Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

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Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. Ma in un’altra sezione troviamo una poesia a mio avviso bellissima. A pagina 85:

Sono in sei contro sette,
ma c’è equilibrio, quelli in sei hanno Mino,
è l’estate di Baggio e di Baresi,
giù al porto lo chiamano Il Divin Mino,
attacca gli spazi, dribbla molto bene,
è leggero ma sa come travolgere,
punta la porta di pietra, il pallone
sbatte con un tonfo riverberato,

e oggi è un oggi più spento,
Il Divin Mino perde ogni contrasto –
con il vivere, chiaro.
Ha detto: “Vado di là”. E si è lanciato.
Tre piani non sono tanti. Una palma
l’ha stoppato. È vivo ancora. E chissà.

Carmen Gallo è voce di spessore, di caratura certa. Massimo Gezzi nella presentazione ne indica molto bene il percorso, rende ulteriormente manifesto il modello di Beckett e introduce poi al meglio gli elementi necessari per leggere la parte inedita qui presentata, La corsa. Italo Testa, in un’occasione pubblica, ha avuto modo di affermare che tra i diversi nodi immaginativi presenti in questo quattordicesimo Quaderno vi è quello legato al mito, giustamente. Ecco, Gallo qui mostra come saperne riformularne i contorni, a modo suo: sa mettere in scena in modo misterioso, attraente perché enigmatico, il modello di un antico gioco greco, fanciullesco, chiamato ephedrismos. «Tutti i personaggi di questa storia sono due. Alcuni giocano, altri si nascondono. Ma sono sempre due, come noi», avverte l’autrice. Il risultato è, ancora una volta, intenso, profondo, e disegna una strada percorribile in futuro dopo quella già felicemente tracciata in passato. Un futuro che attende la sua poesia come un dono prezioso.
Una sorpresa invece è la poesia di Iemma, breve, intelligente, rapida e scattante. Si tratta di diversi flash sulla meccanica del vivere: La settimana bianca raccoglie scampoli e affreschi di malattie che mettono in luce incidenti linguistici voluti, fanno incontrare percezioni nuove e sorprendenti, perché ironiche. E in luce si pone, in particolare, la breve sezione intitolata Cade la Jugoslavia.
C’è molta presenza narrativa in questo Quaderno, un dato che persiste negli ultimi anni. Vi è traccia anche nella poesia di Maddalena Lotter e di Giovanna Cristina Vivinetto: un “discorso” vien da dire, capace però a tratti di accensioni liriche notevoli. In modo diverso per l’una e per l’altra, evidentemente. All’alba dei testi presentati da Lotter c’è ancora una volta, fortunatamente, un frammento sacro, di Sacra Scrittura, tratto dalla Genesi. Villalta, nella prefazione sottolinea la parola “abbandono” nel suo caso, e dopo aver letto Questioni naturali penso a due passaggi di versi in particolare: «Non viene dai cieli/ la creazione, è una cosa interiore» insieme a: «Sedute a tavola fra gli altri, noi/ non eravamo di questo mondo». Penso a infanzia, musica, sconfinamento, avvertimento di eternità.
Di Vivinetto molto si è scritto recentemente. Nella parte inedita qui presentata, piuttosto consistente, continua e forse si completa quanto aperto nella ricerca poetica presente in Dolore minimo, pubblicato da Interlinea nel 2018. Vedremo cosa riserverà per lei il futuro. Mi sembra però importante, intanto, il richiamo ad Antonella Anedda in apertura: «Di lato c’era come un recinto/ e lì duravano le cose»; importante perché si specchia nei versi finali de La cifra dello strappo: «Ma veniva ora a noi un richiamo distratto/ di salvezza dallo spioncino in ottone/ della casa, una lama di luce a sedurci,/ a consolarci. Di lato c’era come un recinto,/ lì saremmo durati, oltre le cose».
Il quaderno italiano di poesia contemporanea è un progetto culturale di lungo corso, e dai molti meriti. In quest’ultimo, è breve, forse troppo, l’introduzione di Buffoni e soprattutto degli annunci del passato Quaderno, là dove parte del futuro della poesia s’intravedeva in mano alla generazione figlia di immigrati, non c’è traccia. È un discorso attuale e quell’intuizione critica era importante, sembrava aprire a una possibilità particolare e nuova per la poesia, oggi, in Italia.

Cristiano Poletti

 

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