Giorno: 9 Mag 2019

Gianni Ruscio, Interioranna

 

Gianni Ruscio, Interioranna, prefazione di Gabriella Montanari, Algra Editore 2017

L’attesa di una vita che si va formando sembra rinvigorire ogni volta la promessa di “fare nuove tutte le cose”. In Interioranna di Gianni Ruscio questo “tempo propizio dell’attesa” diventa viaggio nel grembo di Anna, compagna musa e madre.
Il corpo si rivela come antenna, allora: «Orientiamo l’antenna./ Il nostro corpo, l’antenna». Come già anticipato dal titolo della prima delle cinque sezioni che compongono Interioranna, Verso noi come corpo, il viaggio all’interno di un corpo che accoglie, che trasforma e si trasforma (Viaggio al termine della donna,  lo definisce Gabriella Montanari nella prefazione), è occasione comune, multipla e moltiplicata, per “riscoprire radici”, ridefinire i confini, riaprire a nuove possibilità il canto dell’amore e dello stupore, il concerto di logos e physis.
L’esplorazione si unisce così all’estasi e da questa unione, che passa, come per la nascita, per contrazioni e travaglio – i titoli delle sezioni, Verso noi come corpo, Crisalide di un uomo, Prima del nulla, la musica, Si dia inizio alla dolcissima detonazione, Logos siamo a te,  anime nude, lo dimostrano – si sprigionano nuovi quesiti («Chissà/ se ci mostrerai l’alchimia»), nuovo slancio («per rinvigorire/ i naviganti»), nuovi vertiginosi e fecondi ossimori: «Profondità della luce/ incommensurabile buio totale». (Anna Maria Curci)

 

Se respirate, da questi
polmoni, uscirà
neve e sogno.
Rumore
miserabile e solenne, permea
e devasta, ricostruiscici sublimi.

 

 

Corpo s’è fatto coperta
tanto non cresciamo più.
Corpo s’è fatto
vestito
per il corpo
fragile dell’altro.
Siamo cresciuti
dentro lo spirito,
corpi insieme, corpi di fiaba.

 

 

Il nostro fiato in questo verbo?
Infiniti mondi,
insenature da scolpire.

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Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)