Francesca Marica, da Concordanze e approssimazioni

 

La storia si ripete e lascia andare.
Non trattiene perché quella è la vittoria
incisa tra lo scheletro e il cielo
dove neanche tu sai, neanche tu puoi.
Bisogna camminare accanto per capire.
Come la parte migliore,
la forma assoluta e vicino allo zero,
un’isola che non è gelo ma nube,
la possibilità di una danza tra i larici ingialliti.

L’inverno è spostare il bianco con la mano,
per andare giù nel profondo, con le dita.

 

 

Qualcosa fiorisce anche dentro un taglio
ma voi datele un veleno che faccia
risvegliare i suoi bambini.
Mettetele una benda sulla bocca
e poi dopo, zitti tutti.

L’aliante vince la resistenza dell’aria.
Un opale è fatto d’acqua, la imprigiona.
Risposte, simboli, intuizioni in un dialogo a più voci.

Si perde nel fondo dei suoi occhi, è finita la sua rabbia.
Arrivate. Fate presto, non scherzate.

 

 

Non ci sono più unghie che abitano la pelle
solo l’erba disegna ancora giardini sulle ossa.

Qui una volta c’era un fiume
e la tristezza era un’eco di falena
che rendeva pazzi i cani.

Se ci siete fate un cenno, respirate.
La bellezza è un’ingiunzione.

Scrivo che è sera
prima c’era la luce, era mattina.
La luce si inceppava dentro la pancia
di piccole finestre feritoie.

 

 

Non sei andata via
hai solo deciso di dormire per un po’.
Sei viva anche se non ti manifesti dappertutto
ma vegli senza tregua e spingi la parola
un poco oltre, fino a dove riesci a dire.

È la neve che misura. È la neve la salvezza degli invisibili.
Un legame di piccole mani bianche.

 

 

Come sempre è restare
tra gli spazi risparmiati dal silenzio.
Bisogna essere fatti per la luce
esserne in qualche modo imparentati.
Tu mi raccomandavi di spezzare il ritmo,
abbandonarmi in una corsa verticale
confinando la prudenza un passo indietro.
Abbandonati dicevi, Abbandonati e poi vai.

Io pensavo alla metafora della polvere,
alla misura esatta della presa.

.

Francesca Marica, in Concordanze e approssimazioni, Chioggia, Il leggio, 2019

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