Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori.

 

II.

Non hai nemmeno un nome, certe volte, sei solo
il Grande Altro, là, fuori, e mi spunto ogni fare,
ogni dire, e dinoccolo ogni andare, attraverso,
attingendo da te, fondana tutta sangue,
sei altro, che preme, e sfonda,
sei lupo, sei fame, sei la mia stanchezza,
sei la mia bambinezza, sei io, solo e triste e altro,
che ho una matita, e un temperino, e buco
un foglio appeso al petto,
e quanto mi pento, quanto mi pento.

 

III.

Sapessi che cosa sogno, sapessi,
la mia schiena, come uno scoglio sporto,
un mare marcio, ti ci bagni le mani
(sono spettri scossi, meduse tremule),
mi svelgio sempre spastico, poi, sento
un suono, un fischio spesso, nell’orecchio.
[Padre, non dovrebbe essere questo.
(E non lo è: facci finta.)]
Ritorno al letto, mi ci seppellisco.

 

IV.

La lotta è sempre per non riconoscerti
[tra le divise grigie in fila al bar
che mai ti ricordano, mai ci sei
(tra i suoni di un disco metal prestatoti
per l’energia al lavoro e mai tornato,
per sempre ormai imprigionato nel libro
del tuo ultimo computer utilizzato)],
la lotta sempre per non distorcerti
sfumato in un tiro di sigaretta
tra il giallo poroso dei magazzini
[quelli dei pescatori, dove andavi
a tirar le somme (lì ti cercammo
banali nel terrore, lì non eri)],
una lotta che stanca e mi strattona,
mi annerisce ogni quesito, mi sbarra,
mi fa io e me, mi fa prima e dopo te,
e in certi pomeriggi assorti crollo,
mi apro una parentesi che socchiudo,
mi scopro essere niente e sgretolato,
tu in sogno mi ricomponi, paziente
(pulisci il mio mento sporco di gelato).

 

V.

C’è il diluvio e credo nello scrosciare:
il tuo scrosciare su questo mio tempo.
Comprendo cosa ho fatto
nel passare inutile del mio tempo:
un bagnare incessante
questa nostra terra. Che però secco
e può solo seccare,
al tatto decomporsi,
tra le dita farsi polvere, farsi                    te.

 

Carmen Gallo

Storia di chi perde

Non c’è stato il tempo di capire
che il suo corpo già pesava sul mio
e le mani premevano forte
contro le ossa intorno gli occhi.
Ho preso tempo. Ho provato a muovermi,
a spostarmi. Le ginocchia cadute, le urla.
La pressione del sangue nelle tempie.
Poi di colp il silenzio.
Il suo corpo è diventato pesantissimo.
L’avresti detto morto. E invece respirava,
e chiedeva qualcosa. Aveva paura.
Ho trovato lo slancio per rialzarmi
e ho cominciato a correre. Siamo andate
lontano, fin dove c’è fiato.

Come se bastasse ogni volta chiudere gli occhi per non farsi trovare.

“Ci troveranno”.
“Non starli a sentire”.
“Sono già qui. Dove andiamo adesso?”
“Faremo un elenco di tutti i posti sicuri dove
nasconderci. Cominciamo subito. Spegni la luce”.

 

Raimondo Iemma

Ancora l’inizio degli anni ’90 in periferia

Erano viali su cui rischiare la vita
le automobili che avrebbero guidato
venivano dalla città a tutti gli orari
tangenti alle nuove costruzioni

Il fiume a riposo e la testa nell’onda
esplorando i possibili gradi di parentela
fino alle conversazioni nelle cucine in ombra
i suoni dei palazzi riuniti

Prima della svolta per il parco comunale
si apriva l’accesso alla stazione ferroviaria
con la costante del primo pomeriggio
i personaggi calati sull’estate

Sempre nella stessa epoca i negozi
resistevano al rinnovo delle merci
avvinti ad un’estetica involontaria
per questo nuova, per questo eterna

 

Maddalena Lotter

Verticale

In che trofeo finisce tutta la forza
spesa per contenersi, non deragliare
soggetto normale.

Poco prima del sonno
se batto piano
la cassa toracica comincia
una musica preistorica
di tamburi, ossa e polmoni
e più, più in fondo
anche se non siamo mai andati
sospettiamo
esserci ancora io.

Dire: ho domato
i suoi canini scintillanti nel buio
e solo ora vivo
come un premio la mia incessante compagnia.
Così dormo. Non mi porta via
più niente da qui, dal faro fermo
della mente.

 

Paolo Steffan

Vite che le se intardivéa
‘fa scoazhe asade a stròzh pa’ tornovìa.
Vite che le va po de bant
le é pei de can bruschinadi ramenghi

che no i se ceta mai ‘nte ‘l foravìa
dei so vent.
Qua, sepulisti vivi rento i pra
pì postèrni

sten,
bot vode zhenza sènt
che le ghen à na sgionfa
de sti doman de scus.

Vite che si attardano / come immondizie lasciate
in disordine nei dintorni. / Vite che vanno allo
sbando / sono peli di cani spazzolati vagabondi //
che non s’acquietano mai nella periferia / dei loro
venti. / Qua, sepolti vivi dentro i prati / più in
ombra // stiamo, / botti vuote senza sedile / che
non ne possono più / di questi futuri di striscio.

 

Giovanna Cristina Vivinetto

Cosa sarebbe diventato quel corpo
se l’avessimo lasciato crescere?

Mi hai chiesto oggi a pranzo
quasi tremando di desolazione.
Al mio silenzio ti sei voltato
verso la finestra, hai guardato fuori
rintracciando qualcosa con lo sguardo.
Ma sapevo non avestri trovato
nulla, neanche un indizio a farci
tornare indietro, forse anche pentirci.

Ti ho visto impallidire, poi sussurrare:
“È ancora lì, la notte ci guarda
e si tormenta nel buio. Ci maledice”.
Avrei potuto toglierti un peso,
dirti che quel corpo l’avevo rimosso
due notti prima, gettato nel fiume,
allontanato per sempre il senso di colpa.

Ma non l’ho fatto oggi a pranzo.
A pensarci bene, non l’avrei mai fatto.

 

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2019

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