Mitsuko Uchida, quasi una recensione

 

Chi ha letto i miei romanzi sa del particolare legame che ho con Mitsuko Uchida, pianista giapponese naturalizzata europea tra le più grandi interpreti di Mozart, Schubert e Schönberg. E così chi mi frequenta, dal momento che spesso casa mia risuona, specie quando scrivo, dei suoi cd, che sono su una mensola in rigorosa posizione di facile acchiappo in caso di terremoto o inondazione. Chi mi conosce sa viepiù che se l’unica data utile a vederla dal vivo era a Perugia, a patto di ripartire il giorno successivo alle cinque del mattino per essere fresca e pimpante a scuola, avrei riempito il mio zainetto e sarei corsa da lei.
Perché Mitsuko Uchida è una preziosa forma di grazia. Il programma perugino prevedeva Schubert ma io la conosco e la amo con Mozart, di cui lei dice: è la tua mente che devi allenare, non le tue stupide dita. Un adesivo rimosso con cura dal cd del concerto K488 riporta un rigo del Boston Globe su di lei, che traduco liberamente: qualsiasi codice sblocchi i misteri di Mozart, Mitsuko Uchida sembra portarlo nel suo DNA. E Mitsuko Uchida, in Mozart che amo e suppongo in altri di cui non ho sufficiente conoscenza affettiva, ha la mia fiducia: quel tendine luminoso e immaginario che dalla mente passa alla punta delle mani in lei è acceso.Così sono arrivata a Perugia con un giorno di anticipo, abbastanza da girarne il centro storico le volte sufficienti a farmi consegnare le chiavi della città (incredibile quanto possa essere meravigliosa, Perugia, e quanto minuscola), e in un piccolo teatro dalla bellezza imbarazzante mi sono posta ad aspettarla, comodamente in prima fila, chiedendomi se davvero quella piccola dama giapponese di cui avevo scritto una pagina di romanzo sarebbe entrata dalle quinte per sedersi al pianoforte. E così è stato.
Scandaloso, ho pensato per un attimo, che chi quotidianamente suona all’interno delle cuffie collegate al mio computer ora aggiusti lo sgabello di un pianoforte. L’ho applaudita come si applaude qualcuno per ringraziarlo di una gioia pregressa. Ho rimpianto di non aver scelto un posto a sinistra, in modo da poterle guardare le mani, il viso; conosco bene la sua espressività, quel modo di sembrare pronta a giocarsi tutto, e un attimo dopo essere lì, da sola, a fare quello che in assoluto le appare un dono. Quanto, ogni volta è chiaro, è felice. Le sue mani si sono posate sulla tastiera. Non c’è cassa armonica che possa giustificare la potenza, la forza muscolare di una donna così piccola per un accordo così preciso.
Scelta che inchioda subito i nervi, quella di iniziare con la sonata in La minore D. 537, mai pubblicata in vita. Non è certo un inizio studiato per far ambientare chi ascolta, per ricordargli lentamente di essere a un concerto. Siamo dentro Schubert, all’interno della sua fucina, fin dal primo, artigliato accordo. L’apertura del primo movimento è un tema che si ostina nello scandire e nel ripiegare, disperdendosi in arpeggi cristallini, allargandosi qui e lì in qualche dolcezza altrettanto appuntita. Il rondò del secondo movimento, invece, è delizioso nelle sue soluzioni armoniche levigate al millimetro. E tutti abbiamo tenuto il respiro quando alla fine del quasi andantino Uchida ha rostrato, quasi senza soluzione di continuità, la nota che dava inizio al terzo, movimento assertivo quanto il primo e colorato da quelle che un gioco abile di dita rendeva a metà tra acciaccature e appoggiature. La pulizia, ecco il grande dono di Mitsuko Uchida: la capacità superiore di far sentire ciascuna nota, pronunciandola in maniera assoluta e comprensibile indipendentemente dalla sua velocità o dalla contemporaneità con altri dettati.
Della seconda sonata, la D. 840 in Do maggiore, incompiuta, detta Reliquie, come spesso si usa sono stati suonati i primi due movimenti. Liquido il primo, da barcarola all’inizio e sincopato poi, ha la capacità di virare dall’inquietudine alla gentilezza nel giro di un paio di accordi, lungo poi una vasta sezione aguzza fino all’inaspettato controfinale. Il secondo movimento, nei suoi temi quasi suggeriti, ci ha accompagnato verso un intervallo che era solo preparazione di qualcosa di atteso: la magnifica, monumentale D. 960.
Ed è davvero un monumento, questa sonata in Si bemolle maggiore, diviso in quattro parti di cui solo la terza, piccolo Scherzo, permette di prendere fiato. Al secondo, terzo, quarto ascolto del tema, mi chiedo come descrivere il primo movimento. E davvero mi domando se si possa misurare l’apertura d’ali di un tema come si fa con un albatro, con un grosso e fiero gabbiano. Pulitissima anche nei tanti abbellimenti, rigorosa e dolce nelle brevi battute in minore, Uchida porta avanti una parlata, un discorso, che nel secondo movimento assumerà la compostezza di una desolazione mai gridata. E davvero l’Andante sostenuto, questo secondo tempo della D. 960, è probabilmente quanto di più prezioso Schubert abbia mai scritto. Ricorda un sentimento che si contenta di sé, che vive di nostalgia e di eterno dono e di pienezza d’essere, e non per questa sua capacità di brillare di senso smette di soffrire; come un amore nascosto, una fede che vacilla. C’è premura in ogni sua crespa, una premura che non basta a se stessa ma accarezza l’ascoltatore. Le sue modulazioni formano come delle pieghe, e non potrebbero essere studiate per dare un senso più delicato di malinconia. La malinconia viaggia sulla porzione in maggiore, torna a raccogliersi nella sinistra insistente della ripresa del tema. Il rigore di questo sentimento, che davvero sembra un discorso umano, non è spiegabile in maniera differente che con l’ascolto, un ascolto che dalle prime sillabe diventa gratitudine; rimando quindi al link, ovviamente a firma Mitsuko Uchida, a fine dell’articolo.
Da questa monade di senso del concerto intero, è chiaro come Schubert sia incapace di affrontare qualsiasi sentimento senza sfumarlo nella tenerezza. Perfino nello Scherzo del terzo movimento, nell’incredibile ritmo tarantato del quarto, con cui Uchida pone fine al suo maestoso, eppure posato, concerto.
Come avviene ogni volta che l’incanto termina nel mio computer, Mitsuko Uchida si alza in piedi e ci saluta dicendoci qualcosa di misterioso dal suo labiale. Ho sempre creduto fosse un ringraziamento. Mi ringrazia anche quando vado a salutarla. Grazie di essere venuta, mi dice; forse sa che per essere a scuola in tempo dovrò partire alle cinque del mattino. Ma sono io a ringraziare lei. Sono io a ringraziare Schubert, ed è Schubert a ringraziare chissà chi, o non si spiegherebbe la sonata D. 960. Siamo tutti a ringraziare un po’ tutti, pare. La bellezza mette in moto gratitudine. La gratitudine mette in moto altra bellezza. Abbiamo bisogno, di tutto questo. Abbiamo bisogno di Schubert, e di Mitsuko Uchida. Di chiederci una sera qualsiasi cosa abbia portato all’Andante della D. 960, di ringraziare un pubblico da un labiale inintelligibile, di tornare a casa alle cinque del mattino semplicemente, completamente felici, nonostante ci si accorga solo a Tiburtina di non aver ancora preso il caffè.

© Giovanna Amato

 

 

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