Giorno: 6 Mag 2019

Stefano Raimondi: poesie da “Il sogno di Giuseppe” (Amos Edizioni, 2019)

Stefano Raimondi, Il sogno di Giuseppe, Amos Edizioni 2019

 

Il sogno di Giuseppe
diventò di pietra: divenne
cisterna, poi casa e fondale.
A fuggire sarebbe riuscito solo
il corpo sottile di sabbia.
Le sue caviglie erano portali
soglie, dove liberare fratelli e padri.
La casa era sempre più vicina al sogno:
sarebbe crollata con il giorno
con il suo ritorno, indietro, nelle stanze.

La cisterna si fece casa, pelle
voragine di ascolti. Entrarci
era sognare, partire.

(p. 15)

 

 

Ho fatto un sogno solo
aveva poche cose da dirmi
come sono poche le ore
che finiscono vicino alle cantine
e per niente e per poco respiro
stanno a guardia delle loro ombre.

Si resta nel sonno come in un amore, quello
che si tiene vicino per non dimenticarsi
per non lasciare il punto da dove si è partiti
insieme alle sembianze.

E cambiano le cose sparse sopra i tavoli.

Sopra le cisterne passano i mercanti
e i sogni devono essere raccontati
per salvarsi.

(p. 19)

 

 

Le madri che amano davvero sanno
farci rinascere sempre.

Sentire le corde bagnarsi da qui
è come trovare l’inizio di un silenzio.
Le terre si spostano
dove nessuno ci riconosce più.

Giuseppe sognava così.
Sentiva l’acqua arrivargli dappertutto;
aveva anche lui paura dei fondali
come le cose cadute nelle grate
dei tombini: spariscono
come uno quando è solo.

Anche il mare gridava
e le voci erano schiume.

Ma c’erano le madri tra loro.

(p. 24)

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Bruce Bond, da “Choir of the Wells”

Bruce Bond, poesie da Choir of the Wells, traduzione di Angela D’Ambra

Luminescence of the Oceans

There is a drowned fire in our leaving.
You see it in the wakes of ships that cut
a passage through the red tide, the sparks

thrown aft as they welter in the current.
Sometimes when I look down at the seeds
of light, I keep returning to the furrow

that made a stranger of my father’s body,
the way he slept beneath the surgeon’s lance,
the saw, the red hand that reached inside

to turn the organ over. Sleep or no sleep,
a literal heart fumbles with the things
it cannot say and so it says again.

Look at waves. They fold into themselves
the sob of oceans, like a frightened child.
You would think they get tired of it,

how, as they heave exhausted to the bed
of sand, the last remains of day crackle
in the fall. I talk about my father

because, beyond the obvious, I am
afraid the water will swallow him again.
When I look ahead, I see something

futureless there, the jewel of the star
that drizzled into his eye that day.
It seems so still, though I know better.

The machinations of the ocean break
into the million small decisions of the deep.
It lives to move. The star that dissolves

—————————————(stanza break)

against the foam, it goes somewhere. It must.
Beneath the widow’s lace, perhaps, or here
inside the gaze that reads. It spreads its net.

Luminescenza degli Oceani

C’è nel nostro partire un fuoco annegato.
Lo vedi nelle scie di navi che si tagliano
un passaggio per la marea rossa, le scintille

scagliate a poppa che s’agitano nella corrente.
A volte, quando abbasso lo sguardo ai semi
di luce, continuo a tornare col pensiero al solco

che del corpo di mio padre fece uno straniero,
il modo in cui dormiva sotto la lama del chirurgo,
la sega, la mano rossa che si spinse dentro

a rigirare l’organo. Dorma o non dorma,
un cuore letterale brancica con le cose
che non sa dire, così le dice di nuovo.

Guarda le onde. Avviluppano in sé
il singulto degli oceani, quale bimbo spaurito.
Penseresti che venga loro a noia,

il modo in cui, nel loro esausto vieni e vai sull’alveo
di sabbia, gli ultimi resti del giorno crepitano
nel tramonto. Parlo di mio padre

perché, a parte l’ovvietà, ho
timore che l’acqua di nuovo se lo ingoi.
Quando guardo avanti, vedo qualcosa,

là, senza futuro, il gioiello della stella
che, quel giorno, gli sprizzò negli occhi.
Sembra così immoto, pure non m’inganna.

Le macchinazioni dell’oceano si frangono
nel milione di minute decisioni del profondo.
Vive per muoversi. La stella che contro la spuma

—————————————(interruzione di strofa)

si dissolve, va da qualche parte. Deve.
Forse, sotto le trine della vedova, oppure qui
nello sguardo che legge. Dispiega la sua rete.

 

Benthos

The fathoms take what we know of light,
the ache of it that dims as it goes
cold, deeper into the ache of dark.

Down here an eye is its own lantern,
sunk among the cuttlefish and squid,
the angel flesh that swims among the wreckage.

Today I walked into a small museum.
On a wall, a hill of spectacles,
teeth, a memoir bound in human skin.

I have read this book, skin to skin,
and yet I think a part of me reads it
in the dark. If this is the past,

it is far too tiny and too enormous.
What you make out in the many faces
gets lost in the unspeakable focus

of one. And each one difficult to name,
to recognize now, beneath the mask
of no mask. Not enough food to live,

and too much to die. That’s what they say.
And it goes on that way for a while,
until the story of the boy who begs

to be shot. The core of us is strange.
Bones of faces float to the surface.
And deeper still, a voice, neither theirs

nor ours. Like a heavy net of cautions
that binds us to a world. Perhaps a prayer,
a memoir’s future tense, or the last

—————————————(stanza break)

breath of a man, here, high above the dark
floor, above the drowned, as we know them,
the gas blue eel, our black and silent stars.

Benthos

Le sonde colgono ciò che sappiamo della luce,
quel male che s’ottunde mentre si fa
fredda, più a fondo nel male del buio.

Quaggiù un occhio è lanterna a se stesso,
inabissato tra seppie e calamari,
la carne dell’angelo che nuota fra i relitti.

Oggi sono entrato in un piccolo museo.
Su un muro, un colle di lenti,
denti, un memoir rilegato in pelle umana.

Ho letto questo libro, pelle a pelle,
e ancora penso che una parte di me lo
legga al buio. Se questo è il passato

è fin troppo esile e troppo enorme.
Ciò che scorgi in una varietà di volti
va perso nell’ineffabile messa a fuoco

di uno solo. E ciascuno difficile da nominare,
da riconoscere ora, sotto la maschera del senza
maschera. Non sufficiente cibo per vivere,

e troppo per morire Questo è ciò che dicono.
E prosegue così per un po’,
fino alla storia del ragazzo che implora

che gli sparino. La nostra essenza è strana.
Ossa di volti fluttuano alla superficie.
E più a fondo ancora, una voce, né loro

né nostra. Come una greve rete di cautele
che ci lega a un mondo. Una preghiera, forse,
un tempo futuro di un memoir, o l’estremo

———————————————(interruzione di strofa)

respiro d’un uomo, qui, innalzato sopra il fondo
buio, sopra gli annegati, come li conosciamo,
l’anguilla blu elettrico, le nostre stelle silenziose e nere.

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