Giorno: 7 giugno 2019

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

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Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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ArchiVolti #3: Nanni Angeli, La ‘janna a Lianti

Non sono rari gli studi sull’architettura “tradizionale”. Spesso hanno un fine semplicemente documentario per tracciare un “inventario” della memoria a fini conservativi museali. Altri tipi di ricerche invece tendono a riscoprire la dimensione dell’edilizia “rurale” per recuperare quegli aspetti architettonici che si sono sviluppati nell’ambito di strutture sociali ben definite attraverso usi, comportamenti, relazioni e (forzatamente) linguaggi, ma il più delle volte rimangono legati a un limitato contesto regionale etnografico e risulta impossibile arrivare alla definizione di un “corpus” che sia base per una riprogettazione anche normativa nell’ambito della ricerca paesaggistica. Nel 1979 esce per la CLUP edizioni “La costruzione del territorio, uno studio sul Canton Ticino”, un importante testo a cura di Aldo Rossi, Eraldo Consolascio e Max Bosshard in cui si evidenzia l’importanza della conoscenza del patrimonio storico-architettonico al fine di preservare le peculiarità di un territorio storicamente costruito. Lo studio in questione partiva da una ricerca della Scuola Politecnica Federale di Zurigo che applicava diverse metodologie tra cui quella dell’inventario del “Heimatschutz”, al fine di salvaguardare i cosiddetti “Landschaftsbilder” (quadri paesaggistici). Il testo, che analizza le abitazioni rurali e di montagna dell’Engadina nel loro essere struttura urbana complessa, rivela via via la necessità di andare oltre la conservazione “mnemonica” del paesaggio e approfondisce così le evoluzioni tipologiche di un paesaggio che si modifica attraverso dinamiche ben più complesse. Quaranta anni dopo ancora si sente fortemente la necessità di ricerche strutturate sul sistema paesistico e non mancano esperienze di ricerca, analisi, mappatura o addirittura laboratoriale (il caso dell’associazione Lhi Mestres che si occupa del recupero della tradizione costruttiva rurale dell’alta Val Varaita). Uno studio che merita sicuramente una sua valorizzazione (oltre il fine documentaristico etnografico) è quello portato avanti da Nanni Angeli, fotografo sardo che tra il 2010 e il 2011 si è occupato di una ricerca sulla struttura dello Stazzo, unità abitativa rurale e cellula socio-economica della società contadina gallurese fino alla prima metà degli anni 60, al fine di mostrarne ancora la sua originalità e interesse, pur avendo perso, in molti casi, la propria funzione originaria. Il lavoro di Nanni Angeli, La ‘janna a lianti (La porta a levante) è un racconto fotografico che entra nelle dinamiche evolutive di una società che ha adeguato la funzione della struttura da luogo tradizionalmente abitativo a casa di sosta temporanea (pastorizia per esempio) o villeggiatura. (altro…)