Giorno: 18 giugno 2019

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Anna Maria Curci)

 

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre. Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca 2019
 

Fammi essere Antigone, ti prego,
se ancora a questo gioco vuoi giocare.
Io raccolgo le spoglie abbandonate.
A te lascio i trofei da conciatore.

(Anna Maria Curci, 20 dicembre 2015)
 

Attraverso l’epica e il mito per una coscienza piena della storia, per una scelta alternativa alla sequela di violenze e sopraffazioni che pare ineluttabile e che come tale, nel corso dei tempi, è stata imposta. La riscrittura del mito come denuncia della menzogna e come costruzione di una convivenza pacifica ha avuto un’interprete che ha fatto scuola fin dagli anni Settanta del secolo scorso, Christa Wolf. A Cassandra e a Medea, alle voci loro conferite da Christa Wolf ha prestato attento ascolto Maria Lenti negli anni e, recentemente, con la sua raccolta Elena, Ecuba e le altre.
Ma dietro Christa Wolf ci sono altre autrici, altri autori, appassionatamente letti e ‘curati’: senza ombra di dubbio Karoline von Günderrode – penso al componimento Arianna a Nasso – la cui riscoperta ha preso l’avvio proprio da Christa Wolf, che ne curò l’antologia delle opere, Einstens lebt ich süßes Leben (tradotta in italiano con il titolo L’ombra di un sogno), e la pose al centro del racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, insieme all’altro protagonista Heinrich von Kleist.
Lo stesso Kleist di Pentesilea, così come Goethe di Ifigenia in Tauride sono autori, come ha ben messo in evidenza Ruth Klüger in Frauen lesen anders (“Le donne leggono diversamente”), che hanno saputo dare espressione alla parte del pensiero umano che coltiva la pazienza e, soprattutto, il noi. Questo passaggio dall’io al noi, così limpidamente auspicato da Maxie Wander nelle pagine del suo diario, viene sottolineato, proprio a proposito della ‘scelta di metodo’ di Christa Wolf, dalla studiosa italiana Rita Calabrese, in un passaggio del suo libro Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013): «L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.»
La riscrittura di Christa Wolf colpisce per l’originalità degli accenti, per l’incisività del dettato, per l’acume nella lettura del presente: «A Corinto non ho mai sentito nessuno parlarne, ma un’osservazione accidentale di Acamante una notte mi ha fatto capire improvvisamente quel che Medea fa per lui, senza minimamente saperlo: gli dà la possibilità di dimostrarsi che può essere giusto, privo di pregiudizi e persino amichevole con una barbara. Assurdamente questo modo di essere è venuto di moda a corte, ma non tra il popolo basso, che estrinseca il suo odio per i barbari senza rimorsi e senza riserve» (Christa Wolf, Medea. Voci, trad. di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 1996, 83-84).
Tutto questo si può dire a ragion veduta della scrittura di Maria Lenti in questa raccolta, ricchissima di echi e soluzioni e capovolgimenti. Sì, perché se la pazienza porta il discernimento, qui ci troviamo dinanzi a un repertorio molto ampio e poeticamente efficace di puntuali rettifiche rispetto a tradizioni e dicerie. Non è un caso se, nella bella prefazione, Alessandra Pigliaru riprende il filo di quel “discorrere del noi” che Rita Calabrese aveva individuato per Christa Wolf: «Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. […] Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire.». Un altro sguardo, allora, dal margine alla pienezza, è quello che nutre la poesia di Maria Lenti. (altro…)