Mese: luglio 2019

PoEstate Silva: Riccardo Canaletti, Poesie da “Sponde”

 

La fermata di Rimini a metà nel tragitto andato
trascorso in silenzio, accanto all’uomo che dorme.
Arrivare è questione di ore, di ora. E forse
è più che un andare dove si era cresciuti,
addensati nel mistero di una camera nascosta
al giorno, nel dettato inumano di un altro essere umano
così simile a te, così distante.

 

 

Eccomi, sono di nuovo con te
ti affilo le mani. Non consumare.
Che la parola menta al tuo posto.
Ho trovato il mistero che ti hanno nascosto
alla nascita: di me ti sollevi il coraggio
la foce che infiamma dai fiumi, che annega.

 

 

Non puoi sottrarti, arrivare a zero
non puoi consumarti, spenderti
nel colore meticcio prima del buio.
La luna non imbarca la costa,
il litorale con il litorale in pietra.
Né il luogo vuoto della corsia d’emergenza,
la falsità che è nei pini marittimi
e la sveglia raso pelle della zanzara,
l’ora adatta per iniziarti al fuoco.
Né l’acqua, qui a commisurarti la vocalità.

 

 

Sul morse della serranda punto linea punto.
Il sole recidivo tra le tende.
È un lamento innominato che significa sorpresa,
pomeriggio a gocce di cicale e auto solitarie.

Non avrai pensato che questo fosse mio,
di un bianco che riversa nel convesso del pensiero.

 

© Riccardo Canaletti, Sponde, Arcipelago itaca 2019

Fresco di stampa (il colophon recita “luglio 2019”), Sponde segna una svolta più razionale della poesia di Riccardo Canaletti; svolta già intravista – a rigor di cronaca – nei componimenti che sono apparsi in rete tra la pubblicazione della prima raccolta e questo nuovo capitolo. Si tratta di una poesia più meditata, meno istintiva, dove anche i sentimenti sembrano volere esseri controllati dal pensiero, e questo controllo è sicuramente una conseguenza degli studi e delle letture di Canaletti. Ma ricondurre tutto a questa facile e sbrigativa etichetta equivarrebbe a liquidare un intero discorso con una rapida definizione che nulla, in realtà, dice.
La lettura di Sponde restituisce un’idea di una ricerca poetica che, per quanto iniziata da poco, e quindi per forza di cose in evoluzione, in crescita, continua a fare tesoro di letture e della sedimentazione di queste; un’immagine su tutte: «l’uomo che dorme» nel vagone del treno in cui viaggia l’io della prima poesia, che non può non far pensare al giovane marinaio della prima poesia di Sandro Penna, e a moltissime altre descrizioni di viaggi in cui chi scrive osserva l’umanità che passa fuori dai finestrini insieme a quella che si ritrova a condividere un momento.
Ecco! Fotografie di istanti, di momenti; attimi di vita vissuta con intensità e che il pensiero, la riflessione, cercano di comprendere (tanto nel senso di analizzare, quanto nel senso di racchiudere e perciò preservare) per dare significati ulteriori all’esperienza, e non limitare la stessa a una serie concatenata di eventi che nulla dicono a chi se li ritrova poi sulla carta (idea perfettamente sintetizzata in quel «dettato inumano di un altro essere umano»).
E forse proprio per questa dimensione più distesa verso il pensiero, anche il verso si distende, si dilata, fino a raggiungere estensioni ipermetre, al limite del narrato nelle quali più forte si sente la volontà di contenere, di controllare l’osservazione della realtà (a scapito – forse – di una più completa realizzazione dell’immagine pensata).
Eppure, anche là dove il rischio di perdere il controllo del proprio dettato sembra in agguato, ecco che Canaletti riesce a chiudere, nuovamente nella metafora del viaggio, un discorso che lega le sponde della ricerca; una ricerca, sia chiaro, che non si riduce alla sola osservazione da un luogo sicuro, protetto, chiuso: no!, l’osservazione della realtà è condotta da un io che si cala nella realtà, nella dimensione umana, per esperire il tutto per poi, con un salto razionale che restituisce la reciprocità (così Pellegatta nella breve prefazione) tra soggetto e oggetto, elevarsi a discorso universale, a poesia. (fm)

Racconti per l’Alzheimer Fest #1

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

– – –

Che bel gattino

Qualche giorno fa, durante la visita di controllo, la neurologa ha chiesto a mia madre se le piacessero gli animali.
– Certo, quando ero piccola avevo due gatti. Mi sono sempre piaciuti!
Così, parlando in disparte con la dottoressa, inizio a pensare che forse potremmo provare con la pet therapy, nel tentativo di stabilizzare il suo umore.
Dopo circa una settimana, un’amica di mia sorella ci porta a casa un gattino appena svezzato.
Lo portiamo a mia madre che subito si mostra entusiasta: Ma che bello, come si chiama?
– Hai visto? Ti piace?
– Sì, è molto bello.
– Non ha ancora un nome, gliene scegliamo uno insieme?
– Va bene, risponde mia madre. Poi, mentre sorride, mi guarda e si dirige verso il ripostiglio. Io mi giro verso il gattino, che nell’atrio zampetta e annusa tutto quello che può. In quel momento mia madre arriva con una scopa, apre la porta e lo sbatte fuori.
– Ma mamma, che fai?
– Lo sbatto fuori, che faccio?
– Ma se ti piaceva?
– E che vuol dire? Pure il vicino mi piace, ma mica me lo sono messo in casa.

(L.P.) (altro…)

Comunicato stampa: Il canto libero delle stelle mediterranee

 

Il canto libero delle stelle mediterranee

5 agosto
Giardini della Filarmonica
via Flaminia 118
ore 21

Nell’ambito della XXVI edizione della rassegna I solisti del teatro, il 5 agosto alle ore 21.00 debutta a Roma il reading musicale Il canto libero delle stelle mediterranee di e con Francesca Bellino (narratrice), con Stefano Saletti (oud, bouzuki, percussioni), Barbara Eramo (canto) e intermezzi vocali di Alessandra Mosca Amapola.

Il canto libero delle stelle mediterranee nasce dal desiderio di raccontare le esistenze straordinarie di alcune delle più autorevoli cantanti del mondo arabo-mediterraneo e di celebrare il potere liberatorio della voce.

Per smentire il pregiudizio che cristallizza l’immagine delle donne arabe in signore velate, sottomesse e ammutolite, basta dare un’occhiata alla storia della musica arabo-mediterranea del ’900 e scoprire figure femminili emblematiche, lontane dagli stereotipi diffusi in Occidente.

Questa storia ci parla di cantanti autorevoli, forti e libere che sono riuscite a tirare fuori la Voce e a essere padrone del loro destino, dalla diva egiziana Umm Kalthum, “la madre di tutti”, alla principessa drusa Asmàhan, dalla cantante tunisina di origine berbera Saliha e alla star libanese, ancora vivente, Fairuz, donne che si sono fatte strada negli stessi anni in cui sull’altra sponda del Mediterraneo, sull’isola della Sicilia, nasceva, lottava e cantava la nostra Rosa Balisteri, simbolo italiano dell’emancipazione femminile passata attraverso il canto. (altro…)

PoEstate Silva: Luca Picco, Tre poesie inedite

 

Ascoltiamoci. I cani questa notte
abbaiano alle foglie di platano
in volo; e come formule matematiche
promettiamoci. Sicuramente io e te
domani all’amore ancora staremo
ordinati come eleganti proporzioni.

 

 

Nelle nostre intimità
i rudi inverni mai più
saranno esamini stagioni
fin quando un tuo bacio
simile a formica ubriaca
saprà diradare la macaia
di nubi e ghiaia grigia
depositata su noi due.

 

 

Prima di vederci, ricordo
vestivamo di pelle d’oca
e sorrisi; ma già allora
inesauribile era la poesia
mangiata, non saziava
bevuta, non dissetava
lottava contro la parte di noi
che odiava la parte che amava
odiare ancora amarci.

 

Luca Picco, nato a Udine nel 1981. Laureato in Lettere e in Storia della Scienza, lavora quotidianamente le parole per professione e passione. Ha pubblicato Verso Walden, sua prima raccolta poetica, nel 2018 in cinquanta volumi unici, rilegati a mano e numerati per una scelta di autoproduzione totale. È curatore di Incroci, un progetto di artigianalità editoriale.

PoEstate Silva: Victor A. Campagna, Poesie inedite

 

Terzo

Quando eravamo ancora nella mantellina
di pianeti progressivi, ecco, eravamo là.

A un certo punto, abbiamo evaporato il pianeta,
e ci siamo dovuti infliggere la nostalgia di partire,
avevamo raggiunto una ventata tecnologica incredibile
e abbiamo colonizzato un pianeta. Qua v’erano
ominidi che specchiati mugugnavano e intessevano
con le lance il loro cibo.

Noi li abbiamo guardati da esseri viventi e loro
ci scambiarono per dei. Eravamo invece dei cretini,
delle bestie idiote, abbiamo distrutto le nostre case,
ucciso tutto quello che avevamo e ora,
guardate che ne è rimasto: metano, gas,
carbonio assoluto, vita zero, residui di acque, crateri.

Non è rimasto più nulla. Nemmeno gli dei.
E io, Pan, sono qui a raccontarvelo.

Ho deciso di farmi tra gli uomini per questo.
Rimanere nella foresta, denudarmi, ero il più
particolare tra gli illuminati. Non a caso diwos
significa luce. Venivamo da luci accecanti,
spondiliti del cielo.

A me faceva senso volare.

 

 

Ci sono aree di destino
come disegnate su porticcioli, moli,
intessuti di catrame e disperazione.

Io mi sono spesso ritrovato a passeggiarvi accanto
e vi ho trovato ogni giorno casi disparati,
avvolti talvolta in mantelline, felpe, maglioni,
maglie scolorite, digesti allargati, disturbi
apocalittici intorniati di qualcosa, di qualche
disinibita attenzione al dettaglio, alla macula
specchiata di una vuota rotatoria,
dove poche macchine, sole, si allargavano
in un abbaglio di natura, coi navigatori accesi
l’urlo di una tecnologia Bluetooth.

Da quest’assenza di contatto,
che si passa in aria, come pandemia,
mi sono ritrovato immischiato.

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Bustine di zucchero #6: Alberto Vigevani

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Vigevani

Il fiore divelto, tagliato d’improvviso o «sgualcito», come a figurare simbolicamente la fragilità della vita, è un’immagine presente pure in una poesia di Cesare Viviani, che dice: «Ha conservato il suo colore rosa il fiore/nel buio della notte./Quando una lama lo tagliò non ci fu terrore,/non ci fu dolore, per il fiore/fu come un improvviso colpo di vento». Il passaggio cruciale del vento in entrambe le poesie sta a rappresentare una causa esterna e repentina capace di mutare l’ordine naturale e quotidiano della vita, talvolta con effetti drammatici. Un colpo di vento – il futuro passaggio di un convoglio o una lama – nel silenzio e nell’indifferenza del mondo va a recidere, rovinare con un taglio netto un fiore; un fatto minuscolo nella sua espressione, invisibile agli sguardi. Eppure è l’invisibile a contare di più poiché rivelatore. Così, in maniera affine al principio del passaggio (perché nulla resta come prima), il vento suggerisce una riflessione sul tempo, uno dei temi-chiave della poetica di Vigevani, concepito – afferma Enrico Testa nella curatela di tutte le poesie riunite sotto il titolo L’esistenza – come «una corsa rapinosa e fuggevole» (il corsivo è mio) che condurrà man mano verso la dirittura di arrivo di ogni vita. E ritornando un attimo a Viviani, a conferma dell’idea di un tempo corsaro, leggiamo: «Arriva un tempo in cui finisce il tempo/e sempre più si assottiglia e aderisce/alle rughe della terra e dei massi». Il tempo diventa sottile e diafano fino ad aderire alle rughe della terra, la materia di cui siamo fatti. Noi siamo un tempo incarnato in un corpo fallibile, ossia defettibile, tendente a perdere cellule e neuroni nei giorni. Ma il riscatto di questo passaggio è la coscienza che ci fa cogliere la franca sostanza del vivere e ci fa catturare i significati imboscati dietro piccoli accadimenti solo apparentemente inutili.

Bibliografia in bustina
Alberto Vigevani, L’esistenza. Tutte le poesie 1980-1992 (a cura di E. Testa), Torino, Einaudi, 1993, p. 137
Cesare Viviani, Credere all’invisibile, Torino, Einaudi, 2009, pp. 5 e 69

I poeti della domenica #378: Fabio Pusterla, “Eccomi qua nel buio”

 

Eccomi qua nel buio
ed è lontano
il trotto dei cavalli, il passaggio
di corpi e luci e sagome sull’acqua.
Lontano il fuoco, le voci.
Eccomi nella torba.

O forse dovrei dire
che io sono il lontano
trottare dei cavalli, io il passaggio
di umani nella neve, di barche traballanti sulle onde.
Ciò che resta del fuoco, delle voci.
Goccia nella caverna, muschio
sopra la roccia. Traccia, graffito,
immagine slavata.

 

da Bocksten, Marcos y Marcos, 1989 (2003)

I poeti della domenica #377: Fabio Pusterla, “E c’era solo acqua, e riquadri di terra”

E c’era solo acqua, e riquadri di terra:
acqua piatta, solo a tratti increspata
da lontanissimi miti, avventure,
e terra scura, crosta
profonda, dura,
con sotto qualcosa pulsante,
forse maleodorante, forse no.
Alcuni hanno scelto il mare, il suo rollio.
Altri coltivano segale, radici,
e danzano la notte attorno ai fuochi.
Io scavo, scavo, non so perché.

da Bocksten, Marcos y Marcos, 1989 (2003)

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

Ostri ritmi la serie completa

Anche per quest’anno si conclude la serie di Ostri ritmi, rubrica curata da Amalia Stulin e dedicata alla poesia slovena contemporanea. Segnaliamo come sempre gli appuntamenti di questo ciclo e ringraziamo Amalia per la cura con cui ha tradotto gli autori proposti.

la redazione

OSTRI RITMI #20: ALEŠ DEBELJAK

OSTRI RITMI #21: PRIMOŽ ČUČNIK

OSTRI RITMI #22: LUCIJA STUPICA

OSTRI RITMI #23: TONE ŠKRJANEC

OSTRI RITMI #24: PETER SEMOLIČ

OSTRI RITMI #25: MATJAž PIKALO

Per le annate precedenti qui

Ostri ritmi #25: Matjaž Pikalo

 

Rojstvo vesolja

Galaksije se zbirajo v jate, Zemlja
je žejna, čaka na zadnje dni, na
dež, ki prihaja. Vesolje se še zmeraj
trese, in čeprav so od velikega poka,
praeksplozije prostora samega, minile
še milijarde let, slišimi pojemajoči
odmev stvaritve. Pika sem, natakarski
učenec, nekdo mi je dal ime, da bi se
pošalil z mano. Zdaj poznam vpliv
gama žarkov na rast mesečkov. Ne
sovražim sveta, v katerem bivam, čeprav
včasih mislim, da bi zaslužil kazen.
Moja radovednost je enaka natančnemu
opazovanju gibanja zvezd, ki ga je v
službi kitajske cesarske vlade izkazal
Yang Wei Te. Sem edina priča novi,
strahoviti eksploziji, ki je povsem
raznesla mogočno zvezdo.

.

La nascita del cosmo

Le galassie si riuniscono in banchi, la Terra
è assetata, aspetta gli ultimi giorni, la
pioggia che sta arrivando. Il cosmo
sta ancora tremando e seppur dal grande scoppio,
la pre-esplosione dello spazio stesso, sono
passati già miliardi di anni, sento l’eco
morente della creazione. Sono un punto,
un’apprendista servitore, qualcuno mi ha dato un nome
per prendersi gioco di me. Ora conosco l’influsso
dei raggi gamma sulla crescita della calendula. Non
odio il mondo in cui abito, benché
a volte pensi che meriti una punizione.
La mia curiosità è uguale alla precisa
osservazione del movimento delle stelle, che
Yang Wei Te ha dimostrato al servizio
del potere imperiale cinese. Sono l’unico testimone della nuova,
mostruosa esplosione che ha completamente
distrutto l’immane stella.

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‘Pentesilea, il pericolo della città diffusa’ di Chiara Pini

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là“, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire. – Ma la città dove si vive? – chiedi. – Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi. – Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene? – No, prova a andare ancora avanti. Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

La seconda definizione che Italo Calvino ci lascia riguardo ai classici, nel noto saggio a loro dedicato, è che «essi costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli».[1] Questa definizione ben aderisce a quanto ha significato per me la rilettura de Le città invisibili. Molto è stato detto e scritto in merito a quest’opera; anche in «Poetarum Silva» vi è un contributo significativo di Alessandra Trevisan e Maddalena Lotter a cui rimando e invito a leggere. In questa sede, non è mio intento riproporre un’analisi del testo, bensì soffermarmi su alcuni aspetti che riguardano il nostro contemporaneo, di cui Calvino è stato magistralmente il precursore. Il valore antropologico di cui è portatore una città, di qualunque dimensione essa sia, è rilevante non soltanto a fini descrittivi ma, mi si consenta, anche energetici. Una città è il risultato di un impianto urbanistico, di un ambiente, di una storia, di una lingua, di un tessuto sociale e non di meno delle energie e dei pensieri che la animano: il dialogo e la partecipazione attiva al confronto tra questi fattori determina, nel corso della storia, la bellezza e la fortuna di una città. La Geografia stessa, nell’ambito della didattica e della ricerca, ha introdotto il concetto di Porte della Geografia, intesi come strumenti indispensabili per determinare le coordinate dei diversi punti di osservazione di un’area geografica. La Geografia ha sentito la necessità di puntualizzare il significato di alcune categorie che vengono spesso considerate sinonimi e che invece sono portatrici di valori profondi e, soprattutto, di punti di osservazione differenti. Ai termini Spazio, Ambiente, Territorio, Paesaggio, dalla connotazione prevalentemente tecnica e geografica e strettamente connessi alle tradizionali discipline in dialogo con la Geografia, è stato aggiunto anche il termine Luogo, che di scientifico ha ben poco, inteso come lo spazio vissuto, il centro dell’esperienza umana.
La consapevolezza di questo sguardo sul mondo, legato ad una disciplina e svincolato dall’ambito meramente letterario, la rilettura delle Città invisibili, l’osservazione diretta della geografia nella quale vivo e trascorro il mio vissuto, hanno acceso l’entusiasmo nella rilettura di quest’opera, il cui tratto principale sembra non essere più l’immaginazione quanto il ritratto di una realtà sconcertante. Calvino ha anticipato, sapendo ben interpretare i segni del suo tempo, una trasformazione delle nostre città, che già era stata messa in atto ma che ai più non risultava ancora intellegibile. Calvino, capace di visioni esatte, negli anni settanta è stato in grado di cogliere la direzione dello sviluppo urbanistico ed energetico del nostro territorio, in una proiezione che non poteva prescindere dai tre assi temporali di presente, passato e futuro, come uno specchio fedele e realistico di quel futuro, già presente, in chiave fantastica. Mi riferisco in particolar modo alla sezione delle città continue, che tanto, soprattutto nell’area del nord-est italiano, ma non solo, svelano il modello di città diffusa e denunciano impellenze oggi ormai improrogabili. (altro…)