Ugo Magnanti, Il nome che ti manca (nota di Letizia Leone)

 

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca, peQuod, Ancona, 2019

Nota di lettura di Letizia Leone

I testi selezionati da Ugo Magnanti dal «corpus virtuosamente esiguo» del proprio repertorio poetico, strutturano questo recentissimo libro uscito per i tipi della peQuod e coprono un arco di tempo che va dal 2005 al 2015. Eppure, a parte l’inserimento di poche poesie inedite, ci troviamo di fronte ad un progetto innovativo là dove i testi, ricollocati in altre potenzialità di senso e narrazione, spezzano la rigidità semantica di scritture già edite e aprono alla metodologia del work in progress. Magnanti da autore/artista contemporaneo vede nel tracciato della propria scrittura una «grande riserva di virtualità» e riafferma l’importanza della testualità quale sistema fluttuante. La struttura di un libro esige la consapevolezza della partizione dell’insieme e dunque anche la sua composizione architettonica gode di certe possibilità ignorate. Scrive Guy Scarpetta: «la struttura gioca su forme e funzioni, la composizione può giocare perfettamente (come accadeva in Joyce) su microsignificazioni: ritmi, accenti, timbri, tonalità, condensazioni, allusioni. Si può anche immaginare una struttura apparente (formale o «tematica») doppiata da una composizione segreta, ramificata, microscopica.»
Condensazioni, allusioni: sarà interessante allora studiare i nuovi interscambi, le nuove rimodulazioni formali o la porosità semantica di questa progettualità aperta e in divenire.
In occasione della pubblicazione de L’edificio fermo nel 2015, ora incluso nelle sette sezioni del libro Il nome che ti manca, sottolineavo il grande equilibrio formale e stilistico rivelativo di un lavoro di scavo sulla parola. Peculiarità questa che informa l’intera silloge: dal nitore delle quartine di 20 risacche, ai distici in rime concatenate dei Cantati distici, fino alle stanze di venticinque versi de L’edificio fermo.
Riproponendo qui alcune notazioni critiche relative alla silloge de L’edificio fermo (scritte in occasione dell’uscita del libro) si evidenziano certe specificità della scrittura di Magnanti.
Cos’è questo straniante edificio fermo, iperbole che crea una ridondanza e invita a riflettere sulla valenza allegorica della visione? palazzo fra tanti,/ un prodigio sollevato dal/ deserto… annunciano i primi versi della protasi Entrata che introducono alla galleria delle stanze viventi di questo strano palazzo.
Epifania di un Edificio-Io, disfunzionale e eccedente: È affiorato col vento, come/ un nervo smisurato…, costruzione in fieri che sembra crescere stanza su stanza nell’incedere. E questo incedere è una deriva in una realtà che si dà per apparizioni. Le strofe sono esposte all’apogeo della luce, luce da «glorioso mezzogiorno» montaliano, luce metafisica della rivelazione.
Inevitabilmente mura e ambienti sono affollati di lemuri e di ombre che portano sulle spalle il carico di questa feroce luminosità.
Si sa, la poesia vive di più livelli interpretativi e qui il verso calibrato assolve magistralmente questa funzione: siamo dentro un ariostesco Palazzo di Atlante dove ogni passo destabilizza il soggetto slitta nell’allucinazione di vane apparenze e simulacri che già una volta hanno disorientato Orlando.
Il dettato infittito di richiami svela come l’impianto di questo libro-organismo affondi le radici nei giacimenti letterari della nostra tradizione; già il termine-chiave «stanza» risuona nella doppia accezione di camera, cella privata e coblas, strofa della canzone antica.
Per Dante la stanza è sì camera capace di contenere tutta la tecnica, ma anche secretissima camera de lo cuore dove dimora lo spirito della vita.
E queste sono camere che si aprono su paesaggi e stagioni della vita, su un sentire privatissimo e labile dove l’interrogazione di senso corre allusivamente sottotraccia insieme al male di vivere.
Il poeta diventa un antico padre del deserto orfano ormai di ogni divinità, e il suo peregrinare si snoda per quaranta stazioni meditative, se come afferma Tranströmer, ogni poesia è una «meditazione attiva». Qui ogni stanza o strofa rappresenta la tappa di un’ascesi umana, troppo umana…
«Trascendere, ma verso dove?», «Ascendere, ma a che altitudine?» aleggiano nel vuoto le domande di Nietzsche nella «svalutazione dei valori supremi» del suo nichilismo.
I richiami biblici rilevati da Cristina Annino nella postfazione, dal digiuno di quaranta giorni al diluvio universale, ai quali possiamo aggiungere i ritiri mistici della tradizione islamica, ci fanno capire come questa indigenza dell’io sia una sorta di veglia di espiazione-purificazione. Il numero quaranta è legato al periodo della purificazione, la quarantena.
Opachi riflessi, parvenze, fantasmi, demitizzazione del soggetto, caducità e impermanenza… tema rilkiano per eccellenza.
Allora L’edificio fermo, in questa doppia affermazione di immobilità, è un ancoraggio che dovrebbe resistere alla furia entropica degli eventi:

Come possa ogni
mattone anche oggi
stare in piedi è il solito
prodigio che si logora
addosso a un edificio fermo.

(…)

…oggi
tremano le crepe del muretto
e le erbacce saziano l’aria…

L’edificio fermo della parola poetica, della parola che vuole sfuggire l’entropia dell’antiparola  oscilla, perché anche la poesia, ultimo idolo metafisico, potrebbe svelare la sua inerzia in questa festa di luce che è luce consumata:

Finisca pure l’estate
a un certo punto,
e finisca la poesia…

…finiscano persino le
parole, che qualche
volta fanno un suono
strano, e quasi sembrano
preghiere…

Non sai risuscitare
le tue parole giovani
e tu stesso non credi
a ciò che vai dicendo,
seppure la mandibola
che parla, da tempo
ha già imparato l’arte.

Per i greci l’essenza dell’opera d’arte era «il fatto che in essa qualcosa venisse in essere dal non-essere, aprendo così lo spazio della verità […] ed edificando un mondo per l’abitazione dell’uomo sulla terra» (Agamben), ma ormai il fuoco dell’esperienza è l’inabitabilità. Dunque inevitabile l’interrogazione sul senso dell’essere poeta e sulla crisi della parola poetica, una parola manomessa, incapace di essere vera: Non so più dire/ nulla con purezza…
Privilegiando i settenari e i novenari, Magnanti crea una poesia di equilibrio tra passione ed intelletto, e non risulta casuale la citazione di John Donne, massimo esponente della schiera dei metafisici inglesi, fatta da Antonio Veneziani nella prefazione.
I luoghi di queste poesie sono transitori, si possono esplorare solo con l’occhio della poesia. Spesso i confini, o le mura, si aprono e immettono in un’altra dimensione.  Miraggi o allucinazioni:

…e fare
luce sulla luce d’un
miraggio che infine
è il posto più ordinario.

Disincanto e stupefazione non abbandonano mai il viator, «il nervo smisurato» organo della percezione ha sostituito il celebrato cuore del poeta antico e malgrado l’ombra del nichilismo, una parola si leva alta quale viatico di un nuovo peregrinare: desiderio.

Spudorato e già pronto
a ritornare vivo, senti
come è imperdonabile
il tuo desiderio, e come
non è fatto per finire.

 

© Letizia Leone

 

TESTI

Sei stato anche tu
l’uomo di Rio, per
un’estate almeno,
mentre le lamiere
roventi dei bus al
capolinea parevano
sospese prima di
ogni inizio, afose
come te, sotto ai
finestrini aperti.
Ma a mezzogiorno
ti trovavi altrove,
la stanza era in
penombra, e la
ragazza carioca
lussuriosa, tanto che
nella smania ti schiacciò
un testicolo per sbaglio.
Adesso c’è un oceano
di mezzo, e un letto
d’ospedale, e parole che
non servono, ammesso
ch’io riesca a seppellire
la tua vecchia identità
in questa poesia.

 

Finisca pure l’estate
a un certo punto,
e finisca la poesia,
e tutto ciò che si consuma
in fremiti o rimpianti.
Finiscano persino le
parole, che qualche
volta fanno un suono
strano, e quasi sembrano
preghiere: che importa,
se non potrò più dirle
numinose ad ogni passo,
o se si spegneranno
in numero di mille
appese a un gancio:
che importa, se ogni
pagina sotto ogni riga
riarsa sarà come un
greto invaso dai rottami.
Non avrò poesie da
stringere, quando si
alzerà il freddo sopra
mani e spalle, e braccia,
e volti, e sarà un freddo
vero, non solo una parola.

 

(Da 20 risacche)

L’erosa fiocina che maneggiai,
così vicino alla parola vertebra!
Al corpo demente di una medusa,
al soffio quasi nudo delle dune.

 

Lasciammo le conchiglie dentro un certo
recipiente di vetro, senza vento,
senza un nome, né greco e né latino:
su questo non ci parve avere dubbi.

 

Aria algerina, mare marocchino,
sabbia sicula, sarda, palma libica,
sagoma vana di un’isola incerta,
come incerto fu il morso della tràcina.

 

Senza sapere a cosa andare incontro
togliemmo dalla carta l’arso pane,
provocammo l’estate, o forse no,
temendo solamente il mulinello.

 

(Da Barlumi di un’America intuita da un’Italia)

La febbre dell’insetto aereo sul naso
quasi universitario di un indiano
non è la stessa febbre dell’indiano:
si limita a bere di tanto in tanto,
lui, ma non mostra nessun interesse,
per il tipo di politica offerto
dalla televisione e dalla radio.

 

I bisonti erano perfetti: nella
riserva istintiva una cerimonia
d’addio completava l’oscurità.
Sotto la parete, dove solo ieri
c’era lo schermo, adesso c’è la sagoma
vana di mezzogiorno, spalancata
sul padrone, sull’inquilino astuto.

 

Oggi si sfiorisce col grattacielo,
che ci fa apprezzare l’alcol e il latte,
l’ospite indica la sua urgente spiaggia
come una nuova patria, o un’esistenza
più vera, che rivela il nome degli uomini,
circondati dalle abili apparenza.

 

Ugo Magnanti, foto di Dino Ignani

 

Ugo Magnanti ha pubblicato diverse opere di poesia, tra le quali, più recentemente, il poemetto in ‘stanze’ L’edificio fermo, con prefazione di Antonio Veneziani e una nota di Cristina Annino, 2015; Di allegorico miele. Rapsodie sarde, con note di Leonardo Onida ed Efisio Cadoni, 2016; la plaquette Ciclocentauri, con tavole di Gian Ruggero Manzoni, 2017, tutte per FusibiliaLibri. Fra le curatele Quanto non sta nel fiato, tutte le poesie della poetessa serba Duška Vrhovac, prefazione di Ennio Cavalli, FusibiliaLibri, 2015; Sogni di terre lontane, di Gabriele D’Annunzio, prefazione di Pietro Gibellini, Scoprirenettuno, 2010. Fra le tante presenze a manifestazioni di poesia, nel 2012 ha partecipato al 49° “Festival internazionale degli scrittori di Belgrado”. Ha ideato e diretto numerosi eventi letterari e ‘azioni poetiche’ in varie città italiane, con centinaia di presentazioni, incontri, rassegne, letture. Nel 2010 ha ideato e diretto “Nettuno Fiera di Poesia”: poeti, libri di poesia, piccoli editori nel Lazio. È insegnante di materie letterarie in un istituto superiore.

 

3 comments

  1. Una lettura, quella di Letizia Leone, caratterizzata da acume critico e precisione nell’analisi, per un’opera, quella di Ugo Magnanti, che si distingue per aver saputo affiancare alla nitidezza del dettato la complessità del dire. Grazie a entrambi.

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    1. Grazie mille a Letizia Leone per la nota di lettura e ad Anna Maria Curci per la pubblicazione nonché per l’apprezzamento! Un saluto ad entrambe!

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  2. Profonde riflessioni sull’uso della parola, sull’ordine delle parole, sul regime imposto dal verbo. La mandibola che ha appreso da tempo ad accompagnare l’articolazione, la fonazione, l’emissione di voce a cui tuttavia non corrisponde l’intento di un uso autentico della voce, del verso articolato, del lessema, del significante, del viatico di un significato. Balbuzie, afasia, anti-parola, comunicazione per il tramite di pure convenzioni sembrano essere pietre lanciate dal poeta contro il non senso di certa lingua parlata e scritta.

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