Lorenzo Pataro, Inediti

Lorenzo Pataro, foto di Giorgia Certelli

Sto nella vita come un emigrante
dal corpo, lo osservo da fuori
come fossi morto,
parto per mesi e lontano,
qui forse ti saluta una mano,
la voce forse ti dice ti amo,
ma è tutto falso e sbagliato,
sono sempre stato straniero
di questo mio stato in luogo,
sono altrove, Altrove sono.

 

Dicono che ci passerà
questa pigrizia viscerale,
le lenzuola hanno la forma del corpo,
bianco il male ovattato nella stanza,
non sentiamo aria respirare
nemmeno da una mosca, dicono
che il seme disperso ha causato
nascite improvvise lì fuori,
la finestra ha favorito il passaggio
dei cromosomi, abbiamo bevuto
tutto il nettare dai seni sospesi
di Madre-Noia, dicono che non resta altro
se non piangere, far uscire dalle cosce
le lacrime, spingere fuori
dalle zampe una gioia di carne
come un animale il nascituro
e dargli un nome: Futuro.

 

Forse siamo solo questo
restare immobili tra le lenzuola
a farci attraversare dalla vita
che filtra dalle imposte chiuse,
forse solo lo scatto nervoso
della mano sul foglio quando
scrive del suo amore, forse sì,
forse siamo solo questa terra
bagnata sporca di fango
che nessuno calpesta e resta
immacolata, forse è solo
questo nostro santo vagare
da una stanza all’altra
da una strada all’altra il senso
senza misura senza peso
scomposte cellule
in apparenza corpo,
forse siamo nell’aria
trasportati per chilometri
di polvere e non lo sappiamo,
forse che siamo qui belli
e integri non è vero,
forse siamo acqua vento
scie bianche in cielo cimitero.

 

D’improvviso sanguiniamo sudore
dalle bocche degli stomaci,
il pianto si raccoglie
– pietrificato –
in una briciola tra il pugno chiuso,
il silenzio fotografa i brividi
evaporati dalle dita a scongiurare
– gelide –
dietro la schiena,
un vento bianco
restituisce alla civetta il canto,
s’insinua negl’interstizi
tra i secondi –
il nero barbaglio,
dal vaso la Speranza
estrae piume di corvo:
le riceviamo come un battesimo
ignari della disfatta.

È arrivata l’ora esatta di Godot.

 

I bambini di sabato corrono nei vicoli
coi bastoni tra le mani, giocano
ad afferrarsi per percuotersi
le ansie alle anche, non sanno
della rondine caduta a brandelli
ferita e pulsante sotto la plastica,
non sanno neanche del pianto viscoso
dell’uomo alla finestra che li guarda
feroce a ricordarsi delle corse sbucciate
nel tempo brillante dei baci vergini.
I bambini di sabato ridono alla morte
e non sanno non sanno non sanno,
anno dopo anno s’accresce
il ghigno bianco della violenza,
decresce il riso nero dell’innocenza.

 

No, non vivremo più il tempo giovane
della ferocia estiva, un lembo urlante
il passato ci resta tra le mani e
basta. Non vivremo più il tanto amato
passeggiare tra le luci del sabato, trepidanti
nell’attesa di una sposa a cui bianca donare
una colomba. Siamo sopra la scia di una
lumaca morta da millenni, inutile cercare
la replica del guscio, ciò che siamo
non eravamo, ciò che eravamo
non saremo. Saremo e
basta. Tanto quanto basta per lasciare
nuove scie d’imperfetto
e il perpetuo tentativo di ricongiungimento
all’oro tenuto in bocca dalla gazza
pietrificata sul ramo del lago di niente.

 

Lorenzo Pataro è nato a Castrovillari (CS) nel 1998 e vive a Laino Borgo, in Calabria. Studia Lettere Moderne a Salerno. Nel giugno 2018 è stata pubblicata la sua prima silloge poetica per Controluna-edizioni di Poesia, Bruciare la sete, con la prefazione di Eleonora Rimolo. Diversi testi sono usciti per riviste e Lit-blog come Atelier Poesia (uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro), Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero, Un posto di vacanza, La rosa in più, Critica Impura, Pioggia Obliqua scritture d’arte. Altri testi editi sono stati tradotti in romeno per la rivista “Sintagme literare”.

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