Caregiver Whisper 71

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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29 ottobre 2016

Questa mattina mia madre ha preso la biancheria, le sue gonne, i collant, le maglie e i fazzoletti – una montagna di fazzoletti – e li ha appoggiati sul letto. Poi si è messa a girare un po’ per casa e, quando è tornata in camera, ha avvolto tutto in un plaid scozzese anni settanta. L’ha legato a mo’ di fagotto ed è venuta da me a chiedere se le potevo prestare il trolley.
M: «Scusa, e cosa ne devi fare?»
L: «Me ne devo andare a Zungoli.»
Nell’ultima settimana non è la prima volta che Lucia viene da me a chiedere di darle una borsa. Io, ricordando bene come sono stato trattato le volte precedenti in cui le ho detto che non serviva o che saremmo andati un altro giorno, per evitare altre urla e altri pugni, decido di cambiare e strategia e vado a prendere il trolley. Il fagotto, mi spiega, l’ha fatto perché non riesce più a trovare la sua valigia: «Forse me l’ha rubata quella zoccola», dice indicando l’altra stanza. Poi, aggiunge, è questo l’unico motivo per cui si è rivolta a me. Perché se potesse farne a meno, a me non chiederebbe nulla, visto che sono stronzo, proprio come quella che adesso dorme sulla poltrona in sala. Sulla poltrona in sala, a cercare di riposare, c’è mio padre.
Mia madre sistema il fagotto all’interno del trolley, dice a bassa voce qualcosa di incomprensibile e mette la valigia davanti alla porta della sua camera. Poi va a sedersi in cucina. Mio padre, che è stato svegliato dal nostro scambio, arriva in corridoio, guarda prima me e poi il trolley sdraiato a terra e chiede, forse più a se stesso che a me: «E mò chesta che adda fà?». Le dico che vuole ancora andare a Zungoli e lui se ne torna in sala dicendo solo «Oi mamma, che brutta fine». Mi chiedo se la mia angoscia possa essere in parte la stessa sua, ma so già che non è così, che per lui dev’essere molto più difficile.
Raggiungo mia madre in cucina e non faccio in tempo a chiedere qualcosa che lei mi dice che «Quando rientra Sebastiano poi ce ne andiamo insieme a prendere il pullman. So che ha già preso i biglietti». Io non replico e guardo l’orologio. Il tempo di un caregiver, quando il malato è in preda ai deliri e alle allucinazioni, sembra non scorrere, resta fermo. Nonostante ciò, il caregiver invecchia velocemente, dannato a metà tra l’impotenza e l’angoscia.

Da diversi giorni mia madre ci sta mettendo in croce perché, come ogni anno, deve andare al suo paese a mettere i fiori sulle tombe dei suoi genitori. Non ci sarebbe niente di male, penso, se poi non si mettesse a parlare con mio padre dicendogli: «Vero mamma che dobbiamo andare a Zungoli a mettere i fiori sui cosi?». Quando arriva Giorgia, a metà mattinata, convince Lucia a fare un giro. Si fermano a fare colazione al bar, vanno a vedere un paio di scarpe in Viale Monza, comprano qualcosa al supermercato e poi ritornano per cucinare. A casa, intanto, dopo aver svuotato il trolley e rimesso a posto i vestiti di Lucia, io e Sebastiano ne approfittiamo e cerchiamo di riposare un po’.

Nel pomeriggio, quando Lucia si addormenta, vado a prendere il gelato per mio padre. Lui, sulla poltrona, mi dice di fare con calma, di prendermi una pausa, che se la mamma si sveglia ci pensa lui a tenerla quieta. Anche se la cosa non mi tranquillizza, faccio il giro largo e, nel frattempo, chiamo il mio amico Maurizio per il consueto scambio di consigli. Dopo venti minuti rientro a casa ed è come se fossi ritornato a questa mattina, un po’ come Bill Murray quando rivive il giorno della marmotta.
Mia madre, infatti, è di nuovo in camera che prepara i vestiti per andare al suo paese.
M: «Lucia, cosa stai facendo?»
L: «Preparo le cose da mettere in valigia. Andiamo giù per i morti, non te lo ricordi?»
M: «Andiamo chi?», chiedo sconsolato.
L: «Io e Sebastiano.»
M: «Ma se lui non riesce nemmeno a camminare?»
L: «E mica se la deve fare a piedi. Ora aspetto che rientra e poi andiamo a prendere il pullman…»
M: «Lucia, ma non lo vedi che Sebastiano è di là?»
L: «Ma che cazzo stai dicendo? Perché devi dire queste cazzate?»
La rapidità con cui mia madre riesce a cambiare umore è spiazzante. La guardo, cerco di sorrido e con calma provo a distrarla e tranquillizzarla, con poco successo. Le dico che ha ragione, che in effetti in cucina non c’è mio padre ma c’è, indovina un po’ chi c’è?
L: «E chi ci deve stare? Ci sta mia suocera, non la vedi?»
M: «Certo che la vedo. Volevo capire se l’avevi riconosciuta.»
Mi becco altri insulti, perché sono proprio deficiente se non riconosco che in cucina c’è Filomena, mannaggia a me e a chi mi ha fatto entrare in questa casa. Non replico nulla, nemmeno quando mi insulta dicendo che, prima o poi, mi deve fare vedere lei cosa mi deve fare, e intanto metto del gelato nei bicchieri e ne do un po’ a mio padre e un po’ a mia madre.
L: «Finalmente fai qualcosa di buono. Stronzo, ora vattine va’», ringrazia in modo amorevole mia madre.
Passa un’altra mezz’ora e arriva mia zia Lina. Esco sul pianerottolo per spiegarle qual è la problematica del giorno e mi dice di stare tranquillo, che ci avrebbe pensato lei a calmarla un po’.
Non passano nemmeno dieci minuti che li trovo in cucina a piangere tutti e tre, mia zia, Lucia e Sebastiano. È in questo momento che penso a quanto sia infame una malattia come la demenza. Poco per volta cancella tutto, la persona che ne viene colpita – quella che non riusciamo più a riconoscere – e anche la persona che le sta accanto per aiutarla. È un dolore che si moltiplica, che devasta e non trova vie d’uscita, che non può essere compreso da chi non ci passa attraverso, un dolore che resta dentro anche quando tutto finisce. Vorrei intervenire e dire qualcosa, ma mi accorgo di non sapere cosa dire. Così, ritorno in camera e penso che un trolley vorrei tanto prepararlo per me.

© Marco Annicchiarico

 

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