Giorgio Galli, L’amico che non ho mai incontrato

L’amico che non ho mai incontrato

(a Giusi, a Giuliano, agli attivisti di Amnesty International in Italia e nel mondo.
A Cristina Polli che consiglia. A Eliza Macadan che ascoltando migliora)

Il 24 maggio 2014 a Sloviansk, in Ucraina, morivano in uno scontro a fuoco il giornalista italiano Andrea Rocchelli e il suo interprete russo, Andrej Mironov. Sei mesi prima, Mironov doveva venire a casa mia. Ecco come andò.
Andreij non era solo l’interprete di un collega sfortunato. In Russia era conosciuto per essere un giornalista per i diritti umani, il cui nome veniva associato a quello di due colleghe famose in Occidente: Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova – entrambe diventate famose dopo una morte brutale. Anche la vita di Andreij è stata stroncata in maniera brutale, ma il riconoscimento per lui non è ancora arrivato. Forse perché ci sono aspetti della sua storia difficili da accettare in Occidente. Ad esempio, l’essere finito in un campo di lavoro – l’erede del Gulag- negli anni Ottanta sotto Gorbačëv. Il Gulag come organizzazione ha cessato di esistere nel 1961, ma alcuni campi di lavoro sono rimasti aperti fino al 1987, e sono stati chiusi in seguito ai primi contatti tra USA e URSS. Andreij entrò in un campo di lavoro nel 1985 ed uscì alla chiusura dei campi nel 1987. Aveva condotto alcune inchieste e le aveva diffuse samizdat e Gorbačëv lo aveva spedito nel Gulag per questo. Non tutti riescono a credere che Gorbačëv il buono, quello della perestroijka, quello che con Reagan fece cadere il muro di Berlino e andò a parlare di pace al Festival di Sanremo del 2000, aveva mandato qualcuno in un campo di lavoro. Eppure è successo. Gorbačëv, prima di essere “il buono”, era stato funzionario di un Partito che aveva ucciso la libertà in tutta l’Unione sovietica; la sua concezione del potere era maturata dentro quel Partito e, finché governò, governò con metodi simili a quelli dei suoi predecessori. Le esigenze della Storia poi lo costrinsero a cambiare e una delle sue prime riforme, nel 1987, fu proprio l’uscita dei prigionieri dagli ultimi campi di lavoro. Tra quei prigionieri c’era Andreij.
Nel Gulag, Andreij aveva imparato l’italiano. Era molto dotato per le lingue, ne parlava tante. Leggeva i giornali italiani, ma non gli piacevano: li trovava troppo “complicati”. Andreij amava le cose semplici e preferiva dare giudizi semplici. Era un uomo che riusciva a illuminare con la sua semplicità problemi complessi. Gli piaceva immergersi nel complesso per poterne ricavare poi la semplicità. Leggeva anche letteratura italiana, e amava parlare al telefono con i suoi amici italiani del tale o talaltro scrittore.
In mezzo ad altre persone, la figura di Andreij scompariva. Era così discreto da rendersi quasi invisibile. Prendeva di rado la parola. Preferiva ascoltare. Il suo viso e il suo corpo non avevano niente di speciale, non esprimevano un particolare carisma. Il suo fascino cominciava quando apriva bocca. Era allora che l’affabilità e la serenità dei suoi modi incantavano. Era un uomo sereno, sì, ma anche appassionato. Viveva il dramma della Russia come il dramma della sua vita. Come molti russi, poteva rischiare la vita nel suo Paese, ma non sarebbe mai espatriato. Era radicato nella sua terra come un albero. La sua voce pacata vibrava. Più che serenità, il suo era un disincanto senza cinismo. Aveva conosciuto il mondo fin nelle sue radici più malvagie.
Uno dei suoi amici italiani era Giuliano Prandini, di Trieste: un professore di inglese in pensione che, come esperto di Amnesty International sulla Russia, ha acquisito una conoscenza del Paese da fare invidia a un accademico. La sezione italiana di Amnesty ha queste strutture di esperti volontari – i coordinamenti – che sono preziosissime per il livello di competenza che riescono a raggiungere e per il contributo che riescono a dare nei momenti di massima allerta. Quando c’è un’emergenza, mentre il mondo entra in confusione, Amnesty resta calma e agisce anche grazie al lavoro dei coordinatori. Giuliano era il coordinatore sulla Russia. Giusi invece si occupava della regione balcanica. Fu proprio a una conferenza sui Balcani a Trieste che anch’io incontrai Giuliano. Era il dicembre del 2010: accompagnavo Giusi, relatrice dell’incontro, e fummo ospiti nella grande casa di Giuliano. Fu lì che sentii nominare per la prima volta Andreij. Il suo nome per me è legato alle serate triestine, allo slivovitz, al caminetto, alla voce cavernosa e calda del nostro ospite, alla sua rara e franca risata, all’illuminarsi repentino dei suoi occhi chiari e malinconici. E poi al ventaccio di Trieste, al freddo cane che io amo e che Giusi, invece, mal sopporta. A questo penso se mi si dice il nome di Andrej Mironov.
Siamo stati poche volte a casa di Giuliano, sempre d’inverno. Abbiamo visitato i caffè di Trieste, comprato libri nella libreria di Saba, visto il tavolo a cui Claudio Magris dice di aver composto le sue opere. Alle conferenze ho girato le slide a Giusi mentre parlava dei Balcani. Ho parlato anch’io di diritti umani a Trieste, una volta. In quegli anni anch’io ero un coordinatore e mi occupavo del Medio Oriente. Ogni volta che sono stato in quella città sono tornato a casa con la franca malinconia dei triestini. Mi sono portato dietro un pezzo di Mitteleuropa, di Joyce, di Svevo, di Michelstaedter. E ogni volta Giuliano ha evocato il nome di Andreij.
A dicembre del 2013, Andreij era ospite della sezione italiana di Amnesty. Doveva fare un ciclo di incontri con studenti e attivisti ed era previsto che facesse tappa a Roma. Giuliano aveva telefonato per chiederci di ospitarlo, e avevamo detto di sì con entusiasmo. Ma alla fine i programmi erano cambiati: Andreij non doveva più fermarsi a Roma, Giusi si era ammalata, e rimandammo ad un’altra occasione il momento di incontrarci.

La lunga prigionia non era riuscita a fargli perdere il coraggio. Sotto il regime di Putin aveva lavorato in Cecenia a fianco di Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova. Avevano documentato insieme le violazioni dei diritti umani commesse dai russi in quelle terre. Anna e Natalia sono cadute ammazzate nel 2006 e 2009. Lui era stato “solo” minacciato e ferito. Aveva passato diversi mesi in coma. Chi lo ha conosciuto ricorda che, quando prendeva la parola, la chiarezza e la “giustezza” dei suoi discorsi facevano scomparire ogni cosa intorno a lui. Se un uomo d’oggi merita di essere chiamato “un giusto”, questi è Andrej Mironov. La sua pacatezza non escludeva un tormento. Lo si può vedere nei filmati, ogni volta che parla del suo Paese.
Nei mesi che aveva passato in coma, gli amici italiani avevano sentito la mancanza di quella parola calma e tormentata. Non immaginavano che di lì a poco avrebbe smesso di parlare per sempre.
Sotto le bombe del conflitto ceceno, tranquillizzava con ironia gli amici che gli telefonavano spaventati: “Non preoccupatevi, i russi non sanno mirare”. Uomini del KGB lo pedinavano anche di notte, ma Andreij camminava a passo svelto. Gli agenti segreti russi non sempre erano così efficienti come nei film. Durante un pedinamento notturno, due di loro gli avevano ordinato: “Mironov, vai più adagio!” Non riuscivano a stare al suo passo.
In Italia molti lo consideravano uno di famiglia: era così che Andreij si imponeva: come un compagno affettuoso e indifeso, sempre amabile, ma solo. La solitudine è quasi inevitabile per chi, sotto un regime, decide di dedicarsi ai diritti e alle libertà. Troppo poche le persone disposte a condividere il rischio, troppo forte la responsabilità verso le persone che si amano. Andreij non aveva moglie o figli, solo un fratello. Qualcuno lo riteneva coraggioso, qualcun altro incosciente. Secondo alcuni era imprudente e incapace di dire di no, e avrebbe dovuto dire di no anche a Rocchelli perché la loro era una missione temeraria.
L’ho visto in un pugno di filmati. Pensavo che avrei avuto altre occasioni per vederlo.
Il 24 maggio 2014 era più di un mese che durava in Ucraina il conflitto tra i filorussi e i nazionalisti indipendentisti: i carri armati russi erano alle porte e le milizie russe combattevano già nel Paese. Quando sentimmo al telegiornale che era morto Rocchelli fu brutto, ma non immaginavamo quello che avremmo scoperto poco dopo. La mattina del 26 maggio una mail avvertiva: “Non ci posso credere. La persona che faceva da traduttore ad Andrea Rocchelli in Ucraina era il nostro Andreij Mironov”. A scrivere così era il responsabile del coordinamento di Giusi. La notizia era arrivata dal Segretariato internazionale di Amnesty, e in poche ore tutti seppero che l’uomo morto con Rocchelli era Andreij Mironov. Le prime notizie erano frammentarie e in parte anche sbagliate. Per qualche ora sembrò che Andreij fosse stato decapitato -un tipo di esecuzione di cui non si conosceva l’esistenza in Ucraina. In realtà, la sua testa era stata tranciata via da una raffica di mitra.
È morto così, in servizio, mentre cercava di aiutare un collega a fare il suo lavoro in una di quelle situazioni di pericolo che affrontava con fin troppa leggerezza. Molti dei nostri amici lo hanno conosciuto. Ma quella notte non si era fermato a dormire a Roma e l’incontro con lui non c’era stato.

©Giorgio Galli

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