Giorno: 4 Mag 2019

proSabato: Manifesto di Rivolta femminile (1970)

Manifesto di Rivolta femminile

«Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico? »
(Olympe de Gouges, 1791)

La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà.

L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna.

La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli.

Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione.

Liberarsi, per la donna, non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza.

La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.

Finora il mito della complementarità è stato usato dall’uomo per giustificare il proprio potere.

Le donne sono persuase fin dall’infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona «capace» e «responsabile»: il padre, il marito, il fratello…

L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.

Verginità, castità, fedeltà non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia. L’onore ne è la conseguente codificazione repressiva.

Nel matrimonio la donna, priva del suo nome, perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.

Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.

Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale.

Riconosciamo nel matrimonio l’istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile. Siamo contro il matrimonio.

 

Il divorzio è un innesto di matrimonio da cui l’istituzione esce rafforzata.

La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.

Il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell’essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut.

Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell’esclusione.

La negazione della libertà dell’aborto rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna.

Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare a essere inconsci strumenti del potere patriarcale.

La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante.

In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio, e il figlio è l’umanità.

In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.

Per educazione e per mimesi l’uomo e la donna sono già nei ruoli nella primissima infanzia.

Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico), hanno costretto l’umanità a una condizione in autentica, oppressa e consenziente.

Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia nei sessi.

Noi vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.

Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.

Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell’esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.

Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.

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proSabato: Matilde Serao, da Suor Giovanna della Croce

II.

A occhi bassi, raccolta in sé, col passo tranquillo e cauto delle donne che furono lungamente claustrate, suor Giovanna della Croce discendeva lungo la via Magnocavallo, sfiorando il muro con la sua veste nera monacale, col suo largo mantello nero che la chiudeva tutta quanta: il viso era scoperto, ma la benda bianca le fasciava la fronte sin quasi alle sopracciglia, uscendo di sotto il cappuccio nero, e il goletto bianco nascondeva il collo sino sotto il mento. Tirava un gran vento freddo mattinale ed ella rabbrividiva un poco, tremando nelle sue lane nere, sentendo più vivamente l’improvviso soffio della tramontana, per le vie deserte napoletane. Non veniva di lontano: era stata nella chiesa del Consiglio, sovra la via Magnocavallo, ad ascoltare la prima messa, come ogni giorno: una prima messa che si diceva alle sette del mattino e che solo poche popolane, qualche pinzocchera, qualche mendicante, ascoltava, nella penombra della non grande chiesa, mentre il vecchio sagrestano trascinava i passi, tossendo e scatarrando, mentre il prete appena appena si voltava verso il popolo assente, mormorando le parole sante. Suor Giovanna della Croce si era, quella mattina, anche comunicata. Quando, nel tempo felice della sua vita monacale, era sepolta viva in suor Orsola, il suo confessore don Ferdinando de Angelis, le dava il diletto spirituale della comunione una volta la settimana, sempre il venerdì, in onore della Croce: adesso, il prete era diventato più austero, più duro malgrado la sua estrema bontà e le concedeva la comunione solo una volta il mese. Talvolta ella si lagnava, sommessamente, di questa privazione.
— Ora, siete nel mondo… — mormorava don Ferdinando, senza soggiungere altro.
— È vero, sono nel mondo, — ripeteva lei, con un profondo sospiro, pensando che nella vita profana il Signore poco si concede.
Affrettava il passo suor Giovanna della Croce, tutta chiusa nella sua consolazione umile, un po’ puerile anche, di aver preso parte alla Santa Tavola. Non doveva andare molto lontano. Con sua sorella Grazia Bevilacqua Fanelli e coi due suoi nepoti Clementina e Francesco Fanelli, suor Giovanna abitava un piccolo appartamento, in fondo al cortile del numero novantadue, in via Magnocavallo Appunto, per non girare troppo per le strade, in quelle vesti monacali che attiravano l’attenzione, ora benevola, ora schernitrice, alla sua età già avanzata, per quel timore vivo e quasi infantile del mondo esteriore, da cui nulla poteva guarirla, suor Giovanna della Croce aveva scelto la chiesa del Consiglio per le sue divozioni quotidiane; solo per confessarsi, ogni primo giovedì del mese, andava lontano, nella chiesa di Santa Chiara, per trovarvi don Ferdinando de Angelis. Erano appena le sette; la via Magnocavallo era deserta, silenziosa, sporca; qualche raro portone si veniva aprendo, da qualche portinaio ancora sonnacchioso; qualche basso di povera gente si schiudeva, lasciando uscire qualche operaio che andava al lavoro. Suor Giovanna della Croce scantonò subito nel portone semiaperto del numero novantadue: la portinaia, una donna magra e scialba, coi resti di una bellezza sciupata dalla miseria e dai parti numerosi, incinta, grossa, avvolta malamente in uno scialle di lana rossa, a maglia, tutto stinto, la salutò lamentosamente:
— Lodata sia la Vergine, zia monaca mia!
— Lodata sia, — rispose, a bassa voce, la suora, volendo passare avanti. Ma la portinaia, sospirando, gemendo, la trattenne.
Zi monaca, diteglielo voi, alla sorella vostra, donna Luisa, ditele che non ne posso più, col signorino don Ciccillo!
— E perché? — chiese, quasi involontariamente, la monaca. — Che ha fatto, mio nipote?
Poi si pentì. Non aveva promesso a Dio, al confessore, a se stessa, di non occuparsi di cose profane, di cose mondane?
— Stanotte non è ritornato a casa, — soggiunse la portinaia, querulamente. — Gravida come sono, non ho dormito per aprirgli la porta subito, quando avesse bussato… Aspetta, aspetta, chi te lo dà!
— Mio nipote non è rientrato? — mormorò la monaca, pensosa, a capo chino.
— No. Niente. È vero che mi regala qualche cosa, quando torna tardi. Ma quando non torna…. io perdo il sonno e egli se ne scorda, non mi dà nulla… un giovane come lui…
— Prendete, Concetta, — e, messa la mano in tasca, la monaca dette qualche soldo alla donna piagnucolosa.
— Grazie, grazie! Che peccato, un giovane come lui perdere le notti… così… a giuocare… o chi sa dove…
La monaca aveva subito abbassato gli occhi, arrossendo, assumendo un contegno distratto. La portinaia si raumiliò:
— Lodato sia il Sacramento, zi monaca mia.
— Lodato sia!
Suor Giovanna della Croce attraversò il largo cortile del palazzo, lasciò a destra la scala grande, penetrò in un corridoio e si trovò in un cortiletto, dove era la scala secondaria di quel grande edificio. Salì le scale strette, un po’ oscure e si fermò su quel primo pianerottolo, cercando la chiave di casa. In questo un passo lieve si udì, venendo dal secondo piano, dopo una discreta chiusura di porta, sempre al secondo piano. Una donna, una signora, scendeva lentamente, sola, come stanca, appoggiandosi alla ringhiera: era vestita con eleganza, ma in fretta, coi panni che le pendevano addosso, male aggiustati, male abbottonati: il colletto della sua pelliccia era alzato. Pallidissima, del resto, dietro la veletta del suo cappello, con un paio di occhi mortalmente stanchi, dalle occhiaie oscure, con una bocca bella ma dalla piega affaticata e come amareggiata. Vedendo la monaca, esitò un momento, poi passò, a capo chino, col suo andare abbattuto, di chi ha una grande lassezza fisica e morale.
Due o tre volte, di sera, stando nella cucina a spegnere il fuoco, a mettere in ordine piatti e bicchieri, suor Giovanna della Croce aveva visto salire questa signora, lentamente, quasi furtiva, nascosta dietro la sua veletta fitta e l’aveva udita penetrare, senza bussare, dalla porta socchiusa nella casa del giovane avvocato, al secondo piano. Anche passando, la signora lasciò un sottile profumo di muschio. La monaca crollò il capo ed entrò in casa. Aveva la piccola chiave della porta di servizio, poiché non voleva disturbare sua sorella e sua nipote, passando dalla loro stanza: esse dormivano sino a giorno alto, ogni sera vegliando sino a ora tarda, rincasando da piccole serate di giuochi e di ballonzoli, talvolta avendo, in casa, amici e amiche, facendo del chiasso, giuocando a carte, suonando il pianoforte, qualche volta anche ballando, tra otto o dieci persone. Suor Giovanna della Croce attraversò la fredda cucina e una stanza da pranzo molto poveramente arredata, dove, sulla tavola, erano dei piatti sudici di grasso, dei bicchieri con qualche dito di vino, dei tovagliuoli macchiati; la madre e la figliuola avevano cenato di qualche avanzo del pranzo, rincasando, e avevano lasciato tutto lì, calcolando che suor Giovanna della Croce avrebbe pensato a pulire e a riordinare tutto, quando si fosse levata di letto. In verità, esse fingevano d’irritarsi, quando la vedevano piegarsi a ufficii anche servili, e sgridavano l’unica domestica che avevano, un mezzo servizio, come suol dirsi, una sudiciona malcreata, ghiottona e pigra. Ma, in realtà, poiché per umiltà, per atto di dedizione e per occupare il suo tempo, suor Giovanna della Croce lavorava a tener pulita la casa, esse lasciavan fare, poltrendo sino alle nove, perdendo tempo, dopo, a pettinarsi, a infiocchettarsi, civettuole madre e figlia, di quella ostinata e delirante civetteria povera borghese.
Suor Giovanna della Croce, prima di mettersi al lavoro, rientrò nella sua camera. Questa era una delle migliori del piccolo e seminudo appartamento: formava angolo e aveva un balcone sul Vico Lungo Teatro Nuovo, un altro balcone sul Vico Primo Consiglio. La stanza aveva l’aspetto monacale, invero, col suo lettuccio un po’ gramo, con le sue molte immagini sulle mura, e i cerei pasquali, e l’acquasantiera: ma le ostentate premure di Grazia Bevilacqua verso sua sorella avevano messo un piumino sul letto e un tappetino innanzi al letto, sui mattoni lucidi. Nel vano del balcone, verso il Vico Primo Consiglio, erano due sedie: sovra una era posato un tombolo di stoffa verde, su cui era fissato coi suoi spilli e coi suoi fuselli un merletto cominciato. Quel vano era il posto preferito di suor Giovanna della Croce quando aveva finito di dar mano alle faccende di casa. Ella non amava l’altro balcone, quello di Vico Lungo Teatro Nuovo: quella via era popolatissima, frequentatissima, piena di gente a ogni balcone, a ogni finestra, i suoi bassi erano pieni di donne, di bimbi, un vero formicolio di persone, su e giù, da per tutto. Anche, dirimpetto, abitava un giovanotto bellino, molto elegante, con cui sua nipote, Clementina Bevilacqua, scambiava saluti, sorrisi, parole dolci, segni d’intelligenza: e sebbene zia monaca fingesse di non vedere, di non udire, ella aveva organizzato tutto quel maneggio sotto gli occhi di lei. Suor Giovanna della Croce si rifugiava presso il balcone, chiuso, del resto, che dava sul Vico Primo Consiglio. Era un vicoletto, piuttosto: nessuno o quasi nessuno lo attraversava, di giorno. Dirimpetto al balcone della monaca, vi erano due balconi sempre o quasi sempre serrati, con le gelosie verdi chiuse e abbassate: raramente, in estate, le mezze gelosie si sollevavano un poco o, un poco, si schiudevano le grandi gelosie, ma senza far nulla o quasi nulla vedere dell’interno. Questi balconi erano a un livello più basso di quello della suora: e si accedeva alla casa, a questo solo primo piano, anzi, a questo ammezzato, da un portoncino sempre aperto, senza portinaio, la cui scaletta di marmo, un po’ sporca, giungeva sulla via. Suor Giovanna della Croce aveva finito per amare questa casa dirimpetto che aveva un aspetto così austero e così taciturno: le ricordava, non sapeva come, il monastero di suor Orsola, con le sue fitte gelosie. Talvolta, ella sogguardava fisamente dietro le gelosie, presa da una curiosità bambinesca, ma non arrivava a scorgere niente. Qualche volta, aveva visto una vecchia megera di serva aprire un po’ le due imposte verdi e scuotere uno straccio, con cui aveva dovuto spolverare la camera oscura e misteriosa che era dietro quelle gelosie: null’altro. Madre e figlia, Grazia Bevilacqua e sua figlia Clementina, spesso, guardando la loro monaca compiacersi dietro a quel balcone, occupata a far saltare ritmicamente i fuselli della sua trina, avevano sorriso maliziosamente fra loro. Ma suor Giovanna della Croce non aveva visto quel sorriso e, anche, troppi sorrisi maligni, sfrontati, spuntavano sulle bocche delle due donne, perché ella, nella sua naturale e talvolta voluta disattenzione, ne tenesse conto. Facesse freddo o caldo, piovesse o tirasse vento, quando aveva finito di aiutare la serva a rifare i letti, a spazzare, a cucinare il pranzo, quando aveva terminato le sue orazioni, i suoi rosarii, le sue contemplazioni religiose, suor Giovanna della Croce veniva a mettersi al suo posto favorito, nel vano del balcone, sul Vico Primo Consiglio, di fronte ai balconi ermeticamente chiusi della casa dirimpetto, di fronte al portoncino sempre aperto. Quel silenzio, quella solitudine, le piacevano. Una o due volte, nella notte, risvegliandosi dal sonno leggiero dei vecchi, le era parso udire delle grandi risate sghignazzanti, delle voci roche, che venissero dal Vico Primo Consiglio: aveva pensato che, nella notte, delle comitive di ubbriachi, venuti dalle cantine di via Settedolori, di via Formale, delle Chianche della Carità, discendessero verso Toledo: e si era raddormentata. Di giorno, il Vico Primo Consiglio era deserto e la casa dirimpetto muta e cieca. (altro…)