Giorno: 1 maggio 2019

Francis Scott Fitzgerald, da Primo maggio

Vi era stata una grande guerra combattuta e vinta e le vie della grande città del popolo conquistatore erano attraversate da archi trionfali e vivide di fiori bianchi, rossi e rosa lanciati dalla folla. Per tutte le lunghe giornate di primavera i soldati di ritorno avevano percorso incolonnati la via principale preceduti dallo strepito dei tamburi e dai clangori allegri degli ottoni, mentre commercianti e impiegati interrompevano contrattazioni e conteggi e, pigiandosi alle finestre, volgevano con gravità verso i battaglioni che sfilavano i bianchi grappoli dei loro visi.
Nella grande città non si era mai veduto tanto splendore, poiché la guerra vittoriosa aveva portato nella propria scia l’abbondanza e i commercianti avevano affollato la metropoli con le loro famiglie, provenendo dal Sud e dall’Ovest, per godersi tutti gli opulenti banchetti assistere agli sfarzosi festeggiamenti preparativi, e acquistare alle loro donne pellicce in vista del prossimo inverno e borsette di maglie d’oro e scarpine da ballo di seta e argento e raso rosa, e stoffe dorate.
Alla pace e alla prosperità imminenti gli scrittori e poeti del popolo conquistatore inneggiavano con tanta giocondità e con tanto chiasso che gli spendaccioni erano accorsi in numero sempre più grande dalla provincia per bere il vino dell’entusiasmo i mercanti vendevano sempre più rapidamente le loro paccottiglie e le loro scarpine da ballo. Infine essi reclamarono a gran voce altre bottiglie e altre scarpine, per poterle vendere a caro prezzo pur accontentando i clienti. Alcuni di loro alzano addirittura le braccia al cielo sconfortati, gridando: «ahimé! non ho più scarpette! e ahimé! Non ho più paccottiglie. Il cielo mi aiuti, poiché davvero non so cosa farò!»
Ma nessuno ascolta il loro vibrato lamento in quanto le folle erano di gran lunga troppo occupate… Un giorno dopo l’altro le fanterie sfilavano allegramente nella via principale tutti esultano perché i giovani di ritorno dalla guerra erano puri e coraggiosi, con dentature sane gote rosee, e le giovani donne del Paese erano vergini e belle, di viso e di corpo.
Così, durante tutto quel periodo, molte avventure furono vissute nella grande città e di esse, parecchie – o forse una soltanto – sono qui narrate.

I

Alle nove di mattina del primo maggio 1919, un giovanotto si rivolse al portiere dell’Hotel Biltmore, domandandogli se il signor Philip Dean alloggiasse li e, in tal caso, se era possibile avere la comunicazione telefonica con il suo appartamento. Il giovane indossava un frusto vestito di buon taglio. Era basso di statura, esile, una sua tenebrosa bellezza; aveva gli occhi frangiati in alto da ciglia eccezionalmente lunghe e segnati in basso dalle semicerchio azzurro della salute cagionevole. E l’impressione di una salute cagionevole veniva intensificata dal rossore innaturale che gli colori va il viso come per effetto di una febbre bassa ma incessante.
Il signor Dean alloggiava in albergo. Il giovane fu indicato un apparecchio telefonico al suo fianco.
Dopo un attimo ebbe la comunicazione. Una voce assonnata disse «Pronto» da qualche punto sovrastante.
«Il signor Dean?» – con molta ansia – «… sono Gordon, Phil. Gordon Sterrett. Mi trovo giù nel vestibolo. Ho saputo che eri a New York e ho immaginato che ti avrei trovato qui.»
La voce addormentata divenne a poco a poco entusiasta. Ma bene, come stava Gordy, caro, vecchio Gordy? Be’, che sorpresa e che piacere! Voleva salire immediatamente, Gordy, per tutti i diavoli?
Pochi minuti dopo Philip Dean, in pigiama di seta azzurro, apri la porta della sua camera e i due giovani si salutarono con una esuberanza un po’ impacciata. Erano entrambi sui ventiquattro anni, laureati a Yale l’anno prima della guerra; ma qui il parallelismo cessa bruscamente. Dean era biondo, di colorito acceso e tarchiato sotto la stoffa sottile del pigiama. Tutto in lui lasciava trasparire la pienezza della salute, le perfette condizioni fisiche. Sorrideva spesso, mostrando denti grandi e sporgenti.
«Stavo per venire da te» gridò con entusiasmo. «Mi sto godendo un paio di settimane di vacanza. Se non ti spiace sederti per un attimo, sarò subito da te. Ero sul punto di fare la doccia.»
Mentre scompariva nel bagno, gli occhi scuri del visitatore frugano innervositi la stanza indugiando un momento su un grande sacco da viaggio inglese nell’angolo e su un’intera famiglia di camicie di seta pesante sparse sulle sedie tra cravatte vistose e morbidi calzini di lana.
Gordon si alzò e, presa una delle camicie, la sottopose a un minuzioso esame. Era di seta molto pesante, gialla con una righina celeste chiaro… e se ne vedeva quasi una dozzina di uguali qua e là. Gordon fissò involontariamente i propri polsini… Erano laceri, logori sugli orli e sporchi al punto da essere divenuti di un grigio chiaro. Lasciata cadere la camicia di seta, tende basse con le dita le maniche della giacca e spinse indietro i polsini sfilacciati finché non furono scomparsi del tutto. Poi si avvicina allo specchio e si contemplò con una curiosità languida e malinconica. La cravatta, un tempo bella, era sbiadita e striminzita… non bastava più a celare le asole sfilacciate del colletto. Penso, divertito, è soltanto tre anni prima aveva ottenuto schiacciante di voti nelle elezioni degli studenti anziani all’università, allievo più elegante del suo corso.
Dean emerse dal bagno frizionandosi il corpo.
«Ieri sera ho veduto una tua vecchia amica» osservò. «Le sono passato accanto nel vestibolo è proprio non mi è riuscito di farmi venire in mente il nome. È la ragazza con la quale andavi in giro durante l’ultimo anno a New Haven.»
Gordon trasalì.
«Edith Bradin? Ti riferisci a lei?»
«Proprio a lei. Bel tocco di figliola. Continua ad avere l’aspetto d’una sorta di graziosa bomboletta… se capisci quello che intendo: vien fatto di pensare che a toccarla potrebbe sporcarsi.»
Osservò compiaciuto la propria splendente immagine nello specchio e fece un sorrisetto esponendo una parte dei denti.
«Deve avere 23 anni, comunque» continuò.
«Ventidue compiuti il mese scorso» disse Gordon, distratto.
«Come? Oh, il mese scorso. Be’, immagino che sia venuta per il ballo delle studentesse. Lo sapevi che questa sera al Delmonico c’è il ballo delle studentesse di Yale? Faresti bene a venire, Gordy. Ci sarà una buona metà di New Haven. Posso procurarti un invito»
Infilando con languidi movimenti biancheria pulita, Dean accese una sigaretta, sedette accanto alla finestra aperta e si esaminano polpacci e ginocchia alla luce del sole mattutino che si riversava nella stanza.
«Accomodati, Gordy» disse all’amico «e raccontami tutto quello che hai fatto, quello che stai facendo adesso e così via.»
Sorprendendolo, Gordon si lasciò cadere sul letto; vi rimase inerte e avvilito. La bocca, tele stava in genere appena dischiusa quando aveva il viso rilasciato, gli diede a un tratto un’espressione indifesa e patetica.
«Che cos’hai?» si affrettò domandare Dean.
«Oh, Dio!»
«Che cos’hai?»
«Tutta la più maledetta jella del mondo» rispose Gordon, sconsolato. «Sono assolutamente a terra, Phil. Non ne posso più.»
«Eh?»
«Non ne posso più.» Gli tremava la voce.
Dean lo scrutò più attentamente, esaminandolo con gli occhi celesti.
«Sembri sconvolto sul serio.»
«Lo sono. Ho rovinato tutto.» Si interruppe per un momento. «Farei meglio a incominciare dal principio… o ti annoio?»
«Niente affatto; parla.» E tuttavia nella voce di Dean affiorò una nota di esitazione. Aveva fatto quel viaggio all’Est per godersi un periodo di vacanza… Il trovare Gordon Sterrett nei guai lo esasperava un poco.
«Parla» ripeté, e poi soggiunse, tra i denti: «E finiamola».
«Ecco» cominciò Gordon con voce malferma «arrivai dalla Francia in febbraio, andai a casa mia ad Harrisburg per un mese e poi tornare a New York per trovare un impiego. Lo trovai, in una società di esportazioni. Ieri mi hanno licenziato.»
«Ti hanno licenziato?»
«Ora ti spiegherò, Phil. Voglio parlarti con tutta franchezza. Sei, si può dire, da sola persona alla quale possa rivolgermi in una situazione come questa. Non ti spiace se ti dico sinceramente come stanno le cose, vero, Phil?»
Dean si irrigidisce un poco di più. I colpetti che si stava dando sulle ginocchia divennero automatici. Sentiva in modo vago che lo si costringeva ingiustamente a caricarsi sulle spalle il fardello di una responsabilità; non era certo di desiderare che Gordon si confidasse con lui. Benché non si fosse mai stupito venendo a sapere che Gordon Sterrett si trovava in piccole difficoltà, c’era qualcosa, nella disperazione di lui in quel momento, che gli ripugnava e lo rendeva crudele, pur destando la sua curiosità.
«Continua.»
«Si tratta di una donna.» (altro…)

Caregiver Whisper 69

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)