Giorno: 7 maggio 2019

Marco Barbieri, Tre poesie

 

Mi sono chiesto se mi fosse mai capitata la sventura
e se avessi dovuto augurarmelo:
la soluzione al primo quesito è chiara,
lo stesso non vale per l’altra. Vorrei sapere
se per ogni male che mi viene risparmiato
il corrispondente è arrecato al mondo
nella sua più minuscola piega,
se l’essere più infimo alza un lamento
a causa mia. Forse il vero male morale
sta nel non volersi rispondere ad alcun costo.

Così faccio del mio discorso un amuleto pagano
che non mi porterà alcuna salvezza, solo un sollievo
momentaneo, poesia-blasfemia
che anche i più navigati tra i critici non riconosceranno
in quanto oscenità in codice, cattiveria mascherata.
Chissà se nell’aldilà – terza e ultima domanda –
è data alla lettera la dignità di un tribunale tutto suo,
da vera privilegiata, o se si è gettati
in un unico disgustoso pentolame.
Propenderei per la seconda – se davvero
a un luogo è data l’utopia della democrazia
quel luogo dev’essere l’inferno, e non altro.

 

 

Ci siamo trovati al lato di un bar
e stanati come solo noi sappiamo fare
senza mai un intrico di noia,
con l’aria fresca di sa che c’è dell’altro
ed è disposto ad aspettare.
Così ho avuto la conferma inessenziale
che ogni esperienza è riconoscimento
e ne ho approfittato inebriandomi
come se fosse la prima volta,
procedendo ciondolante, a tentativi,
senza precedenti, e di fronte a questo
non c’è idea che tenga,
ogni categoria è scheletrica.

Con la timidezza dei bambini ammetto
che la mia storia è evenemenziale
è di un corpo che pensa sempre diverso, e nuovo.

 

 

Alla domanda se si è santi
è il caso di non rispondere,
di abbozzare un sorriso educato
e svoltare il discorso, è il caso infine
di fuggire a gambe levate
e nel mentre scoppiare a ridere
– i veri santi hanno la testa vuota
e cava di suoni, una superficie liscia
ai richiami pulsanti della natura,
i veri santi sono incoscienti quanto i cani
o i bambini o ancora più infantili e sciocchi,
i veri santi benignamente sono misconosciuti,
il loro martirio è più silenzio che spargimento di sangue,
i veri santi lasciano che la vita si declami da sola
e certo non li scopri a scrivere poesie.

 

© Marco Barbieri

 

Marco Barbieri è nato a Busto Arsizio (Varese) nel 1995 e attualmente studia Cinema e Televisione con specializzazione in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema di Milano, dopo il diploma linguistico e la laurea in Storia conseguita all’Università Statale.
Esordiente in ambito poetico (al di là della produzione privata ormai viva da molto tempo), collabora con la rivista «La Tigre di Carta» scrivendo degli ambiti che più gli interessano e cioè filosofia (estetica e filosofia morale), cinema e serialità televisiva, spesso ponendo a confronto e in dialogo costante le diverse materie [qui alcuni suoi articoli; n.d.r.]. Alcuni scritti di carattere saggistico più lunghi sono pubblicati sulla sua pagina di «Academia».

Gian Piero Stefanoni, Lunamajella

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, Lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella – animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso/ che quasi ci tocca». È una parola, Lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi/ penso alla morte, al rassetto che sarà/ sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.
Ecco che la “nobile semplicità” del dire poetico di Stefanoni si illumina e arricchisce di un uso linguistico che raccoglie, rielabora e restituisce, in una forma che prende nuova vita, sostanza e colori, una lunga tradizione di poesia, in lingua italiana, in dialetto (con una perla in epigrafe, due versi del letterato abruzzese Tito Verratti, che al suo paese d’Abruzzo, Sant’Eusanio del Sangro, dedicò un libro e versi nell’idioma locale; di un altro poeta abruzzese, Vittorio Clemente, che fu incluso nell’antologia curata da Pasolini e Dell’Arco, è riportato un verso prima del componimento Fantasia), in traduzione da altre lingue. I versi di Stefanoni sanno attingere, con la conoscenza data dalla consuetudine amorevole, a un ampio patrimonio di poesia conosciuta, frequentata assiduamente, amata, diffusa con  la cura e l’entusiasmo della condivisione. (altro…)