Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Roberto Marconi)

Donne che criticano gli uomini

(sul libro di poesia di Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca, Osimo 2019)

si ripete che penelope fosse solo un sogno
di omero, che fosse solo sua sorella, ma la
realtà ci guarda bene, perché lei aveva da
tempo lasciato ulisse, farsi i proci comodi
suoi, s’era emancipata ma non vendicata
e poi aveva fondato una scuola di cucito
con allievi maschi; ora compone poesie
R. Marconi

1.

Molte sono le letture, come occorre, che si possono affrontare con un libro. Ad esempio nell’autrice in merito: riconoscere i legami tra le interpreti (protagoniste) e i loro compagni/antagonisti, oppure sfidare direttamente la sua scrittura (sovente essenza di parole significanti) o, andando in media res, far fronte a una importante questione femminile che perdura da una vita e che potrebbe risolvere tante vicissitudini.
Quest’ultima opera poetica di Maria Lenti (Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago Itaca, Osimo 2019) è un libro di persone, personaggi, donne in evidenza, scritto spesso come se ogni composizione fosse quasi una sentenza che potrebbe esser fondativa di una resa al merito della convivenza civile, come fosse una specie di lezione sul rispetto dell’altra.
Nel viaggio tra le pagine c’è questo metter in discussione l’idea del Mito, che ci siamo fatti. Autrice che rivede Autori per eccellenza e da una conclusione diversa, femminile, alle leggendarie storie che ci hanno accompagnato negli anni di scuola o nei racconti degli sceneggiati per chi non leggeva o studiava, come a dare voce a chi altri hanno scelto per loro. Chi riscrive più che dare un’ultima parola (almeno stampata) preferisce portare un’altra versione (un’altra chance), quindi rifare, come qualcosa che non è andato a buon fine, una sorta di rivincita, senza fare giustizia, sul percorso storico della vita.
Le vendette sono terribili quanto le colpe (e chi ricoprendo un ruolo importante fomenta paure fa lo stesso gioco).
I versi di Maria sono centellinati (è spesso il timbro di tutta la sua poesia, di questa raccolta come delle precedenti), perentori, quasi aforistici. Qui vuole restituire il verso a tante figure mitologiche, rivedute oggi, dopo il ’68, dopo tanti diritti conquistati e non regalati. Un riscatto dall’essere viste soltanto come incubatrici, all’essere etichettate come scandalose.
Oggi qualcosa è cambiato ma non possiamo fermarci.
In conclusione del libro mi sembra di aver avuto sotto mano un ripasso, veloce, dell’Eneide, dell’Iliade, dell’Odissea, delle Tragedie di Euripide, di Ovidio. Storie scritte all’origine con la voce di questi autori, maschili, ora rivivono con la voce anche femminista di Maria Lenti. Nei termini che caratterizzano appunto la storia dei comportamenti umani. Ribadirlo non fa mai male.
Si taglia il filo per inaugurare questa raccolta con Arianna che s’innamorerà di Teseo, lo aiuterà a uscire dal labirinto e lui come ringraziamento la pianterà in Nasso. L’autrice però riscatta la figlia di Minosse perché, se Teseo se n’è andato, lei in fin dei conti è più “leggera e liberata”; così per la donna più bella, famosa e amata del mondo antico, Elena, che preferisce restare con la sua “ombra”, Paride, e non tornare a Sparta con Menelao.
Opera nella sostanza, questa raccolta, in cui le parole sono dosate proprio per non lasciare forse nessuna rivalsa.

 

2.

Una brevissima rassegna,
————————————————dal ragionar col membro

 

Erifile ad Anfiarao

Per una collana e lenzuola candide
ti avrei indotto a marcire contro Tebe.
Sei così sciocco da scambiare orgasmi
con l’esistenza intera?

———————————————–alla tenerezza dell’Amore

 

Bauci a Filemone

Una carezza il vento tra le fronde
antica fedeltà reciproca,
—————-Filemone,
ininterrotta.

———————————————-dal non annullarsi per un uomo

 

Fillide a Demofonte

Il proprio pianeta sembra bruciato
non perché manchi l’uomo al fianco,
Demofonte,
ma per avere stravolto il sé
inconsapevolmente,
per non avere visto il rinsavimento.

———————————————ad un felice avvolgimento amoroso

 

Pentesilea ai posteri

Tra me e Achille
non è stato amore della morte.
Io non l’ho azzannato
lui non mi ha stuprata.
È andata così tra noi:
punte adamantine, mai spine,
incessante piacere a sfinimento
—————-grande passione.
Lieve la fine.

 

3.

È una piccola casa questo impegno di Maria. Mattone su mattone ci sono voluti degli anni per assestarla, ogni sasso ha una sua vicenda, a volte a sé, ma chissà quanto lunga (chissà quante mani pensierose o sorridenti sono succedute). Un’abitazione è per ripararsi dal freddo, per nascondersi dal nemico, per vivere e morire finalmente. È l’affrancamento da una vita di sacrifici, questo chiede qualsiasi persona, ancora di più la donna a cui hanno negato la dignità o che hanno relegato nelle mura domestiche. Le donne di Elena, Ecuba e le altre non recriminano, non si vendicano, non rivendicano: agiscono consapevolmente le proprie scelte e la propria vita. La prefazione di Alessandra Pigliaru apre vicende e personalità.

 

4.

Tempo fa scrivevo su una questione femminile, la parità tra sessi e così voglio concludere.
“Un grido di aiuto spunta perché noi uomini dobbiamo chiedere alle donne di darci una mano a capire il rispetto dell’altra, la condivisione della sorte, la libertà della persona. L’Amore che possiamo donarci.
Lo so, siamo arrivati a questo punto, anche purtroppo a qualche donna masochista.
Prego perché quelle donne non coltivino il sentimento dell’odio verso quelli che hanno fatto loro così tanto male, in ogni senso e senza di questo, per non assomigliare nemmeno lontanamente e latamente, anche solo nel pensiero, a chi è nelle tenebre del sopruso, del potere, e del padre padrone.
L’Amore si sceglie non sta nel sangue.
Liberiamo insieme solo e soltanto le energie benefiche e creative.
Il dialogo è necessario e non basterà mai, ed è indispensabile farlo fin da piccoli, sulla parità, ad esempio, come mi è capitato a scuola come educatore nei confronti di ragazzi cosiddetti “vivaci”. E non demordere. Chi commette una violenza su un’altra persona non solo la distrugge fisicamente e/o mentalmente ma può instillare dentro lo stesso sentimento di odio. Questo non vuol dire che tutte le vittime poi diventano carnefici, ma credo sia necessario estirpare una mentalità negativa di prevaricazioni, di chi vede le persone come oggetto, un distorto pensiero diventato epidemia da millenni e che fa solo e soltanto danni.
Chi si macchia di tali reati, come stupro, violenza sessuale, ecc. non può essere lasciato al suo posto, credo pure che chi subisce, ad esempio, difficilmente potrà essere risarcita e che la pena, almeno quella, deve essere certa (chi incute terrore o picchia a sangue, ad esempio, facilmente reitera il gesto, quindi deve essere assolutamente allontanato) anche se, ribadisco, niente è sufficiente a ripagare la dignità violata.
C’è una condanna e una difesa migliore? Ben venga.
Quando scrivo, aiutateci, metto tutti gli uomini, anche chi non commette reati, ma che con strani atteggiamenti magari rimarca certe storture mentali. Io non mi sottraggo perché anche se rispetto l’altra persona posso non vedere o non denunciare certe situazioni, anche solo iniziali. Ho tante debolezze.
Chiedo alla donna di insegnare a non odiare e a come creare la pace.
È insopportabile infine chi fomenta l’odio, ancor peggio se lo fa da un incarico pubblico (l’odio è l’anticamera della violenza, mi preoccupa molto anche il solo insulto (magari sessista) sui social che si scambia per sfogo). Non mi piace neanche sentire distinzioni sulla violenza fatta da italiani e da stranieri, quindi non posso essere d’accordo con un certo buonismo che vede il male soltanto da una parte e omette o dimentica il male dall’altra.”

© Roberto Marconi

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