Giorno: 1 giugno 2019

Roberto Gigliucci, Sulla poesia di Gianni Ruscio

Sulla poesia di Gianni Ruscio

di Roberto Gigliucci

 

Gli ultimi tre volumi di versi di Gianni Ruscio, Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017) e Proliferazioni (Eretica 2017) formano una sorta di trilogia, magari inconsapevole, poco importa, nella forma di una storia esaltante e nello stesso tempo angosciosa (intendo per l’autore prima di tutto, e poi naturalmente per chi legge). Perché storia? Perché la dimensione filogenetica generale di un incontro, di un amore folto di sesso, di una gestazione, di una nascita e poi di una famiglia è la storia, con una s così minuscola da risultare appunto esaltante e insieme paurosa.
Ma procediamo con ordine – se un ordine è dato nella poesia. Il tema del sesso e dell’amplesso come centro di ogni infinità era già presente nelle raccolte precedenti di Ruscio (come Nostra opera è mescolare intimità, 2011, e Hai bussato?, 2014). Il poeta quasi trentenne (nato nell’84) è sempre stato dunque un poeta erotico, nel senso meno esplicito e più sensualmente metaforico che si possa immaginare. L’amore è carne più carne, è ingresso e incanto, è sgorgo d’organi e di strumenti a corda, a fiato, elettrici. L’amore è troppo (Respira p. 19), quasi come il trop amar che per i provenzali e per Dante andava corretto in ben amar. Ma in tale direzione Ruscio non mi pare affatto “stilnovistico”, nonostante le sensibili parole che scrive Gabriella Montanari alla prefazione di Interioranna (p. 10). L’amore è ad esempio n modi visionari di dire la vagina: una feritoia, dove entra la luce, un dentro con il nulla ma illuminato, ventre, foce, bocca della verità, assenza dove sciogliersi. Solo rarissimamente l’autore ricorre al lessico esplicito, “abbassato” in una tapeinosis ben situata ai punti giusti di certe liriche: «respira dentro il mio cazzo./ Spirerò nella tua fica. […]/ il mio seme/ dentro al tuo cuore» (Respira respira respira respira respira in Respira p. 130); «Spegni tutto. Vieni a letto con me. […]/ Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo» (ivi p. 29). E i lacerti di brutale realtà individuata, in una poesia molto concettuale e generativa di immagini solo apparentemente concrete, in realtà rese astratte da una carie di pensiero invasiva, risultano bellissimi tocchi di gusto espressionista: «Resta nel fazzoletto sporco di trucco. […]/ Resta fra le dita dei piedi, nel sangue che ha sporcato / gambe e pavimento» (p. 48); «Per caso hai bussato?» (p. 95, verso finale di Io ti auguro); «Una cofana di patatine/ dell’Ikea sarà il nostro tramonto, la centrifuga/ della lavatrice la nostra anima in fiore» (p. 120). Si può agevolmente verificare, cioè, la perfetta inseribilità-incastonatura di queste umiliazioni del registro nel tessuto lirico complessivamente pensante di Respira. Quando dico pensante penso a maschile, e credo ci pensi anche l’autore. Il pensiero come attributo del maschio si fa carne per sciogliersi, dopo essere stato densissimo, nel vuoto femminile che potenzialmente – e poi attualmente – è un tutto-pieno, un uovo, appunto. Certo, il sesso (pur nell’amore) è qualcosa di molto omoritmico, e nonostante la poesia sia plurale per eccellenza, si fissa in polarità arcaiche, sole-terra, spada-scudo (trapassato), e poi si cristallizza in stati dinamici quali sopra-sotto, sotto-sopra, entrare, venire, uscire ecc. Può anche accettare una violenza dell’immagine come l’impalamento «Questo tuono scaraventato/ nella sorgente cade dalla gola/ al buco del culo», o l’omofagia («mangeremo pezzi di noi», ivi p. 53). Ma la forza del pensiero poi declina l’idea unitiva (à la Tristan und Isolde) nelle articolazioni paradossali che, da una tradizione millenaria, si rinnovano nei versi di Ruscio: «esserti dentro me» (ivi p. 27); «Essermi? È la stessa cosa di/ esserti» (p. 58, con efficace inarcatura). Insomma, Respira, prima anta di una storia che poi si spaventerà di essere storia, riassume le infinite possibilità di amarsi e congiungersi, e desiderarsi e pensarsi e immaginarsi nell’amore in cui si è dentro l’altro/a essendo dentro se stessi, secondo un principio di indeterminazione (cfr. Sonia Caporossi, prefaz. a Proliferazioni p. 10 n.n.). (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Rimpianto del tempo

 

Sono decisamente un conservatore. È stata per me una gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassì di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati ingrassati al volante, che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Provai anche gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterato le mostre di molti anni a dietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma viene come per il mare che muta di continuo, ma risulta sempre quello.
Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio, una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina nel suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, nel quale avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste, più certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo.
Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.
Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per ragionarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto è trasformato in un grande negozio di occhiali.
I caffè le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa Rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che un’alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso.
Non è da paragonare questo mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella Piazza Rossa vi erano ancora le troiche che con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.
La precarietà nelle abitudini degli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. Io sono conservatore amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine è conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. È così bello, al sorgere di ogni giorno, vedere e si ripetono gli stessi fatti: alle otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra, mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre un nuovo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.
Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tranvai non porta più in città, ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà, nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo, che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale. (altro…)