A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia.
I suoi amici, come pure il gestore del ristorante dove passando aveva fermato un tavolo per la sera, sono sempre un po’ perplessi del suo muoversi da sola – al cinema, fuori porta, anche in questi brevi viaggi che ogni tanto si concede. Alcuni si chiedono se non ha nessuno con cui andare e quasi si dispiacciono di non potersi offrire; altri si sentono meno amati di quanto lei ami la sua solitudine; pochi intuiscono la verità: che lei ha bisogno di dimenticarsi, nelle sue idiosincrasie come nei suoi talenti. Che chi ha mangiato troppo a volte sente il desiderio di un giorno di digiuno. Che chi si innamora, e ha l’ossessiva impressione di aver lasciato qualcosa di importante sul braccio dell’altro, ogni tanto prova sollievo all’idea che il sentimento sfumerà. Così lei, quando smette di sopportarsi, prende uno zainetto e parte, e non porterebbe per nulla al mondo qualcuno con sé a ricordarle chi sia. Questo include abitare una stanza non sua, con un libro nuovo in mano.
Ha tante strade, se adesso pioverà e lei sarà intrappolata in una cittadina che in fondo ha già finito di conoscere. Tante strade, posto che farà in tempo a raggiungere la libreria e tornare indietro prima che i goccioloni che la nuvola grigia minaccia prendano corpo. Può essere anche una fumetteria, si dice prendendo di buona lena il corso principale (c’è un bobtail cui qualcuno ha fatto una fontanella sul pelo della testa, e una chiesa minaccia la presenza di un crocifisso del tutto privo di prospettiva), una di quelle fumetterie che vendono l’usato, può comprare un vecchio Topolino, ogni tanto lo fa, non tanto per i fumetti ma per la speranza di averlo avuto uguale da bambina, per il prezzo in lire, per le fotografie sgranate, per la pubblicità degli stessi giocattoli che chiedeva per Natale. O può essere un giornalaio, per comprare un quotidiano, grande e dalla carta ancora croccante, per mettersi a letto con i calzini ancora addosso e i piedi accavallati e leggerlo fitto fitto fino all’ultima riga di economia e finanza.
Lungo il tragitto c’è vento, e lei non ha idea di cosa vorrà, se si ricordasse di segnare su un foglio i libri che mano a mano desidera non vivrebbe questo eterno contropiede. Ha bisogno di qualcosa in cui provare un senso di apnea (la cittadina è finita, perché nessuno l’ha fermata?), qualcosa che non abbia sognato a lungo e che non l’abbia delusa in breve, come questa cittadina e come il Ragnarök dell’altrimenti ottima Byatt. Non ha niente con sé perché, diciamocelo, aveva paura di portarsi dietro Hill House. Perché quando aveva scoperto che si trattava di un libro di Shirley Jackson e non di un’idea di un gruppo di sceneggiatori si era precipitata a comprarlo, perché la Jackson non si discute; ma non immaginava che il libro l’avrebbe tenuta sveglia quanto il telefilm. Non che ne abbia viste più di due puntate, sia chiaro, e rigorosamente affondata nel gomito di Manoo nei punti in cui la paura era più saliente. Manoo, che è forse l’unica persona che si porterebbe dietro in queste gite solitarie, non sembrava mai scandalizzata; provava nei confronti della trama e dei colpi di scena un quieto rispetto misto a bendisposta curiosità. Lei era sotto il divano dal terrore, senza altro apparente motivo dell’algida bellezza di quelle immagini, nelle sue minuzie, filtri, inquadrature. L’ossequio la agita. Il cappio stretto della trama pure. Così aveva chiesto a Manoo di non proporle di vederlo mai più nella vita, ma di raccontarglielo, una volta che avessero passato un’altra sera insieme. Così Manoo aveva fatto. E lei l’aveva fermata, perché tutto sembrava toccarle un nervo, e la paura le faceva male agli occhi, e Manoo aveva detto scusa un attimo e aveva cambiato stanza, e lei aveva pensato ti prego, ti prego, fai rumore tornando, perché se ti vedrò attraversare la porta… Così si era messa a leggere Hill House. Ma anche lì non era il caso di essere soli, come quella volta che Eleanor si sveglia e la luce è spenta, allora stringe forte la mano a Theo, ma Theo dorme lontano, e allora di chi è, mio Dio, quella mano?
Comprerà qualcosa che la calmi e la alleggerisca. Che la faccia ridere. Che la intenerisca e sia scritto così bene da farle venire voglia di scrivere anche lei. Non si può scrivere dopo aver letto qualcosa di brutto, perché scrivere bene è un riverbero, non una ripicca.
Quel che è certo è che non studierà, come ogni volta che ha del tempo libero, come fa un criceto sulla ruota. Inciampa nei manuali, è tempo di concorsi, chi vuole insegnare deve sostenere una prova per essere ammesso a seguire un corso che gli insegni ciò che ha già imparato per superare la prova in modo da essere assunto a fare ciò che già faceva da anni. Sfoglia il manuale che ha già, solo per ricordarne il peso: apre a caso sulla pagina in cui un pedagogo propone ambienti con tappeti e divanetti, e un altro suggerisce, se uno studente su ventiquattro fallisce una verifica, di mettere in discussione il proprio metodo e le proprie capacità dalla settima generazione.
«Le serve qualcosa?», dice il commesso.
Lei vuole solo guardare, passare molto tempo a fissare le copertine e leggere le quarte e annusare la carta e altri ammennicoli spirituali che gli amanti dell’oggetto-libro si rimpallano a vicenda al grido di ma allora anche tu, come se fosse marchio di unicità guardare quanto un’equipe di grafici ha predisposto, leggere quanto una figura apposita ha pensato come appetibile e annusare quanto è naturalmente profumato. Vorrebbe, quindi, ma la voce di un commesso che offre aiuto mette sempre in moto una dannata fretta, così allunga la mano verso una costola nella speranza di non possedere già il relativo libro e lo poggia sulla cassa, ringraziando.
È Quel che resta del giorno, pensa sollevata. Non ce l’ha, e sente di volerlo. Un fotogramma del film – che non ha mai visto – la guarda dalla copertina. Non sopporta Emma Thompson, ma è stata la musa, e la grande amica, di un uomo che ha amato molto, Alan Rickman. L’ha amato quanto l’hanno amato migliaia di donne, e statisticamente centinaia di uomini, della sua generazione: per una pura proiezione, e con tenera intensità.
Il vento si infila nella libreria mentre paga. È quel vento che precede una buriana. Non sa se farà in tempo a tornare al b&b o se il suo rifugio sarà il divanetto della libreria. Apre il libro, sulla porta. Ama subito la voce composta, regolata e vagamente trattenuta del maggiordomo, che l’autore con bella sapienza espressiva fa cozzare con la spregiudicata americanità del suo principale. C’è un livello di indagine delle cose, nell’uso della lingua di lui, nella sua educata ipotassi, che commuove.
Sembra che il maggiordomo stia per viaggiare. Sembra sia un libro sul viaggio, dopotutto. Probabilmente è lì che lei è arrivata, non ad A.; e quando in futuro le chiederanno: ti sei trovata bene?, lei ricorderà la conversazione del maggiordomo con Mr Cardinal. Si sarà trovata benissimo.

© Giovanna Amato

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