ricorda la necessità di Walt Whitman di esprimersi in versi liberi. I due poeti sono legati da amicizia ed Elio Pecora è stato particolarmente generoso, sia nei commenti che nel fornire nuovi spunti di letture e approfondimenti.
L’evento, al Book store del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, supera le due ore senza che nessuno se ne accorga, grazie alla poesia ironica, quotidiana, ma così enormemente straripante di vita vissuta.
Sotirios Pastakas parla perfettamente italiano, ha studiato a Napoli e a Roma, ha vissuto a lungo in Italia e ha iniziato prima come traduttore dei nostri poeti, Penna, Sereni, Pasolini, Saba. Solo in un secondo momento è nata la sua poesia che oggi è tradotta in dodici lingue.
Mentre Einaudi pubblica le poesie di Eugenio Scalfari, la poesia di Sotirios Pastakas viene edita dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzheimer (Inedito).
Egli stesso si definisce «psichiatra fallito alcolista»[1] e afferma: «Sono cattivo e lo sapete tutti […] sono un felice uomo cattivo».[2] Il sorriso di Aristofane mentre scrive, ne Le rane, l’agone tra Eschilo e Euripide deve essere stato simile a quello di Sotirios mentre legge e commenta le sue poesie, non credo sia solo un personale pregiudizio filologico, ma una semplice affinità somatica.
Scrivere di un poeta contemporaneo, che abbia solo trenta anni di poesia alle spalle, consegna inevitabilmente pochi strumenti critici su cui fare affidamento, una ancor meno nutrita storiografia.
È stato definito ‘poeta dallo sguardo’ che scava le ferite del corpo e della vita; per la sua poesia si parla di ‘nomadismo’, i toni sono antilirici e quotidiani, lontano da antiche mitologie. È poco per il maggior poeta greco, ma è anche l’occasione per una avventura critica, un’esegesi, completamente nuova.
L’antico vizio da ‘damerino dell’estetica’ (così David Foster Wallace definisce, autoironicamente, il proprio rigore filologico) conduce a scovare la sinopia sotto l’affresco, capire da dove proviene la sua poesia: «Il mio gatto barbuglia/ Mentre gli gratto la pancia./ Se riuscissi a sfamarmi/ Carezzandomi la mia, /così come mi carezzo il cazzo/e vengo, sarei/ il più felice degli uomini».[3] Questa è l’inconfondibile dossografia di Diogene il cinico; «solo chi ha molto amato, può nuovamente amare»,[4] è un’eco della poesia di Pasolini, ma soprattutto il verso finale «e subito si fa giorno»[5] è un chiaro omaggio a Quasimodo. La filosofia dei cinici, il nomadismo di cui si parlava, si rintraccia nella fuga dei cinici (Diogene) dalla polis, e poi la poesia italiana del Novecento, sono queste le fondamenta sui cui, Pastakas, costruisce la poesia. Eppure questo vizio da ‘damerino dell’estetica’ riconduce al vecchio errore di guardare il dito che indica luna, perdendo lo splendore notturno della stessa. E la poesia di Pastakas risplende come poche altre, uno splendore filtrato da uno schermo smerigliato, ma pur sempre luminoso.
Mi aspetto di ritrovare la visione omerica della poesia, ovvero la salvezza possibile grazie al canto poetico che favorisce la gloria impedendo l’oblio:

La poesia, in verità vi dico, non ci salverà
dagli errori fatti. Ci consola
soltanto e diventa complice,
miei giovani fratelli in arte,
per ripeterli e migliorarli: in un terzo libro,
in un secondo matrimoni.[6]

Non è così, la poesia non salva ma al massimo consola, puoi solo sbagliare al meglio delle tue possibilità, nel prossimo libro o nella prossima relazione.
Potrò rintracciare, in Pastakas, l’antica dialettica relazione tra bello e buono, kalos kai agathos:

Non mi lamento.
Mi è andata bene
nella vita: sono riuscito
ad acquistare un attico.
Finalmente posso piangere
con vista Partenone.[7]

È un altro paradigma a cui si riferisce, forse la disperanza, crasi tra la speranza (è andata bene, non mi lamento) e la disperazione (piangere con vista Partenone), finisce per spiazzare ancor di più i pregiudizi e le aspettative del lettore. Che sia questo sguardo obliquo, la continua disattesa di ogni premessa, lo scarto improvviso da ogni acquisita semantica, la cifra più autentica del poeta dello sguardo?

Il dolore comincia quando scordiamo
la ferita. Il foro d’uscita del proiettile
non c’è. Quello d’entrata è
guarito e si è rimarginato.[8]

Ancora mi aspetto di trovare elementi strutturali della poesia greca. Non vi è traccia apparente dello psògos, delle accuse e critiche, anche scurrili, che il coro della commedia rivolgeva al potere politico, democratico o tirannico, degli homoioi greci tra il pubblico. I riferimenti allo stato attuale della Grecia (e della crisi) non hanno i toni della veemente azione politica, dell’engagée. È come se accusa e critica, in questo corpo a corpo, non avessero senso, la battaglia è più essenziale, più basilare. Non c’è più in gioco l’ideale democratico, le varie forme di libertà, i diritti civili, la partita si gioca ormai sulla dignitias personae e sull’humanitas, il pasto quotidiano si fa fondamentale:

Apro una conserva di tonno
Rio Mare per me
e una di cibo per gatti
per Jorge.
Con le moderne
scatolette
non puoi
scannare nessuno.[9]

Tragedia e commedia non alcun modo di essere, non hanno più senso, sono state sostituite dalla farsa, e come puoi criticare e accusare un buffone farsesco (non puoi più scannare nessuno) senza cadere nello stesso illogico terreno dialettico? Agisci al contrario, fornisci dignità poetica alla banalità della scatoletta di tonno, rendi umano l’uomo che ha dimenticato di esserlo; sembra questo il fine a cui tende la poesia di Pastakas.
L’esatto contrario dell’operazione di Marcel Duchamp, non la dignità artistica a un oggetto quotidiano (l’orinatoio), ma l’essenziale, vitale, dignità del cibo quotidiano (Rio Mare). Questo è l’agone fondamentale, il corpo a corpo, che il poeta, come un pugile, si ostina a sostenere.

Con forchetta e a volte
senza coltello
mangiamo la nostra morte
quotidiana.[10]

Sicuramente è il poeta dello sguardo, quanto meno perché non lo è del senso tattile, la sua poesia provoca la continua disattesa delle premesse; si presenta la curva improvvisa e non segnalata, l’atto cognitivo è costretto al controsterzo per non finire in testacoda.
La raccolta Monte Egaleo è del 2009, usa il punto di osservazione di un attico del settimo piano per osservare Atene, la sua Atene: «Da quassù amara consolazione/ guardare la Polis/ costruita per errore […] Moltissimi sono i rapaci nel cielo dell’Attica […] Non ho mai visto/ un arcobaleno/ sopra l’Acropoli».[11] Il Monte Egaleo è un’altura di circa quattrocento metri dalla quale si lascia vedere la città ma anche il mare e Salamina, il luogo della battaglia navale tra ateniesi e persiani. Sul Monte Egaleo si era sistemato Serse, re dei persiani, per assistere alla vittoria certa della sua flotta, Temistocle e gli ateniesi ‘disattesero le premesse’ del re vincendo la battaglia, la piccola polis greca che sconfigge il grande impero persiano.
Ciò che stupisce non è tanto la felice metafora dell’attico al settimo piano come personale Monte Egaleo, ma il punto di vista in cui si cala il poeta greco, non ricorda la vittoria di Atene ma la grandiosa sconfitta della Persia. Lo aveva già fatto Eschilo, è vero, ma aveva esaltato Atene, Sotirios Pastakas la definisce “costruita per errore”. Un understatement inglese non è credibile così come la pudicizia o la modestia; forse la consapevolezza che si perde solo ciò che è grandioso, il dispendio improduttivo del potlatch? Greci, italiani o europei stiamo sperperando la nostra grandezza?
Ci sono troppi indizi che, da diverse fonti, ripresentano lo stesso problema, la sentenza hölderliniana che dove maggiore è il pericolo cresce anche la salvezza comincia a non essere più sufficiente. A questo punto, se fossimo in fumetto, apparirebbe in cielo un segnale luminoso di allarme; accorrerebbe un supereroe, solo che non è più tempo per gli eroi e si regista da decenni la morte di Dio, resta il poeta, il felice uomo cattivo:

Se non puoi aiutarci, Signore,
non importa: ce l’abbiamo fatta
pure stanotte a vedere l’alba, dritti,
prontissimi per il nostro ultimo salto.[12]

Mentre la scienza ci fornisce un metodo e insegna a ripartire, sperimentando, dall’errore, la filosofia ci abitua allo stupore, ma è solo la poesia a consegnare certezze. Non ho bisogno di fare a Sotirios, mentre scrive la dedica al libro, la domanda a cui ha già risposto: «Uno che ha perso tutto quello che aveva da perdere/ alla fine perde anche il sonno».[13]
Grazie Sotirios Pastakas, «in un giorno così perfino io avrei scritto poesie».[14]
Riporto una delle sue liriche più note e tra le più belle.

GRECIA IN MOTORINO

La Grecia viaggia a quaranta all’ora
come un motorino sul lungomare.
La massima velocità possibile
coincide con la potenzialità
dello sguardo innamorato:
di registrare, di saziarsi,
di ricordare. La luce nelle minime
sue inclinazioni, l’ondeggiare
del mare e la direzione del vento.
La Grecia e il suo passeggero
che l’abbraccia chiudono
gli occhi insieme:
lui non saprà mai cosa fosse
per lei né lei
tutto ciò che lui le deve.
Grazie alle marce basse
la Grecia è il solo paese
dove il tramonto
verso Capo Sunio, o al ritorno,
può durare una vita intera.

 

© Emiliano Ventura

 

[1] Sotirios Pastakas, Corpo a corpo, Postfazione di Lea Meandri, Multimedia Edizioni, Salerno, 2016, p.121.
[2] Ibidem, p. 127.
[3] Ibidem, p. 111.
[4] Ibidem, p. 67.
[5] Ibidem, p. 53.
[6] Ibidem, p. 29.
[7] Ibidem, p. 91.
[8] Ibidem, p. 67.
[9] Ibidem, p. 113.
[10] Ibidem, p. 109
[11] Ibidem, p. 93
[12] Ibidem, p. 85.
[13] Ibidem, p. 99.
[14] Ibidem, p. 25.

One comment

  1. Pesa la tradizione di origini comuni. Pesa come macigno. Ma Sotiris Pastakas è un poeta intelligente e indipendente e una sua poesia può celebrare la sua intelligenza nei rituali compiuti con le parti del corpo maschile e nello stesso modo intelligente e indipendente da festeggiare la tradizionale dipendenza-indipendenza con la mitologia e la storia greca. Bisogna leggerlo tutto.

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