Giorno: 2 aprile 2019

Gli Arcani Maggiori #20: IL GIUDIZIO

 

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Giudizio, carta della nuova vita.

 

Romerolago Diazi si sentiva spietatamente solo. Ma era comunque ed estremamente soddisfatto di sé.
Non aveva fatto nulla, nella sua vita di maestro elementare, che gli potesse pesare sulla coscienza; ora, in pensione, si limitava a trottare da casa sua al baretto, e dal baretto a casa sua, scegliendo sempre, per colazione, un cappuccino tiepido e una brioche salata.
Si sedeva sotto i tigli, senza scambiare chiacchiere con nessuno, a vote schiacciando una pennichella riparato dallo scampolo di visiera che gli offriva il suo basco.
Romerolago Diazi era allergico ai tigli, ma questa allergia l’aveva colto quando era già quasi vecchio; così, pur di non cambiare le sue abitudini, usciva ogni giorno di casa imbottito di antistaminici (era anche per questo che aveva la pennichella facile). Si stringeva sempre al suo bastone da passeggio, un lungo ramo di ciliegio che aveva, come pomello, la testa rotonda di un coniglio d’argento.
Romerolago Diazi aveva pianto una sola volta, nella sua vita. Fu quando i suoi colleghi gli prepararono la festa d’addio prima della pensione. Era entrato in presidenza col suo passo macilento, e ci aveva messo qualche secondo a capire per quale motivo fossero tutti riuniti, dietro la scrivania, stretti a coorte, con una grossa torta di un insano colorito arancione che si scioglieva tra loro e la porta. Aveva sorriso battendo le mani, e gli avevano consegnato il suo regalo; dall’incarto non sembrava certo un maglione, ma a mano a mano che svolgeva la carta dall’asse di legno per arrivare al pomello l’ansia aumentava. Aveva uno strano presentimento, come il formicolio del catarro nei bronchi.
Quando aveva svolto la testolina, il respiro si era fatto più veloce, e la mano più lenta. Tutti si erano messi ad aspettare accerchiandolo con le loro teste curiose. Dalla carta regalo erano spuntati due occhietti neri, e un dentino intagliato sotto un musetto rotondo. Romerolago Diazi aveva trattenuto il respiro.
Fu solo quando liberò le orecchie, afflosciate in un unico blocco di metallo attorno alla testa, che scoppiò a piangere. Tutti applaudirono e risero. Romerolago Diazi piangeva di umiliazione e vergogna, a bocca aperta e a guaiti strazianti: erano anni che Romerolago Diazi, per la sua calma e la sua stolidità, veniva chiamato il coniglio. (altro…)

Quando guardi cosa vedi: Misura, di Bernardo De Luca

Misura di Bernardo De Luca (LietoColle 2018, Collana Gialla) è un libro dove forma e contenuto sembrano richiamarsi in modo programmatico fin dal titolo: la misura è innanzitutto quella dei distici in cui è scandito ogni testo, e quindi un ordine, un rigore imposti in maniera strutturale; ma è anche, più profondamente, un tentativo di fare i conti con una certa realtà incattivita mantenendo su di essa un controllo razionale, e prima ancora emotivo. In questo senso, Misura a sua volta costituisce un distico con il primo libro di Bernardo, Gli oggetti trapassati, uscito nel 2014 per D’If, dove lo stesso mondo di scarti, detriti, veleni (scenario partenopeo nei mesi dell’emergenza, ma anche latamente e universalmente post-apocalittico) veniva però affrontato per via di esubero e catalogazione, affondando nel magma della materia degradata (“tutto ingurgita lo spazio che raccoglie/ i nostri morti, le cose inutilizzabili”). Per dirla con Francesco Orlando (rimando a Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, Einaudi, 1993 e 2015), quel primo libro era come un catalogo di oggetti sterili-nocivi (che segnano cioè una reazione e una riconquistata supremazia della natura contro l’uomo), in una variante però inimmaginabile prima dei più recenti disastri ambientali. In Misura non è cambiato lo sfondo e il repertorio sterile-nocivo, ma è come se l’accento emotivo venisse spostato di lato (anche grammaticalmente, a favore di un tu lirico), permettendo uno sguardo lucido e fermo sull’universo intossicato, e un registro stilistico raggelato. Così laddove negli Oggetti trapassati l’io reagiva ancora senza una regola, per inerzia e apatia (“il passaggio della soglia è un gesto/ che non prova terrore, non ha importanza”), svilente senso di vuoto (“poca cosa la stupida/ mia presenza”) o con premuroso allarme (“Posso solo coprirti gli occhi, evitarti/ la paura”), nel nuovo libro si trattiene l’energia, si fissa il tono, si persegue una cadenza analitica. Talvolta la normalità del disastro viene contemplata da un interno domestico, da una finestra notturna che è anche specola adulta di routine e responsabilità: “«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»/ il televisore parla le sue lingue/ sale un odore di detersivo dai bicchieri./ Sei andato alla finestra”, p. 16; “ti chiedi/ come proteggi quelli che non parlano/ che nella stanza buia stanno/ in un angolo a dormire”, p. 32. Il bisogno di logicizzazione porta invece a conclusioni antifrastiche, che non sono altro che accettazione della dialettica fondamentale passato/avvenire, immobilità/movimento, morte/vita: “Prova a non muoverti/ trattieni./ Muoviti/ segui la scia.”, p. 13; “È solo un’immagine/ è ciò che ora ti vede”, p. 29; “quando guardi cosa vedi/ la stasi di ogni movimento”, p. 33; “ognuno sta dove/ non può tornare…”, p. 44. La sfida della misura avviene dentro la città smisurata, “aperta e chiusa/ nell’intermittenza delle sirene”(p. 20), distesa “nella sua aria spettrale” (p. 27), agglutinata ai paesi che “s’addensano all’incrocio delle statali” (p. 18). Ma è soprattutto la città velenosa “coi suoi buchi neri”, che “si espande nei fumi dei polimeri” (p. 28). Contro la pioggia di scorie, “muovere la scopa/ è un gesto di speranza” (p. 22, immagine speculare a quella dello spazzino che negli Oggetti trapassati “spazza croste/ essiccate del giorno precedente/ in un lavorio di rozza precisione”). Si osservano “lastre di acciaio/ lamiere dei capannoni sventrati” (p. 34), il mare diventato “un’escrescenza della plastica” (p. 48), un paesaggio post-umano in cui sperimentare la morte in vita: “Sai cos’è la bellezza di queste/ strade inumane, le rovine/ come domande sospese” (p. 35). Questa contrastata esperienza estetica ha molto a che fare con un certo sentimento romantico del Sublime, ma appunto si tratta ora di un Sublime di nuova maniera, in cui nessuno può dirsi veramente al riparo dalle rovine, nessuno può considerarsi del tutto incolpevole rispetto al loro accumularsi. Proprio in un libro che ha fatto della misura dichiarata il proprio solco di scrittura, non deve sorprenderci allora questo sentimento ambiguo di grandezze e forze incommensurabili, che sono anzi la ragione profonda del correre ai ripari, di un dare argini formali all’apprensione. Come di fronte alla notte che appare quale “uno scintillio di roghi” tra cui si muovono “gli uomini della caligine” (p. 45), immagine che sembra congiungere la Terra dei Fuochi e l’ultimo Twin Peaks. Ma è ancora quel tono freddo a registrare che “non sono una minaccia, sono ciò che vedi” (p. 45), e questa evidenza basta a darci la misura del guasto. Bernardo raggiunge così il risultato ammirevole e raro di una poesia civile in assenza di enfasi e protagonismo.

@ Andrea Accardi

 

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»
il televisore parla le sue lingue,

sale un odore di detersivo dai bicchieri.
Sei andato alla finestra. Hai aperto

un’anta e a passi lenti hai camminato:
la ringhiera, il freddo ferro verde,

ti divideva dalla strada e il piombo
scendeva dentro nei polmoni.

Sei rientrato in casa, hai messo su l’acqua:
hai aspettato che il tè bruciasse gli organi. (altro…)