Franco Costantini, Cinque poesie da #Scorporare

 

L’occhiata bieca sotto
.                         le impalcature
incontra la mia immagine residua
in cerca di caffè
e gli operai afgani
.                             nel cortile.
La tua dolcezza è pure un imbarazzo
e certo
in qualche modo
turbine e gomitolo.
Lascia al gioco il tempo che si deve
e non si sfila.
Rimane un’accortezza
la mela nella gabbia
il mestolo nel freezer.

Per i topi anche
alternavamo le uccisioni
per spartire gli anni
e le domande che ci porranno
in Purgatorio.
É un chiasmo il tuo sorriso
e ai bordi l’essenziale:
ricaduta dei miei occhi sul tuo autunno
passato, prossimo
ma mai attuale.

 

 

Il sole ci ha disintegrato i giorni
non è più lo stesso, neanche lui.
Tutti i sogni mi sono
.                   equidistanti
e io sto in mezzo
.                       e vado avanti
e loro tutti insieme a me
senza alcuna familiarità.

Non credevo che il mio tempo
ti venisse incontro.

 

 

Provo a ricaricarti
come le mail
sul telefono, ogni trenta secondi
per vedere se c’è
qualcosa di nuovo,
la svolta che aspetto da anni d’altronde
da dove potrebbe arrivare ?
Ma tu non rispondi
e il tuo sguardo si ferma su cose
che non sono più io.

 

 

Wunderkammer

In un giorno di pioggia ogni risveglio
è un fallimento
e un terno al lotto
volante o stabile come il tuo disappunto.
Solo la catastrofe ci può mostrare
il tarlo che da anni mangiava il tetto,
la bufera scoperchia la struttura
e scompiglia le cornici naturali
costringe anche gli uccelli a riparare.
Tra la vanga che scava
e la pietra che suggella la fossa
la sola differenza
è un predominio della forma;
la materia non sa che sia la noia.
Nell’iniqua divisione dello spazio,
i gabbiani stanno in cima,
loro scelgono i comignoli;
poi vengono i merli.
Gli altri si spartiscono
quello che rimane,
non più grandi di un punto e virgola
le cinciallegre
si occupano dei piani bassi.
Fuori di qui, l’esplicito presidia
ogni angolo del centro,
ci tocca allora lavorar nell’ombra.
La vita in questo mondo è l’eccezione.
Ma nella mia mente
che accumula l’uguale
io cerco una vendetta sulle cose.

 

 

Ogni estate è diventata
il lucido di quella precedente
una sfida di puntiglio
.                e d’abbandono;
l’accoglienza un demone
perché non c’è più spazio
e il presente
riempie
tutto.

 

 

Franco Costantini nasce a Genova il 6 febbraio 1990. Alcune sue poesie compaiono sulle riviste «La macchina sognante», «Place de la Sorbonne» (n. 8, aprile 2018), «Nunc» (n. 45, giugno 2018) e «Recours au poème» (giugno 2019). È autore invitato a un seminario sulla traduzione di giovani poeti all’Université d’Aix-Marseille (Aprile 2019, https://tradpoesie.hypotheses.org/).
Vive e lavora a Parigi, dove insegna letteratura italiana e svolge attività di ricerca all’università Sorbonne.
I testi proposti sono tratti dalla raccolta inedita Scorporare.

2 commenti su “Franco Costantini, Cinque poesie da #Scorporare

  1. Una sorta di equidistanza pervade la percezione della realtà. Una equidistanza marziale.

    “In un giorno di pioggia ogni risveglio
    è un fallimento
    e un terno al lotto
    volante o stabile come il tuo disappunto.”

    Questa distanza ci annulla.

    “Ogni estate è diventata
    il lucido di quella precedente”

    Una distanza che seppur minima è incolmabile.
    Restiamo particelle elementari in preda ad una nuova forza respingente.
    La distanza millimetrica dall’abisso.

    “La vita in questo mondo è l’eccezione.”
    La poesia pure.

    Un bel respiro.
    Grazie Poetarum. Grazie Franco Costantini.

    Piace a 2 people

  2. La poesia in generale, e quella di Costantini in particolare, veicola la sensazione del tempo che accelera: radi colloqui, lettere senza destinatario, dolori ineccepibili, amori inattuali, l’eterno ritorno dell’eguale e a un tratto siamo già lontani dal vivibile, raggiunti da un altro tempo, estraneo, ancora da addomesticare. D’altronde il poeta, come il bianconiglio di Carroll, consulta freneticamente l’orologeria dei minuti mancanti, pur sapendo eliotianamente che la fine sarà il suo inizio, frase sancita dal miracolo dell’irripetibilità, ostia per chi resta, una volta eletto regnante assoluto quel logos che lo dominava e tormentava con l’intensità tipica degli amori. Viene fretta anche al lettore di partire per incontrare in qualche via, che sia Genova o Parigi, una faccia di poeta, figura così rara, da inquadrare con un’istantanea prima che si estingua come Rimbaud, l’hapax e il dodo.

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