Giorno: 20 giugno 2019

Michele Joshua Maggini: inediti

Qualcuno ci chiude già nella sua palpebra, c’è vento e verrò, giurami, verrò dall’asfalto fino a te, poi in te rapito verso il buio dove sembrano sbiadire i viali, le mura, ma gli interurbani, loro sanno, loro potranno, se da te la Tim non prende, faranno tremare il cuore quando ti guarderanno come fossi in loro come io lo ero in te. E gengive. Poi amore e ancora amore dove in te l’universo ci abbracciava. Vedi, subirai ogni millimetro della verità e della gioia qui dove la vita è per sempre, in questo spazio tra una parola e l’altra, ma solo sulla pagina, nel bianco dell’impossibile. Ma altri mondi dipendono da questi pensieri. Ed io penso a vederti mentre ti guardo brillare in una macchina in un parcheggio. Mi dici “adesso” ed è come mi svegli, c’è il viso. Poi il buio dei fianchi, si muove. Puoi dire l’estate, ora, adesso che dall’incontro nasce un cosmo tra i mondi possibili e solo stare nell’altro è qualcosa vicino al respiro come il nome, l’amore.

 

Giorni murati vivi. La parola perché la bocca lontana dai seni e l’inverno ti spacca le labbra, ti spoglia fino al freddo dei denti e nuda è vederti fin dove resisti al vento fortissimo. Respira. Non si sa quanto ancora resterà il nome sul campanello arancione, nell’appartamento non abita nemmeno più la moglie, allora chi. Respira. Poi ti ritrovai in mezzo ad una strada in pieno blackout. Gennaio e ho visto Lorenzo e speravo che la neve coprisse tutto, ma la neve qui non c’è stata e il rossetto non è più sulle labbra ma sulla camicia fortunata, quella senza un bottone. Le leonesse iniziavano a partire in branco, salutavano con gli occhi, inchinando la testa.

 

Lascia il reggiseno sul cambio. Anni fa e la tua luce giunge ancora nella cucina, negli inverni senza caldaie e pareti e resti in radiazioni propagarsi di come un nuoto. Dal rosa serale sullo skyline dice domani, prevede le forze, i cieli migliori, i ciliegi quando saranno. È per gli insonni la mela cotta e negli occhi dei pazzi non sarà più la vertigine del guanto in lattice, ma la carezza, capisci, la carezza come quando bastava dire presenti con una mano e bastava quella gioia. Quante parole che so dire guardandole e non so perché le dico quando le guardo ma non riesco a dire del tuo volto quando mi guardi e. Sono parole di altri, i ladri vivranno, gli altri, invece, gli altri.

 

 

Il poco ossigeno di luglio, raro, in briciole sul tagliere a caso i pianeti si congiungono ed entrano nelle case a rubare l’oro, entrano nella vita a rubare qualcosa lasciando un biglietto con scritto manca qualcosa e non saprai mai che. Non lo saprai mai però. Entri tu con il mio braccio, questo è tuo, dici e tra poco arriveranno loro come un acquazzone ad agosto che ci porterà a mare felici. Non lo saprai mai però. Sentirai le molecole, quando sarai nel sospiro che sfonda i secondi nelle sale d’attesa seduti con gli altri dove e vi riconoscerete tutti per le occhiaie profonde. È stato il secondo più lungo quando hanno guardato, quando hanno chiamato dicendo questa non è la tua vita, vattene.

 

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“giro dorsale”: poesie inedite di Jacopo Mecca, introdotte da Francesco Iannone

Immagine di © Jacopo Mecca

giro dorsale: poesie inedite di Jacopo Mecca

Nota di Francesco Iannone

 

La poesia di Jacopo Mecca è fatta di schegge, di muti frammenti che si concedono alla seduzione degli sguardi. Sono rinvenimenti (o, più semplicemente, scoperte) dello stupore e della meraviglia.
Versi che fissano in parole istantanee di una realtà commossa e che commuove in un incedere lento, propagato, che assomiglia alla resa di una massa che scava senza farsi sentire.
Versi del canto che chiedono un’intesa con il reale. Intesa possibile per intercessione di una fedeltà condizionata dalla predisposizione rituale dell’uomo di fronte al proprio mistero. Mecca raccoglie elementi apparentemente neutri, senza nessuna vibrazione mi(s)tica, pesca nelle distese del tangibile, dell’esperibile, registrando situazioni senza aggiungere ornamenti, restituendole nella loro verità ossuta. L’autore utilizza qui un dettato senza increspature che però non rinuncia a quella tensione che è anche accensione, messa in moto, di un desiderio. Già il titolo “giro dorsale” suggerisce l’idea dell’azione possibile, la propagazione del gesto nell’aria praticato per la difesa e per l’attacco, così come accade nel basket quando si ha bisogno di guadagnare spazio. E non è forse questa la forza della parola? Creare nuovi spazi abitati dai gesti. Rinsaldare la relazione affettiva fra il dettaglio e il mondo. I versi di Mecca (ri)velano un’ansia di localizzarsi, che è probabilmente la più umana delle aspettative. A me a tratti ha fatto pensare alla fulminante poesia di Umberto Fiori, e specialmente il testo Sui tram, ai semafori o in curva ne porta a mio avviso la traccia. Ed è nel testo Rimangono vuoti questi spazi che mi pare scorgere una dichiarazione di poetica: In questa attesa si è assediati dal crampo / contratto da ogni arresa. Nel vortice attesa/arresa il poeta compie i suoi giri, tesse le sue trame interiori, tenta una timida giravolta dello sguardo, produce i suoi sonori risucchi umorali, ed è lì, in quel viluppo, che si agita talvolta la vita e, dunque, la parola.

giro dorsale
Jacopo Mecca

 

Le cose che stanno sulla mensola
stanno lì come per strada le statue,
i monumenti.
Tra la polvere e le pulizie del mese
lasciano il segno della loro fedeltà.
Così, anche se non ci fai caso,
non tradiscono mai, mai rinunciano
al loro gesto eroico: stare al proprio posto,
lì dove le rimetti.

 

 

Se la sera in treno guardi fuori
c’è buio.
Ma a tratti qualche luce muove la coda.
A volte, se ti sforzi a intuire
città o paesaggio
sul finestrino, nello specchiarti, ti disperi.
Così, tra gli occhi in su
e il silenzio degli altri
sale l’ansia di localizzarsi.

Prima o poi ti salva,
dall’alto, di colpo, l’annuncio
dell’imminente stazione.

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