Mese: aprile 2019

NORDIC FILM FEST 2019 Roma

NORDIC FILM FEST 2019 Roma

Casa del Cinema – Villa Borghese
da giovedì 2 a domenica 5 maggio 2019

www.nordicfilmfestroma.com

 

L’ottava edizione del Nordic Film Fest si tiene a Roma da giovedì 2 a domenica 5 maggio. La rassegna, che nasce con l’intento di promuovere la cinematografia e la cultura dei Paesi Nordici (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia), a cura delle quattro ambasciate nordiche presenti in Italia e con la collaborazione del Circolo Scandinavo, si svolgerà presso la Casa del Cinema di Roma, presenterà nuovi film in anteprima o inediti in Italia ed è realizzata anche in collaborazione con l’Ambasciata di Islanda di Parigi, i Film Institutes dei rispettivi paesi e con il patrocinio del Comune di Roma e della Regione Lazio.

Oltre alle proiezioni in lingua originale con sottotitoli in italiano o in inglese e ad ingresso libero, il programma prevede presentazioni e incontri con ospiti internazionali (registi, attori, produttori, sceneggiatori).

Il tema della rassegna di quest’anno sarà “Borders/Confini”, non solo in senso geografico ma anche tra “mondi”, modi di essere e di pensare diversi.

Ad aprire ufficialmente il Nordic Film Fest 2019, con la presenza dell’attrice Alba August e del produttore Lars G. Lindström, il film biografico “Becoming Astrid”, sulla vita di Astrid Lindgren, una delle più importanti scrittrici della letteratura per l’infanzia del novecento, autrice del best seller “Pippi Calzelunghe”. Il film narra di una giovane Astrid che decide di infrangere le rigide norme della società dei primi del ‘900 e seguire il suo cuore. Il film ha ricevuto 7 nomination ai Guldbagge Awards (il premio cinematografico più importante rilasciato in Svezia), tra cui miglior film e miglior attrice.

Prima dell’opening verrà proiettato il documentario finlandese ”Every Other Couple”, introdotto dalla regista Mia Halme, sulle storie di coppie divorziate, candidato come miglior documentario internazionale al Hot Docs Canadian International Documentary Festival.

Durante la manifestazione tra i tanti film segnaliamo:

venerdì 3 maggio alle 21:30 il finlandese ”Void” presentato dal regista Aleksi Salmenperä; commedia drammatica, tragica ed eccentrica sul prezzo del successo e la paura del fallimento, sull’incomprensibilità reciproca in un rapporto di coppia, film vincitore di 4 Jussi Awards (il premio cinematografico più importante rilasciato in Finlandia), tra cui miglior film e miglior regia; sabato 4 maggio alle 19:00 lo svedese ”Border – Creature di Confine” di Ali Abbasi, presentato dal produttore Piodor Gustafsson, film sorprendente che inquieta e insieme meraviglia, incrociando atmosfera fantastica e cronaca sociale, candidato all’Oscar per il miglior trucco e acconciatura, miglior film a Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes, 4 candidature agli European Film Awards, vincitore del Noir in Festival, vincitore di 6 Guldbagge Awards, tra cui miglior film e miglior attrice; sabato 4 maggio alle 21:30 il norvegese ”What will people say” presentato dalla regista Iram Haq, film autobiografico sulla vita di una sedicenne di origini pachistane, figlia di immigrati in Norvegia, che viene violentemente stravolta quando il padre la trova in compagnia di un coetaneo, decidendo di rimandarla nella madrepatria, forzandola alla sottomissione; selezionato dalla Norvegia per gli Academy Awards 2018, vincitore di 4 Amanda Awards (il premio cinematografico più importante rilasciato in Norvegia), tra cui miglior regia, miglior attore e migliore sceneggiatura; domenica 5 maggio alle 18:15 il danese ”A fortunate man”, il film più recente del regista Bille August, premio Oscar e due volte Palma d’Oro al Festival di Cannes, adattamento del romanzo ”Lykke-Per” del premio Nobel per la letteratura Henrik Pontoppidan.

Domenica 5 maggio alle ore 21:30, film di chiusura del Nordic Film Fest 2019, l’islandese “Woman at war – la donna elettrica” diretto da Benedikt Erlingsson, presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la Critique di Cannes, film vincitore del Premio Lux del Parlamento Europeo. “Woman at war – la donna elettrica” è una commedia fuori dagli schemi che unisce emozione, impegno e divertimento. La protagonista sembra una donna come le altre, ma dietro la routine di ogni giorno nasconde una vita segreta da eco-terrorista contro le multinazionali che stanno devastando la sua terra, la splendida Islanda; il film avrà presto un remake americano, diretto, prodotto e interpretato dalla due volte premio Oscar Jodie Foster. (altro…)

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble 2018

Il titolo della recente raccolta di Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, proietta già verso le due dimensioni dominanti: la verticalità e l’andare oltre, oltrepassare il limite.
A chi conosce e apprezza il percorso poetico di Fernando Della Posta – tra le tappe, Cronache dall’armistizio e, andando ancora più indietro nel tempo, Gli aloni del vapore d’inverno – così come a chi si accosta per la prima volta alla sua poesia, mi preme precisare che Gli anelli di Saturno rappresenta un ulteriore, significativo, passo in avanti nel percorso, non una deviazione.
La poesia di Fernando Della Posta resta, come ebbi modo di affermare qualche anno fa, “fedele e sovversiva”. È fedele all’impegno scelto dall’autore per un dettato preciso e chiaro, per una articolazione, varia nelle forme e nelle misure, ma pur sempre nitida. È sovversiva, perché animata da una “poetica del dissenso” che ha rinunciato alla comoda autarchia del rimpianto per volgere lo sguardo al fuori da sé, anche là dove gli obiettivi sono scomodi, sgraziati, sguarniti di qualsiasi potere consolatorio.
L’elemento nuovo, come sottolineato dalle dimensioni dominanti evidenziate all’inizio della mia nota, è, per così dire, l’aumento della gittata di questo sguardo, il suo sollevarsi verso altezze ardimentose, insieme alla consapevolezza che l’oltrepassare il limite così come il situarsi nella nuda e solitaria “terra di mezzo” di passaggio da una terra a un’altra, da un paesaggio a un altro, da uno stato a un altro, sono scelte che comportano rischi e costi, assunzioni di responsabilità e prezzi da pagare soprattutto in termini di solitudine. Non la comoda autarchia, dunque, non il rassicurante senso di appartenenza e, tuttavia, neanche il “rapimento mistico”, l’uscita di sicurezza, l’evasione, il rifugio. Il tendere alla verticalità si accompagna sempre alla coscienza vigile.
I versi riportati in copertina, quelli del componimento che apre la sezione Spazio profondo, possono essere così considerati una definizione dei ‘luoghi di appostamento’ e dei punti di vista, peculiari e rischiosi entrambi, oltre che un manifesto poetico con apertura di credito allo stupore della scoperta («Scrivere è prima di tutto stupirsi»), anche quando si tratta della scoperta di «un tradimento»:

Stare nei luoghi dei passaggi di stato
non appartenere né all’uno né all’altro
per fare di tutte le fioriture
un’epifania. Un gioco pericoloso:
le corsie preferenziali possono tradire
e i trivi possono fare da falsa prigione,
ma si può scoprire
che non esiste un tradimento più dolce.

Inoltre, è proprio Spazio profondo,  la seconda delle tre sezioni che compongono la raccolta, a porsi come distanza intermedia, nonché, a mo’ di ossimoro, sia come divario sia come congiunzione tra la prima, Saturno, e la terza, Gli anelli di Saturno.
In Saturno lo sguardo spazia su territori diversi, dagli antichi riti arborei della Basilicata in Matrimonio Lucano («Guardo il primo filo d’erba tremulo/ che si staglia in cielo al primo gelo indaco del bosco/ I calanchi fuori dal bosco non hanno la stessa misericordia.»), allo «spiegazzato pentagramma di Ciociaria» che si dispiega Alla Cannataria, antico quartiere popolare a Pontecorvo, città natale dell’autore. Spicca il volo, ma non senza indicazioni dettagliate e, come precedentemente sottolineato, non senza una coscienza vigile. Ecco dunque le Istruzioni per il volo: «Lavora quindi prima sui tiranti e le giunture/ sulla cardatura del piumaggio/ lavora sulla fusoliera al tornio/ così che basti il lancio, armonico/ rispettoso del dettato del mondo.» (altro…)

Archi volti #2 – Del buon abitare: Marco Simonelli

Rimasero soltanto i muri esterni
la facciata era un viso stralunato,
le finestre due orbite svuotate

 

 

 

 

 

È un’architettura di presenze consolidate quella che ci fa intravedere Marco Simonelli nella sua raccolta Le buone maniere uscita nel 2018 per Valigie rosse. Un’architettura bella solida, protettiva e abitabile perché drammaticamente esile nei suoi confini interni.

È come se a dividerci ci fosse
un foglio bianchissimo quasi trasparente

Ma è proprio in questa labilità che si esprime la forza, la durata, la permanenza di ogni atto quotidiano domestico.
Le relazioni umane nella poesia di Marco Simonelli potrebbero non avere “limite” o distanza se non dovessero passare attraverso elementi esterni, robusti, insindacabili, assoluti. Elementi che al cospetto di una struttura così complessa come una “casa”, non possono essere umani. Un cassetto antico se aperto può svelare segreti che destrutturano ogni forma di autorevolezza umana. Ma gli oggetti no, non rischiano allo stesso modo. L’acqua al massimo può raffreddar
si nel microonde, i pupazzi sono oggetti transizionali che rimangono a difendere il fortino di una storia intima che non è mai rêverie, ma necessità di mantenere dei confini. Gli oggetti nel frattempo non muoiono, non invecchiano, sono sempre lì a ricordarti quello che eri e per questo non vanno mai buttati ma piuttosto nascosti in soffitta.
La struttura del verso, robusta scandita da metriche precise come vuoti e pieni in un’architettura neoclassica mantiene consolidate le distanze protettive dentro-fuori ma si sviluppa al suo interno secondo rituali che si predispongono all’incontro, alla visita sporadica, ai ritorni.
Nella casa-libro di Marco Simonelli, oggetti e corpi sono complici nella costruzione e nel mantenimento delle relazioni. Ecco quindi le “buone maniere”, non un codice comportamentale tra individui, ma modalità di interazione attraverso gli oggetti che immutabili nel loro essere materiale, si presentano nella loro immanenza, osservatori di un’umanità in crescita ma sempre su una soglia, in attesa di visite, di eventi, di scoperte, di iniziazioni e gli oggetti stanno lì a definire le regole del gioco, a stabilirne i tempi per poi rintanarsi testimoni di riti iniziatici e pronti a rinchiudersi per difendersi dall’incostanza esterna, da possibili e plausibili devianze da ciò che non è “buona maniera”.

Inutili i livori ed i rancori
quelli dentro ti hanno chiuso fuori

© Iacopo Ninni

 

Marco Simonelli, Le buone maniere, Valigie Rosse 2018

Anna Toscano, Al buffet con la morte

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Al buffet con la morte, l’ultimo libro di Anna Toscano – poetessa, editor, critica e fotografa – edito da La vita felice (2018), con postfazioni di Antonella Cilento e Nadia Terranova, si presenta già dal titolo come una vera e propria meditatio mortis, che però assume un tono non di monito tragico e assoluto, ma di riflessione dolente e pacata che coglie la morte, la sua aleggiante incombenza, in momenti diversi e a volte stranianti, come in una sonata, di ventisei brevi movimenti, in cui vi è la presenza di un basso continuo, che accompagna temi che nel loro inseguirsi si alternano in primo piano. Le prime poesie, che restituiscono il senso del titolo del libro, colgono la morte in un momento familiare e intimo, quello del pranzo casalingo, che è metafora degli affetti più cari, dei legami di sangue.

C’era sempre la morte
a tavola con noi
stesa sul tavolo
col suo dito ossuto
faceva cadere qualcosa
sempre sul tovagliolo
di mio papà.

(altro…)

I poeti della domenica #352: Assunta Finiguerra, da “U vizzje a morte”

 

Nge só juorne quanne só ngrefate
me mette u tuajerre gialle de bbile
nu poche de ciprje a nase e frundile
e fazze a sˇcattambigne solitarje
U prime avé batoste è proprje Dije
pecché ha crejate nu munne delinguende
avenne l’universe pe diamante
che besuogne avije de stu zircone?
A seta strette pò passe vite e mmorte
r’aggiuste pe re ffieste a re matrune
tande c’a vite segliózze a raggione
ca si nun ng’ere a morte tande meglje

6/3/07 7.16

Ci sono giorni in cui sono irritata/ metto il tailleur giallo di bile/ un po’ di cipria sul naso e sulle tibie/ e faccio la rompipalle solitaria// Il primo ad aver batoste è proprio Dio/ perché ha creato un mondo delinquente/ avendo l’universo per diamante/ che bisogno aveva di questo zircone?// Al setaccio poi passo vita e morte/ le sistemo per le feste le matrone/ tanto che la vita singhiozza a ragione/ ché se non c’era la morte tanto meglio

Assunta Finiguerra
Edizione di riferimento: U vizzje a morte (Il vizio della morte). Poesie 1997-2009, Edizioni Cofine 2016, p. 129

I poeti della domenica #351: Kurt Schwitters, Alba tondeggia pioggia blu

Alba tondeggia pioggia blu

Tondeggi il verde
Dormi terra maggiaiola
Verdi gocce goccia a goccia
Lievi gocce gocciolano lievi
Tondeggia dormi terra
Dormi verde campo di gocce
Verdi gocce addolciscono canto
Verdeggiano verzura verde.

Kurt Schwitters
(in: Luigi Forte, La poesia dadaista tedesca, Torino, Einaudi 1976, 274-275)

 

Frühe rundet Regen blau

Runde das Grün
Schlafe maies Land
Grüne Tropfen tropfenweise
Leise Tropfen tropfen leise
Runde schlaf Land
Schlafe grüne Tropfenwiese
Grüne Tropfen sanften Lied
Grünen Grüne grün.

proSabato: Andrea Emo, In principio era l’immagine #2

NZO

La poesia nasce nel momento in cui rinunciamo ad essere “poetici”. La profonda filosofia è la sorgente da cui sale anche la poesia inconfutabile; così la suprema interrogazione, il dubbio supremo, è anche l’ultima risposta, l’unica affermazione. (Q. 340,1971)

La poesia è tale quando riesce a liberarsi dal suo peso. Dalla gravità dei sentimenti e delle idee. Una parola parlata è già un dono offerto all’oblio; è una diversità che muta insieme all’istante. (Q. 365,1974)

Quando la lettura ci fa partecipi dei sacri poeti, noi veniamo consacrati, facciamo parte dell’ordine sacro del ritmo, del ritmo dell’universo. La sacralità è un ritmo. (Q. 365,1974)

La poesia non fa che parlare di se stessa; e quando parla con la voce di un vero poeta, essa si definisce perfettamente. Ma questa definizione non serve a possederla; il discorso o il canto con cui la poesia parla di sé, la sua definizione inconfutabile è piuttosto la via, il sentiero il modo, il genio con cui essa si sottrae alla definizione, sfugge alla trappola del concetto. Quello che essa dice è al di là, dell’indicibile. La vera poesia è la diversità da se stessa, è l’al di là, l’altro da sé. La patria della poesia è l’al di là, l’inaccessibile; accessibile soltanto mediante la “magia”, l’indefinibile ma reale magia che gli uomini, o alcuni uomini, sanno esercitare. Prendendo la parola magia nel suo significato vero, proprio. E questo al di là svanisce non appena lo si voglia guardare faccia a faccia, obiettivarlo a uno sguardo che dovrebbe e vorrebbe essere superiore. La poesia è inconoscibile come il soggetto; come il soggetto che noi siamo, la nostra soggettività che intensamente sperimentiamo, che è il tutto di noi, ma che possiamo conoscere soltanto negandolo, che conosciamo nella rappresentazione, in cui appunto il soggetto sembra negarsi. E rinascere in forme che ci stupiscono. (Q. 374, 1976)

Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019

proSabato: Andrea Emo, In principio era l’immagine #1

NZO

Il pensiero e l’immagine.

Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine, che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto. Ciò che non si saprà mai è questo: quale dei due sia l’origine o la speranza dell’altro. Ma questo è forse necessario. Poiché se il pensiero, guardandosi non vedesse in sé, come suo fine, l’immagine, e l’immagine, guardandosi, non vedesse in sé, come suo fine, il pensiero, forse all’uno e all’altra potrebbe sembrare di essere fondamento, costruzione o conclusione del tutto. Ma questo loro reciproco esser fondati sull’altro fa a noi intendere come pensiero e immagine siano la forma umana della contemplazione, che muta volto e delude se stessa. (Q. 7, 1929)

Ogni immagine è immagine del nulla. E in questo senso l’immagine è ontologica. (Q. 214, 1959)

In principio era l’immagine, e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte. L’immagine è in principio (creatrice e creatura della propria negazione) quale può essere la causa dell’immagine? Forse soltanto la sua negazione; tutto ciò che è originato dalla sua negazione (come l’individuo, l’attualità) è originario, è in principio, ed è un principio. L’espressione non può essere poetica quando è originata da una causa o da un’intenzione. L’espressione deve essere originata soltanto dalla rinuncia ai suoi fondamenti, ad ogni fondamento, ad ogni causa e ad ogni effetto. (Q. 288, 1965)

L’immagine è per definizione pallida, diafana, trasparente, ma essa non è astratta. (Q. 306, 1967)

L’immagine, come la vita, è Ifigenia e Fenice – è sacrificio e resurrezione – un mistero che celebriamo in ogni istante con la respirazione, con il fuoco interiore che ci brucia. (Q. 319, 1968/1969)

Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019

Tiziana Marini, La farfalla di Rembrandt (nota di Paolo Carlucci)

Tiziana Marini, La Farfalla di Rembrandt, Ensemble, Roma, 2019

Ti rubo l’ombra/ mi va a pennello come un sogno/ a peso zero.
Anche in questi versi, posti in esergo di sezione, alla sua nuova silloge, La farfalla di Rembrandt, Tiziana Marini offre in specchio l’essenza della propria voce poetica.
È infatti nelle vene confuse dell’ombra che la poesia di Tiziana Marini si fa più ardita ed intensa. Versi in fioritura di… globuli d’amore…  Nei suoi testi sempre troviamo preziose quelle stazioni della memoria, che la Marini, ricordando brani di sé, ci dona in fulgide emozioni familiari di vita/sogno. Globuli d’amore, appunto… Ali del suo essere in una poesia, sempre corsa dalla forza dell’ombra, alla cui meta sta un tocco di luce; prima bambina poi in fioritura, da qui la scelta accorta del titolo allusivo ad una formula tecnica utile a catturare, come delinea e rileva con abilità il prefatore Plinio Perilli nell’articolata e complessa introduzione, l’umbratile sogno del fascino segreto della luce. Titolo eloquente. nomen-omen dunque, questo La farfalla di Rembrandt, quarta tappa del percorso poetico di un’autrice determinata nella sua sensibilità di vedere e sentire nel calendario interiore la durata. L’ombra che si rischiara memoria; luce di ricordo che si fa voglia d’eternità, sogno di trattenere nelle maglie delle cose la stoffa d’una carezza/ il bicchiere vuoto/ le labbra.  Durano tre mesi/ le tracce vive d’un gatto/ Il tempo d’una stagione/ tra pleniluni e maree/ sugli stipiti/ nelle coperte / dov’era la ciotola. / E l’uomo dove lascia tracce/ chimiche di sé… o un’idea che gli sopravviva?… E per quanto tempo? / Voglia d’eternità!
In una crepa/ la mappa dei ricordi /quando volevo i capelli lisci / le gambe magre / il naso senza gobba /… E già in chiusa di questa prima poesia, una dichiarazione di poetica, ma quale poesia in fondo non lo è, il vento memoriale si increspa di natura … e io leggevo la scrittura degli alberi sull’acqua. (altro…)

Ostri Ritmi #22: Lucija Stupica

 

Školjka

Nežna, presojna školjka na okenski polici
obuja morje. Odmik pogleda poraja
strah v golo mesto, ki na postaji čaka
na pisane sprevode predramljenih izrazov.

Skoz narebreno lupino se preceja
še zaspan dan. Kot dobro pričvrščen čoln
počasi dviguje svoje sidro. Na površini
školjke se zrcali fasada nasproti stoječega
bloka, siva ograja, ograja misli, oblak iz pepela.

Tvoja prstna blazinica steče vzdolž hrbtenice,
da sleče trdnjavo kože kot zvočni signal
ladje v megli, glas vlaka, vse bliže bliže,
me prebudi in do roba napolni z morjem.

La conchiglia

Una conchiglia sottile, diafana sul davanzale
rievoca il mare. Il distogliere lo sguardo genera
il panico nella città spoglia, che alla stazione attende
le rutilanti parate dei sensi ridestati.

Lungo il guscio scanalato cola ancora
l’assonnato giorno. Come una barca ben ormeggiata
lentamente solleva la sua ancora. Sulla superficie
della conchiglia si riflette la facciata del condominio
di fronte, un recinto grigio, recinto di pensieri, nuvola di cenere.

Il tuo polpastrello scorre lungo la spina dorsale
per spogliarmi dalla fortezza della pelle, come la sirena
di una nave nella nebbia, il fischio di un treno, tutto sempre più vicino,
mi riscuote e fino all’orlo mi riempie di mare.

 

Ko se zbujajo odtisi

Ko se zbujajo odtisi, si spet sam.
Noč pestuje dvojino,
dovoli izbrise in pozabo,
razvaja te z lahkoto,
s katero pišeš in šivaš rane.

Dan je trezen, surov sogovornik,
a spet mehak, ko se potopiš
v let metulja in po tišini spolzi
spokojni narek dotika.

In tako je včasih tudi dan paren,
ko se naveličan samote primakne k sebi.

Quando si risvegliano le impressioni

Quando si risvegliano le impressioni, sei di nuovo solo.
La notte culla il duale,
permette la soppressione e l’oblio,
ti vizia con la facilità
con cui scrivi e ricuci le ferite.

Il giorno è un interlocutore disincantato e primitivo,
ma nuovamente tenero, quando t’immergi
nel volo di una farfalla e nel silenzio scivola
la quieta elegia del contatto.

E così a volte anche il giorno è una metà,
quando, stufo della solitudine, mi si avvicina. (altro…)

Giovanni Comisso, Frammenti – terza parte (1953)

 

Tristezza d’un veliero immobile, nudo e deserto, nella penombra della sera sulla laguna.

*

Primavera, l’aria innalza la terra. Le case sembrano più vicine. Gli uomini si guardano più attentamente. Muretto rosa nella mattina sobria dopo una notte di pioggia tiepida che ha fatto nascere l’erbetta. È tutto rosa in tutta la sua lunghezza, un rosa vivente e sopra sul fastigio vi sono fasci di spine che pungono questa rosa dolce e carnale.

*

Mattina d’aprile, ore sette. Il cielo è gonfio di fumo che ogni tanto lascia gocciare leggermente come se un’arancia venga sbucciata accanto. Sembra che sulla terra, nella notte, abbia nevicato, tanto improvvisamente si è ricoperta di verde. Il silenzio che l’aria è già calda condensa, e questi bianchi petali sugli alberi lontani e altri alberelli Verdi contro il nero dei giardini delle ville, convincono ancora che tutto sia ricoperto ad una leggera neve che tra mezz’ora sparirà.

*

Lo spirito in me è come una linfa, le stagioni calde lo sospingono verso l’alto e quelle fredde lo sotterrano dolorosamente. Ecco che la primavera s’avvicina. Sento nel risveglio un’immensa promessa di mie opere. Io tenterò qualcosa di nuovo, di mai espresso, sento attimi della mia vita impressi nella mia memoria indissolubilmente e sento che se avrò pazienza di iscriverli essi saranno cose prime.

.

In «La Fiera Letteraria», anno VIII, n. 16, 19 aprile 1953

Giorgio Bocca, Dalla montagna alle Langhe

Reparti organici partigiani appartenenti alla I ed alla II Divisione Alpina «Giustizia e Libertà» hanno effettuato, nel periodo che corre dal 1° al 10 gennaio del ’45, un trasferimento dalle vallate alpine alle Langhe, attraversando per oltre cento chilometri la pianura presidiata dai nazifascisti.
Nelle poche righe che assumono la forma di bollettino militare sono contenuti gli elementi necessari e sufficienti per giudicare una fra le più significative operazioni militari compiute dei Volontari della Libertà. I termini «inverno» «partigiani» «centinaia di chilometri» «presidi nemici» possiedono tale evidenza espressiva da provocare con immediatezza, anche in chi ha vissuto al di fuori dell’episodio, pensieri ed idee.
È opportuno però sviluppare in una visione più completa il ricordo di quella, che per usare un’immagine di un nostro compagno, è stata l’anabasi partigiana. Ricordarla non solo dal lato tecnico militare perché sarebbe cosa fredda ed unilaterale così come troppo soggettiva sicuramente sentimentale, ma ricordarla nelle caratteristiche che la contraddistinguono da tutte le altre, nello spirito partigiano che dà coesione ai fatti ed alle date, che non è solo un aspetto, ma il vero nucleo centrale.
Già dall’estate del ’44 il comando centrale piemontese delle G. L. unitamente a quelli delle due divisioni prese in esame la possibilità di un trasferimento di reparti nelle Langhe.
Quale scopo principale si poneva un più vasto ed intenso sfruttamento di tutte le energie capaci di organizzare e rafforzare la resistenza. Non era solo per G. L. che si voleva dar modo ad una parte degli uomini della montagna di inquadrare e suscitare nuove forze, ma perché il movimento partigiano tutto diventasse più solido e più forte. Il piano non poteva essere attuato e nemmeno messo in cantiere per ragioni di forza maggiore: a causa cioè delle sopraggiunte operazioni tedesche. Solo coll’avvicinarsi del secondo inverno il problema Langhe ritornò con interesse ingigantito.
Da Torino, Filippo, commissario delle G. L., inviava lunghe lettere esaltanti i vantaggi della pianurificazione; da Gerbido e Pentenera giungevano brevi biglietti con scritto: «Abbiamo finito la farina e la carne». Le missive divise in partenza, si riunivano in una cooperazione non preordinata, ma efficacissima.
Tuttavia la cosa non era ancora matura, forse proprio perché nelle formazioni alpine si era formato uno spirito in un certo senso conservatore, difficile da penetrare.
«La guerra partigiana si fa in montagna» era il concetto, anzi il sentimento di coloro che dai primi giorni di lotta avevano trovato nei boschi e nelle rocce, nelle grangie pietrose i loro rifugi. Ma la realtà si dimostrò un’altra: la guerra partigiana si fa dove si può. Una di quelle verità lapalissiane cui l’uomo giunge solo dopo penosa ricerca.
Penosa ricerca rappresentata per noi dal grande rastrellamento pre-invernale. Tedeschi e fascisti in alcune migliaia si concentrarono, rastrellando le valli adiacenti, nella Val Grana, unica arteria funzionante e libera del nostro sistema sanguigno. I nostri reparti, dopo aspri combattimenti, scivolarono fra le maglie nemiche e aggrappandosi alle rocce del Cauri e del Bram, vissero per quattro giorni all’addiaccio, quasi senza mangiare, tenendo duro sino a quando la valle fu abbandonata.
Le formazioni erano in piedi, ma tutti, comandanti e uomini, si erano convinti che un’altra prova, in quelle condizioni, non era più possibile affrontare. Le brigate erano divenute nell’estate e si erano mantenute nell’autunno forti numericamente, troppo pesanti e massicce per affrontare il periodo cruciale dell’inverno. Nelle Langhe, svaporato il tripudio estivo, si era fatto posto anche per una parte di quelli della montagna, c’era pane, carne e vino anche per i partigiani della Vermenagna, della Gesso, della Grana, della Maina e della Varaita. C’erano colline e colline su cui allargarsi, in cui riparare, un posto per vivere insomma e per continuare la lotta.
C’era la possibilità di organizzare nuove energie, di dare agli uomini della collina il mordente dei vecchi della montagna, di restituire il partigianato delle Langhe ad una forma più cosciente e seria.
Con lentezza forse, come è proprio di tutti gli organismi maturi, ma con progressione costante, la necessità di compiere il grande passo entrò nell’anima collettiva delle due divisioni alpine, quell’anima collettiva nata dai comuni ideali, dal comune terreno di lotta, città del ceppo d’origine.
E fummo certi della maturità del problema quando si udì nei discorsi degli uomini, per cui non è mai esistito alcun segreto militare, parlare con naturalezza di Langhe e di pianura. La sincerità era carattere proprio al nuovo spirito partigiano. Gli uomini sapevano che la vita, laggiù, era più dolce che in montagna.
Quando era limpido, di sera, mentre l’ombra gravava giù sulle valli spingendosi sui campi e sulle case del piano, le Langhe apparivano come uno sfumo di grigio rosato, la nuova terra promessa.
Di lontano non si vedevano il fango ed i tedeschi.
Gli uomini desideravano star meglio e lo dicevano. Non ne vedemmo mai alcuno preoccupato di salvare la tinta del martire e del perseguitato. Ma gli uomini sapevano anche che la lotta continuava e sapevano, senza che alcuno dei comandanti l’avesse loro detto, che si andava nelle Langhe anche come G. L., che si doveva tenere alto un prestigio faticosamente costruito.
Mentre nei distaccamenti si preparava il secondo natale di montagna, e su per le mulattiere saliva il vino delle grandi solennità e la carne per i celebri arrosti bruciati e la farina per i micidiali gnocchi elastici di ogni festa partigiana, i comandanti scendevano dalle loro valli alla capitale dei ribelli, la nostra Pradleves. Era necessario portare a termine le ultime ricognizioni, e decidere la partenza e il nome dei reparti destinati a migrare. Meglio partire la notte del primo dell’anno, ché forse fascisti e tedeschi avrebbero dimenticato noi per lo spumante.
Ultimo natale di montagna, natale per chi partiva. Triste perché le nostre baite nella neve erano più care che mai, di pino, di fumo e di parole, triste perché le montagne di Varaita, di Maira e di Grana erano più belle di ogni altra volta e amici i montanari vestiti a festa e noti i sentieri, gli alberi, i boschi. Triste natale pieno di pensieri e di dubbi. (altro…)