Maurizio Rossi, La veglia e il sogno

 

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno, Edizioni Cofine 2019

La veglia e il sogno di Maurizio Rossi restituisce con dire limpido il moto del poeta, che oltrepassa continuamente il confine tra più dimensioni, che è passatore, traghettatore, mediatore, qualche volta anche “saltatore di muri”.
Se questa affermazione è vera per tutta la raccolta, oltre che, sempre, per l’autentica poesia, essa diventa la chiave di volta di un testo, Poeta, che, da vero e proprio manifesto poetico, enuncia la condizione permanente di ‘oltrepassante i confini’, nel perenne andirivieni tra sponde e dimensioni: «Non componi poesia/ solo sciogliendo/ i viticci dei pensieri,/ ma il giorno che fai/ andare e ritornare/ la tua coscienza bordeggiare/ con la voce del mistero.»
Il filo conduttore dei componimenti in La veglia e il sogno, nati in un arco di tempo piuttosto ampio, come testimoniano le date poste in calce ad alcuni testi, è l’attenzione del poeta.
L’attenzione è predisposizione e scelta, è un’attitudine che sgorga da una curiosità innata e che, d’altro canto, si sposa con uno sguardo intenzionalmente aperto (all’interno della bella Nota iniziale, l’autore dedica qualche riflessione ai molteplici significati derivanti dal verbo latino aperio) all’altro da sé. È uno sguardo che spazia, che è scevro da pregiudizi, che sa andare al di là di apparenze e di superfici.
Ciò che i versi rendono di quell’attitudine e di quello sguardo non lascia dubbi sulla sincerità, nel registrare il sogno e i suoi frammenti nel ricordo, così come nel riportare gli aneliti, le attese e le proiezioni della veglia.
Registrare, riportare: ricorro intenzionalmente a due verbi che richiamano, il primo, il monitoraggio di una condizione effettuato da un esame clinico, e, il secondo, il suo referto.
Mi sia permessa una brevissima digressione: il collegamento, che torna a più riprese, con la professione del medico, non solo aggiunge al dato autobiografico un taglio metodologico, ma avvicina Maurizio Rossi allo scrittore Arthur Schnitzler, per la sensibilità dello sguardo, per l’abilità dei passaggi tra le dimensioni della veglia e del sogno e perfino del loro confluire, così come per l’alto valore conferito al pensiero e al sentire femminile (Nello stesso respiro).
Regolarità del battito e aritmie («Rivesti d’aritmia la tua balbuzie», Linguaggi), accelerazioni e rallentamenti ritornano nella cadenza, si intrecciano, si alternano. All’equilibrio perfetto di Un sogno – tre strofe composte ciascuna da cinque versi in sequenza e da un sesto verso ‘isolato’ a conclusione e sintesi dell’arco del respiro – fa da controcanto, e in controtempo, il rincorrersi precipitoso e allitterante di Tachicardia.
È proprio il distico centrale di Tachicardia a manifestarsi come “cuore rivelatore” di una condizione esistenziale e vocazionale che unisce l’impegno per la ricerca della diagnosi e della migliore cura con una umanissima e umanistica serendipità, ovvero con la capacità di corretta interpretazione di  un fenomeno, verificatosi in modo casuale nel corso di una ricerca orientata inizialmente su un determinato settore e che si riferisce ad altri campi di indagine: «Concertando la felicità,/ hai composto un’aritmia».
Ecco che allora l’andirivieni della coscienza e il suo «bordeggiare/ con la voce del mistero» chiama a gran voce il suo opposto, conferendo dinamismo e drammaticità al dettato: «Ho bisogno d’incoscienza/ per invecchiare senza rallentare,/ più coraggio per abbandonare/ la selce per il bronzo,/ poi il ferro, poi l’acciaio,/ e poi fidarmi del grafene,/ del guizzo di luce, che centuplica/ il pensiero, oltre l’umano.»; i versi di Senza rallentare sono sprone e incitamento rivolto a sé da parte di un poeta che torna ad ampliare l’orizzonte del suo essere ‘oltrepassante i confini’.

© Anna Maria Curci

 

Un sogno

È diseguale la luna nel vento
e la notte d’autunno,
neanche io mi somiglio
a vagare nel buio del cielo
infinito e racchiuso

dalla veste del sogno.

Mi sgomenta una porta serrata
nella cinta di pietre
sbrecciate, o mai esistite,
mi confonde la strada
– temuta ragione -­ e la piazza,

icona di annosa prigione.

Sul selciato risuonano i passi ­-
è cuore che batte, è risveglio ­-
il chiarore dai vetri dischiusi
segna un’ombra al mio fianco.

Sarà dono, lei nel mattino.

 

Tachicardia

Ti corrono gli anni davanti
e non fanno rumore,
l’assenza scava dolore,
dov’erano voci è cresciuto
il silenzio, che chiama
altri suoni. Sfamati così
tanti dubbi, hai ancora domande.

Concertando la felicità,
hai composto un’aritmia.

Già parli al passato ­ – non vedi?­ –
la sete rallenta la corsa,
ma curioso è il nistagmo,
che talvolta s’immerge
in respiro sospeso
a domare il galoppo.

 

Nello stesso respiro

Tu li hai vissuti nel grembo
io solamente abbracciati.
Non temi il distacco, perché
hai sofferto lo strappo,
quel taglio di fune sanguigna
che lega la vita al suo seme.

Io padre, pretesa misura
di gesti, passioni ­- oggi ormai ieri ­-
dovrò farmi ricordo, pensieri.

Non potranno sapere
i figli dei figli, aggrappati
a memorie caduche.
Resta il soffio, portato
da noi, nello stesso respiro.

 

Poeta

Non componi poesie
se leghi le parole,
senza far giocare
tra loro i verbi, i nomi
le congiunzioni.

Non componi poesie
solo sciogliendo
i viticci dei pensieri,
ma il giorno che fai
andare e ritornare,
la tua coscienza bordeggiare
con la voce del mistero.

 

Senza rallentare

Sento chiudersi porte
alle mie spalle, spesse,
impermeabili alle voci
ed all’eco di passi familiari.
Le stanze dei giochi, finestre
da cui studiavo il mondo,
le stanze delle voci roche
per liberare l’animo gregario,
sono di altri.
————Sbattono
le porte ed ora lascio fuori
un po’ di me, sovrastrutture,
tessuti di tinture antiche,
fotografie sgranate.

Ho bisogno d’incoscienza
per invecchiare senza rallentare,
più coraggio per abbandonare
la selce per il bronzo,
poi il ferro, poi l’acciaio,
e poi fidarmi del grafene,
del guizzo di luce che centuplica
il pensiero, oltre l’umano.

 

Linguaggi

Rivesti d’aritmia la tua balbuzie
mentre la musa ti conduce
———nella città del vento, torna suono
la parola, sfuggita all’uso
meccanico, all’abuso.

 

Maurizio Rossi, nato a Roma nel 1952, è medico in pensione. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. Collabora con scritti e recensioni al sito poetidelparco.it; è nella redazione della Rivista “Periferie”. È socio de “La Primula”, associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Dal pozzo al cielo (2008), Tempo di tulipani (2009), Sono aratro le parole (2011), Che resta da fare (2014), La Veglia e il sogno (2019) e, in romanesco, Cercanno leggerezza (2015).

3 comments

    1. “i versi dei medici”? Che diavoleria è mai questa?! I versi sono sempre e comunque soltanto dei poeti… che poi i poeti siano anche falegnami, architetti, maniscalchi, operai, fabbri, medici, filosofi, clochard, letterati, bibliotecari ecc. ecc. ecc. nulla toglie e nulla aggiunge al loro essere o non essere poeta…

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