Inediti di Mario Cianfoni

tra i calanchi di Tursi e Aliano (MT)

#1

Torce la lira un Orfeo in agonia
ed è torto il sangue
se stilla in danze macabre
il ritorno in risalita del tempo
perduto come pietra fuor di traccia.

Restano tre passi,
Euridice cade, s’apprende,
ancora come foglia morta cade,
s’arrende.

Venature di giada scorrono su un’ara di sale
che fa più nero il sangue,
e nessun canto
soccorre a piagare il silenzio,
a dare corpo di sostanza a un’ombra
nello svanire a una svolta d’angolo.

Carnaio senza rito,
sibili sventrati,
le luci opache della città.

 

#2

Nero cielo di mani,
una ridda di demònî
sorveglia dalle soglie
rupi e ciuffi di ginestra
che fanno più famelici i burroni.
Neanche sul muro che a notte ci parlava
è più impressa la tua ombra zigrinata,
umidità esausta
tra i tagli di secco delle pietre.

Ritorno al paese
e folate di vento fanno ancora scoppiare
i fuochi di San Giuseppe,
lingue d’assenza e parole perdute
come nostalgie infitte
nel cuore di una sera abbandonata
su trame sfilate della memoria.

 

#3

Latrano di lontano i cani
in questo paese di sortilegi nascosti,
ghigno nero di una Storia intrappolata
tra le maglie vischiose della Credenza.

Ma forse è reale
anche questo gelo simile a terrore
mentre disegna i profili diroccati
di un vecchio monastero
sfiancato sotto i chiarori della luna.

L’emorragia di un domani estinto
sui bordi indeterminati di parole
e di silenzi che sono mancanza,
abrasioni di un foglio bianco
gettato con disperazione e furia in mare,
tratti sbiaditi di una tua figura d’assenza
non più capace di sezionare la luce
tra gli squadri svuotati di piazze e strettoie
di cui non si conosce più il nome,
nella canicola del mezzogiorno.

 

#4

S’inasprirà nella calma
questa o altre battaglie di correnti atlantiche
e laghi freddi di cammini e cadaveri
nei bassi strati di Est Europa,
faticheranno nella loro voce che lenta
si fa onda di Mediterraneo,
relitto di circolazione di storia anni e secoli
nel loro volgersi incarnati in menzogna e aporia.
I venti non addolciranno tiepide primavere estinte
sul Vecchio Continente,
ormai ventre archeologico a cielo aperto
di nuove ere glaciali.
Ma qualcuno mastica ancora una consumata narrazione
e fa del sangue veleno,
cercando negli intermezzi bianchi di occhi capovolti
uno spazio di lacuna vitale
come uno scalino sul quale ricamare
l’incertezza d’un inciampo
o la benedizione
d’una balbuzie che si fa coro di sommersi,
lingua legata dalla salsedine
e dall’attraversamento dei deserti.

 

Mario Cianfoni (1989), Dottore di Ricerca in Italianistica (Università di Roma “La Sapienza”), si occupa della poesia e della prosa che va dal secondo Ottocento fino alla contemporaneità. Vive in un costante dualismo fra scrittura e studio, alcune sue poesie sono state pubblicate sulla posterzine «Locomotive», collabora attivamente all’organizzazione di eventi per la rassegna di musica e scrittura “Inkiostro” ed è membro della rivista di poesia contemporanea «Polisemie».

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