Via Crucis, di Francesco Scarabicchi

scarabicchi

La voce in altra lingua

di Angelo Vannini

 

Giorni fa, di passaggio ad Ancona, ricevo un libricino in dono. È una Via Crucis, scritta da Francesco Scarabicchi e pubblicata nel 2018 dalla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, con una prefazione di Vincenzo Consolo e la postfazione di Diego Conticello. Quaranta pagine appena, che sfoglio e leggo mentre cammino.
Reca, questo libro, una data sicura: sono poesie composte tra il 1992 e il 1994. Un cammino di tre anni, nella brevità delle sue tappe. Tappe? Piuttosto sussulti, un improvviso quanto effimero riprendere del fiato. Una via che non ha sosta alcuna, se non nella caduta. Una via in anni che bruciano, dal sapore – sempre vecchio, sempre nuovo – della guerra. Allora non resta che percorrere la terra, per trovare rifugio lungo «vie private», spazi solitari e appartati in direzione del sogno. La ricerca di una lingua sconosciuta, mai parlata da nessuno. Una lingua auspicata per la nostra lingua. Una voce, se non tace.
Da dove viene la voce, e quando? Tre anni, in quindici sussulti. Penso alla durata, al tempo impiegato da Francesco. Suoni che restano nell’aria per meno di un secondo, brevi fiati. Parole che passano e scompaiono, al tempo stesso della loro pronuncia. Parole che invece durano perenni. Quali?
A caratterizzare questa Via Crucis è la Passione di cui si tratta, che non è religiosa, non è teologica, ma storica. Ecco allora La condanna: eterna è la parola se non concede uscita.
Ignoro, nella mia irriducibile finitezza, il nome di ciò che mi è davanti. Uso le parole, i riferimenti per le cose, la sintassi. Penso come ho imparato a farlo. Vedo ogni giorno quello che vedo, soltanto; altro sfugge perché scivola via normale, si fa mistero del tempo, realtà smarrita che pure accade e di questo mondo reca a volte il bene, a volte il male, all’insaputa. È la croce della storia. Attendo allora una lingua che non mi renda mio, una lingua che mi faccia vedere e nominare ciò che ignominiosamente non ho visto. La lingua di un sogno, se più reale del reale. La attendo da chi la abbia vista. Chi l’ha vista?
Caro Francesco, La veronica mi fa pensare al dono dei poeti, a chi, come te, è sempre alla ricerca di una lingua che non mi renda mio. Quella che mi permetta di partire, di fuggire la condanna. Una lingua giusta.
Da dove viene, dunque, quella voce?
Viene da qui e da allora, riviene in ogni ora. È la temporalità che segue nel momento stesso in cui avviene: all’accadere dell’evento e all’infinito ricorrere del dopo, come un rivivere più acuto di ciò che già è vissuto, nella sorpresa inestinguibile del senso che è il senso inestinguibile di esistere. La scrittura diventa allora essa stessa una via, come un incidersi di passi, stigmate di quel cammino senza meta che è la condizione dell’umano.
Da dove viene la voce? Nel paradosso del suo qui e allora – l’ora dello sgomento negli anni seguenti la guerra del Golfo, ma anche l’ora del dolore di ogni ora –, in quel paradosso, viene dopo. Viene da chi già ha varcato «l’al di là della soglia / in fondo al sogno» (p. 23). Viene da chi non giace più in questo mondo. Eppure questa posterità non è mai oltre la storia, essa sempre riviene, è qui e ora; accade come presenza inequivocabilmente terrena:

Non lo ricordo
più di quale legno fosse
e se pesava. (p. 22)

Nessuna trascendenza è concessa, niente che vada oltre lo spazio della propria finitezza, dove quell’umano (solo umano) smemorarsi è la figura storica di un mistero che ha per nome vita. Persino se vuole alludere a quell’oltre che è la resurrezione, la voce lo fa a partire da un attimo e una sede perfettamente situati nella storia del suo esistere: è La sepoltura, «Nel luogo dove non mi troveranno» (p. 34).
Qui come altrove, l’arte del poeta è nell’aver ricondotto la geografia al minimo, alla materia quotidiana dell’esistere, al panno, alla polvere, al legno. E, naturalmente, a Le vesti:

Della mia povertà
si contendono anche la tunica
affidata alla sorte,
soldati che mi spogliano
nudo per la croce. (p. 30)

Che cosa significa che la povertà può essere contesa? In che modo gli uomini possono arrivare a contendersi anche la povertà?
Si dice che la fortuna sia cieca, ma la violenza, lei, vede benissimo. Si scaglia sempre sui più deboli. Poveri soldati. Il destino degli oppressi, dice il poeta, è quello di opprimere altrimenti. E la più grande ferita è questa, alla dignità umana: diventare marionette, senza nome, del dolore.
A essere percorso in questa via è allora il sentimento, tutto terreno, della fine di un passaggio, lo spegnersi nel compimento della propria storia. Ecco dunque la poesia di chi sente il suo finire:

Sul Golgota si compiono i miei anni. Sul legno.
Quante volte ho pensato
a ciò che non ha scritto Levi l’esattore,
al me muto che vive il suo morire
e sente, del mondo, il farsi nulla. (p. 31)

Che cos’è che non ha scritto Matteo? Matteo qui detto l’esattore, come a sottolineare, in luogo della sua funzione evangelica, l’ordinarietà dell’esercizio terreno, la qualità quotidiana della suo vivere e delle sue mansioni. Che cosa non ha scritto Matteo? Solo il trascurabile, il lato più normale dell’umano. La fragilità del dubbio, l’incertezza. Ecco ciò che è al cuore della ricerca poetica di Francesco Scarabicchi, il sogno di un linguaggio per scrivere ciò che non è stato ancora scritto. Una voce in altra lingua. La voce che dia voce a chi ancora è muto.

 

 

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