Giorno: 16 maggio 2019

Raffaela Fazio, da “Midbar”

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli 2019

 

Qol demamah daqah

“E un vento fortissimo che spacca montagne e spezza le rocce era davanti al Signore. Non nel vento, l’Eterno. E dopo il vento, un terremoto. Non nel terremoto, l’Eterno. E dopo il terremoto, un fuoco. Non nel fuoco, l’Eterno. E dopo il fuoco, un suono di silenzio sottile. Come l’udì, Elia s’avvolse il viso nel mantello e uscì sulla soglia della grotta” (1 Re 19, 11-13).

Non vento di bufera
frastuono
non fuoco o tremore
non guerra, non pace

ma bocca che si apre
senza suono.

L’Eterno
——–è silenzio sottile
che ti vuole e che non rivela
niente: solo
ti concede un respiro
e un’ansia più mansueta.

Rinunci a capire:
è il tuo modo
di attendere il futuro

perché la conoscenza
è un’illusione.

Il vero si fa strada
se i sensi sono arresi
complici del dubbio.
E mantice
———l’assenza.

 

Le prime tavole

“Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra […]. Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna” (Es 32,15-16.19).

Lo schianto
della pietra sulla pietra.
——————-E poi il silenzio

vuoto di vento dopo la scossa.

Si spezza la materia:
sventa il possesso
———affida
le parole al volo.

Altre le seguiranno
solcheranno il tempo
———orfano di un lato.

Ma le prime
dove sono
se non nel fiato
che le cerca? Nella mente
———o nell’inesistenza?

Il loro dono è
———l’incertezza, il sogno
del frammento che si è perso
———l’affanno
che non si rassegna

e come l’ala
che si getta nel nulla e si sente
sorretta
———la libertà:

non arriva
all’antica lacuna
ma ne varia
tra i segni la distanza

e riscrive
daccapo la memoria. (altro…)

Martina Campi, Quasi radiante

Martina Campi, Quasi radiante. Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Sonia Caporossi, Tempo al libro 2019

 

Deserto anacoluto

I

Io l’attendevo la pioggia purché facesse
da sé tutto il nero scompiglio
di cielo severo, pomeriggio inflessibile
lucido viscerale e disperato,
per i fondi bucati nelle giacche,
gli aggettivi, eccetera
ossa, che avevano gettato la spugna.

II

La fine frusta di una sera
al confine, a fare il nulla
e sembrarsi confusi
da strozzarsi la gola,
per osmosi
carne defunta
nei rimorsi a porta aperta.

III

Tenevo il tempo al collo
solo per vedere l’alba
e scesi io stessa
nel giardino soffrendo d’aria,
l’ombra dei (mai) nati (mai) morti
non ancora impossibile,
tanta solitudine.

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