Giorno: 13 giugno 2019

Poesie di Elisa Irene Anastasi, da “Uscita dodiciventuno”

 

Luglio

Mamma,
alla fine di questo settimo mese dell’anno
ti sono rinata accanto madre.
Oggi non camminavi in fretta
e ti avrei spiegato
i movimenti, le pause
metti un piede avanti
e ancora l’altro.
Per pudore abbiamo chiuso i nostri mondi
da figlia ti sei confidata
stretta all’avambraccio che ti reggeva.
Uno scambio oltre i ruoli
un parto quasi compiuto
un ritorno amniotico.

 

Scirocco

Riportami alle origini in questo mezzogiorno
che mi tiene sospesa
tra l’afa e la morte
riportami alla sorte
calendari non voglio più seguirne.
Non ci sono santi che tengono
né date che vengono
non ci sono orari che segnano il tuo arrivo
mentre muoio
mi cammini a fianco
sorridi, ti sporgi.
Riflettimi ancora un po’
non ho finito di guardarci.

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Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta. (altro…)