Giorno: 21 giugno 2019

Poesie (inedite) di Federico Preziosi

L’IoNoi

È tempo di sanare la frattura
sopire il molteplice
essere l’uno, se mi riesce
un gesso su cui scrivere frasi
da rompere con un martello
quando sotto la pelle sarà gialla.
Essere ancora mille
schegge impazzite estratte dalla forma
solide, liquide, evaporate
inalate come ossigeno e
tramutate in pensieri delle azioni
che non corrispondono,
costruire il Paradiso Perduto
abbracciando l’Inferno
perché c’è verità nella menzogna
quando le carezze tremano
sotto lo scossone degli occhi.
Sono tutte le parti
i giochi sono sfatti: il materasso
cigola al peso del russare e
il mio vicino si lamenta. Dice
vorrebbe che impari un sermone
e più ripeto e mi ripeto
non sono io, non siamo noi, forse
ormai da un po’.

 

 

Non abbastanza da non bruciare

Sono tornato
al postremo mercato al postremo ricordo
cercando l’inutile scempio
la panchina del cruccio
su cui strozzavo un cactus. Contavo
le spine nei palmi e aghi aghi aghi
erano parte di me, del delitto imperfetto.
Ho sempre curato il fondo, il vuoto
spremuto le ossa in quattro
poi cinque fino a nove fiumi
tra il chiasso dei pioppi un profluvio
di una rocchetta, da un altro filo
a fare da ponte quel bene da dove
la carne piangeva – parlavo di bene
la lingua arroccava – ma era del bene
e dagli aghi mi sono impigliato
sull’irto dei rami.
Eravamo un ardore troppo rapido
per farne un fuoco,
ma non abbastanza da non bruciare
lo scartafaccio innervato dai fiori
e le poesie maledette a toccare
le tue corde vocali sul mio canto.

 

 

Se folate spalmassero
dritto in faccia il sentito dire,
screpolate gole

sfilerebbero l’addome tra canne
di bambù insanguinate.

Resterebbe un cavo la lingua
ricucendo parole
di Madre preda, abbandonata cieca
alla pietas rupestre

le papille raspose
portano peli,
tacciono cune versato il latte.

 

 

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Interessato da sempre alla musica, studia Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali pubblica l’omonimo ep e un disco, Unculture. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo facebook “Poienauti”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap.
Federico Preziosi, oltre a gestire “Poienauti” con Armando Saveriano, è moderatore su Facebook del gruppo Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei di Giuseppe Cerbino.
Le sue poesie, Coperte e Campo di colza sono state pubblicate rispettivamente su “La Repubblica – Milano e Napoli” nella rubrica “Bottega di poesia” di Maurizio Cucchi e Eugenio Lucrezi.

Sonia Lambertini, perlamara

 

Sonia Lambertini, perlamara, Marco Saya editore 2019

Recentemente uscito per i tipi di Marco Saya editore, perlamara di Sonia Lambertini è itinerario poetico nella ferita del tempo, nei giorni della spaccatura in tutte le sue gradazioni, dal graffio allo squarcio passando per la lacerazione. I giorni della spaccatura sono i giorni di un inverno tardivo e di una tarda primavera che si ostina a nascondersi.
Divisa in cinque sezioni, articolate a loro volta in quattro componimenti la prima e la seconda, in sei componimenti la terza, la quarta e la quinta, la raccolta perlamara colpisce e convince per la disposizione accurata e precisa delle parole e per il ricorso a strumenti espressivi che, nell’attraversamento dell’oscurità, permettono, come scrive Elio Grasso nelle considerazioni introduttive, dal titolo Fuori dall’epoca, di tirarsene fuori «per guardare in faccia qualcosa di gratificante […] perlamara, dopo aver innalzato rovine, rasenta novità formali senza tendere imboscate: parlando d’altro, parla esattamente – oltre che di scrittura – di poesia.»
All’interno di questa raffinata strumentazione mi sembra opportuno menzionare due elementi portanti: il ricorrere di alcune ‘presenze’ e, in particolare, di quella del merlo, e la scelta della densità e della concisione.
Il merlo – che in perlamara appare, sosta e vola – manifesta la persistenza dell’inverno quasi come condizione esistenziale e le sue ali che conoscono il dolore sono spiegate, tuttavia, dunque disposte allo stupore.
Non è un caso, allora, che nei giorni del taglio e nei giorni del merlo il becco che raccatta, raccoglie, sminuzza, lacera, perlustra, sia una tra le parole che ricorrono con maggior frequenza.
Anche la forma breve è testimonianza di una riduzione all’essenziale, di un taglio del superfluo, di tempi “scarni e ruvidi”. La punta aguzza che acuisce il dolore è avvertibile quasi fisicamente, come onda sonora, attraverso le rime interne e le allitterazioni, così come attraverso i verbi, passati al vaglio di una lettera ‘s’ iniziale che scarnifica, «sgrava», «scricchiola», «sbecca», «smagra», «sprofonda», «scardina», «squarcia». In questo senso il terzo componimento della quarta sezione è esemplare per il procedere acuminato e penetrante, in una battaglia continua che non lascia indenne alcuno e alcunché: «Staglia la lingua, battaglia/ striscia. Sottoterra bisbigliano/ sottoterra. Gridano i folli, s’incurva/ il merlo, sbecca, mutila il canto.» (altro…)