Giorno: 17 maggio 2019

Iuri Lombardi, “Giornale di lotta” e altre poesie nuove

Giornale di lotta

Marzo arriva con l’avvento silenzioso,
apparecchia sulla tovaglia gli strumenti
delle morte; un trionfo afono di profumo
si apre oltre la sommaria recensione
come uno spasimo di amore non saputo,
consapevole solo nel corpo che lo esprime;
nella lineare sua bellezza – con indosso
solo una giacchetta mal ridotta, dismessa
nel tessuto, nella consistenza livida di una
prossima flagellazione inevitabile della
delicata carne.
Marzo vivido nell’incertezza di giorni
puliti, algebrici e chiari di luce vissuta
di una pasqua di sangue e resurrezione;
apparecchia, sulla tovaglia dell’erba,
sporca, macchiata di peccato e di sangue,
le croci sul poggio nella passione terrena,
sbancato dalle pale affamate, dalle trivelle
benedette dai rosari, nei vespri lividi
nel dolce alternarsi di un giorno di pioggia
e di sole.
Gli strumenti della lotta, nei corsivi
polemici di un pater nostrem decisi
dall’ingegneria della mente la cui trama
ha lo stesso valore di un pezzo di pane-
raffermo. Struggente avvento silenzioso
di una morte che si attorciglia attorno
l’ultimo lembo del legno tanto sacro
quanto crudele, la cui ombra mena gelida
il gioco sottile di parvenze sul suolo deriso.
Dopo di te dovremmo fare i conti, come
dopo ogni dopo, ma il prima? Compromessa
è la poesia sublime del prima, la spensierata
leggerezza giovanile che prepotente mi hai
scippato e ora da derubato mi è dato sapere
la scienza che la tua apparizione – taciuta,
ma avvenuta in una risma di gente, tra echi
lontani e risate e bevute, forse vissuta?
O soltanto creduta – inevitabilmente
mi trascina verso gli inferi più feroci,
verso la morte che ebbi a credere,
tra le luci sparse di uno spettacolo –
senza la moltitudine solita degli spettatori,
di cui solo io mi flagellavo nell’apprenderne
il significato, gli intrecci che (s)magrano
la consistenza grassa della storia – non possibile;
anche se fu vita sospesa, il cui peso, fu
sospeso dagli ardori della carne, attraverso
la tua magrezza, il colore dei tuoi occhi
in cui scorgo il nudo paesaggio urbano
depredato d’ogni luce che lo anima nel mezzo
accecante del giorno: in cui affiora ogni
diversità, ogni profilo esile o gonfio, le
impalcature eterne che imbavagliano
la cattedrale che mai finita ebbe ad edificarsi.
Crudo come il buio che livella la notte,
in cui un breve ed effimero nodo di vento,
pettina i profumati (come uno spasimo d’amore
mai saputo) balsami erbosi e le erranze
vagabonde dei cani che in ore tarde si aggirano
come me tra le case cercando un cenno
della tua antica presenza:
notte che cala ad agio come un lenzuolo
sulla terra smessa del giorno, lercia nell’uso
d’ogni vita, e che si fa casta tra i panni
stesi, gonfi ad ogni alito, profumati
di pane e di resurrezione, di lavande
domestiche e di fiori germogliati
dagli aridi geli dell’inverno trascorso,
tra i panni stessi sino a l’ultimo estremo
straccio che a morte avvenuta poserà
sepolcrale, vuoi per pietas vuoi per amore,
sul tuo essere non più animato.

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Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia. sfarfallii – armati – sottoluce. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Laura Caccia, Giuliano Ladolfi editore 2018

In Claustrofonia, la raccolta più recente di Doris Emilia Bragagnini, colpisce, fin dal primo percorso di lettura e di ascolto, il situarsi dei testi e, nei testi, dei singoli versi, sulla terra smossa di confini e avamposti, di stazioni e di sentieri al bivio.
È una terra smossa che accoglie e addensa, accostandole e facendone non di rado stridere i contrasti e brillare gli urti, percezioni provenienti da fonti e canali sensoriali diversi. Il componimento che dà il titolo alla raccolta e che la apre può essere considerato a tal proposito un prologo programmatico: «ogni tanto un urto di temperatura/ differente, a porte chiuse ] tolte le dita/ da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali […] la risalita dei ricordi sfida il cemento/ dell’anima in guardiola, divelta e sugosa/  chiaroscuro del Merisi».
In Settima pagina, che, come Claustrofonia, è un testo collocato nella prima sezione della raccolta, sfarfallii – armati – sottoluce, leggiamo: «Si procede con i sandali di gomma». Le suole aderiscono al terreno impervio, la tomaia ci lascia scoperti, la precarietà dell’appoggio fa esplodere l’insofferenza nei confronti di «metafore seriali», dinanzi a snocciolamenti di associazioni prese in prestito e mai realmente attraversate. Restano allora, quelle «– catenazioni –» (tale appellativo accompagna in Settima pagina le «metafore seriali») una tanto chiassosa quanto vana mercanzia, perché, avverte Bragagnini con un «ne ho abbastanza», si è voluta escludere la via dell’attraversamento, del dolore così come dello stupore, della rivelazione così come del  mistero inesausto, del pieno così come del vuoto: «il vuoto manca almeno quanto il pieno».
Aneliamo, scrive Doris Emilia Bragagnini (e riporta chi legge a Freies Geleit di Ingeborg Bachmann) a un lasciapassare, a un Salvacondotto – «come si ottiene una tregua un lasciapassare uno scatto al traguardo» –, ma già sappiamo, anche per ostinata fissazione su un solo punto di vista, quello suggerito dall’autocompiacimento («come si altera un presidio dell’io così non disposto a recedere/ ad ammettersi altro che non identico a sé»), di non avere scampo da tranelli e cadute o, semplicemente, da una agghiacciante stagnazione.
Che cosa resta, allora? Resta L’offerta – così il titolo di una poesia che conclude la penultima sezione, Ricreazione – di rimandi a «visioni di voce notturna/ sedata solo dal tempo distante». La sfida che viene lanciata con Claustrofonia è quella di una scrittura poetica che fa della divagazione un’arma del dissenso e che volge lo sguardo al tratto amatoriale, da alcuni negato, da altri rinfacciato, come si guarda al nutrimento che nasce dalla gratuità, in piena consapevolezza dei muri moltiplicati e degli usci chiusi.

© Anna Maria Curci

 

Claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate  a terra  ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky

 

Settima pagina

si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
– catenazioni – degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi – fuori l’estate sigillava i contorni  (altro…)