Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari – di Stefano Brugnolo

Renzo e Azzecca-garbugli

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari: un esempio di malcostume intellettuale

di Stefano Brugnolo

 

Quanto dirò nasce dalla lettura di un articolo uscito su Repubblica del 7.8.2015. In realtà poi quel pezzo era l’anticipazione di un saggio uscito con il titolo Re Lear. Padri, figli, eredi (Edizione Saletta dell’uva, 2015). Non conosco quel libro e mi baserò solo sull’articolo. Leggendolo infatti non ho resistito alla tentazione di esprimere la mia irritazione. Intanto premetto che per me Massimo Cacciari vale qui solo come un esempio circa un modo poco responsabile di fare uso delle parole e dei pensieri. In secondo luogo aggiungo che quello che dirò, ammesso che interessi a qualcuno, non è certo ispirato da una attitudine anti-intellettualistica o anti-filosofica. No, a me piacciono tantissimo i discorsi complicati e difficili, ma pretendo poi che questi discorsi, per quanto difficili e complicati, mirino sempre ad essere intellettualmente onesti, mirino cioè a dire qualcosa di specifico, rendendosi comprensibili e criticabili. Parola per parola. Virgola dopo virgola. Massimo Cacciari costituisce invece l’esempio di qualcuno che quando scrive si sottrae a questi obblighi che per me sono di tipo etico soprattutto allorché qualcuno si pone nei confronti degli altri come un maestro di pensiero.
Dico poi subito che Massimo Cacciari (non sto parlando tanto del politico ma del filosofo) non mi ha mai convinto. Non mi convinceva né quando faceva il marxista-nietzschiano né adesso che dialoga con i teologi, parla d’angeli e discute come se niente fosse di trinità e transustanziazione. In definitiva mi sembra un pensatore nervoso, generico e confuso. Certo, ha letto un mucchio di libri, ma non li ha meditati a lungo e digeriti bene, e così alla fine non fa altro che echeggiare le idee degli altri, senza elaborarle originalmente e coerentemente. Non riconosco in lui una linea di pensiero ben definita e articolata ma tante suggestioni e echi poco amalgamati. Può parlare e letteralmente parla di tutto in totale spregio della specializzazione del lavoro intellettuale che imporrebbe di parlare solo di questioni di cui ci si è presi a lungo cura. Lui no, crede di poter dire la sua su non importa che e chi. E badate non è una esagerazione, ve ne rendete conto subito se date un occhio ai suoi titoli: ci trovate di tutto, e altro ancora. La convinzione credo è quella secondo cui se si è filosofi, e magari filosofi di genio, si possa speculare su qualunque fenomeno o aspetto del mondo, della vita, dell’essere. Ma non è vero, i filosofi moderni sempre più si consacrano a questioni specifiche di cui divengono esperti. Se ci si dedica a filosofare sulla politica, per esempio, non è detto che poi si pretende di speculare con identica cognizione di causa intorno alla morale, alla religione, alla storia, alla scienza, all’arte, alla letteratura, all’economia, all’architettura, alla mente, alla moda, al linguaggio, alla natura, eccetera. Conosco per esempio un filosofo americano, Arthur Danto, che nel corso del tempo ha dato notevoli contributi filosofici sull’arte moderna, per esempio sulla Pop Art come momento di svolta nel modo di concepire l’arte in Occidente. Danto è ritornato tante e tante volte su queste questioni, approfondendole e variandole, e in effetti a leggerlo si impara molto. Insomma quel filosofo come molti di noi cerca il generale concentrandosi però sul particolare. Ma va da sé che filosofi dalla vocazione generalista come Cacciari sentirebbero come troppo stretta una simile gabbia e che a loro piace pronunciarsi sul grande, sulle questioni prime e ultime. Il prezzo però che si paga allorché si fa questo è la genericità e la vacuità. E infatti quasi mai una proposizione di Cacciari o una sua serie di proposizioni mi sono sembrate affermare qualcosa di specifico e pregnante, degno cioè di essere discusso seriamente e a lungo. Le sue mi paiono quasi sempre words words words. Parole che ti cadono addosso e che ti travolgono come una slavina. Che magari ti imbambolano ma che non diventano mai una vera e propria argomentazione compiuta. Non è neanche che uno non sia d’accordo è che le sue affermazioni non sono del tipo di quelle che è possibile valutare per poi dichiararsi in accordo o in disaccordo. Più che proporre delle tesi mi pare che miri a suggestionare chi legge. Per darvi una idea di quel che intendo cito quasi a caso un passo:

Ma il Mare – che cosa ri-vela [sic] questo suo nome, questo nome, Mare, che il Greco ignorava? Lo ignorava forse proprio perché proveniente dalla radice “mar”, che indica il morire, dal sanscrito “maru”, che significa l’infecondo deserto? O non ci verrà esso, piuttosto, proprio dal ‘fondo’ mediterraneo, pelsagico? Mare è l’ebraico “mar”, è l’accadico “marru”: è il sapore salmastro di “Thàlassa”. E’ l’amaro della sua onda. È l’antico, mediterraneo nome di “hàls”.

Ora, vi chiedo è una parodia di Massimo Cacciari o è proprio Massimo Cacciari? …Vorrei potervi dire che è una parodia ma invece no: è proprio Massimo Cacciari, dal suo libro Arcipelago. È Massimo Cacciari al suo meglio, cioè al suo peggio. Chi legge Massimo Cacciari si sente un po’ come si sente Renzo con Azzecca-garbugli: mentre quello «mandava fuori tutte quelle parole» Renzo lo «guardava con un’attenzione estatica, come un materialone che sta sulla piazza e guarda al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.» Insomma, ci si sente spaesati ma anche incantati, stupefatti. Uno non sa bene di cosa esattamente si stia parlando, ma certo se ne sta parlando “alla grande”. Molti escono come storditi, piacevolmente ubriachi da queste immersioni nei discorsi di Massimo Cacciari, ma quasi mai saprebbero riassumervi il contenuto di quei discorsi. E in effetti se poi si va a vedere un poco più da vicino le cose che ha “veramente” detto allora l’incanto viene meno e subentra l’incredulità, il sospetto. Uno per esempio si aspetta che lui ci “riveli” finalmente cosa mai significhi questo magico termine: mare… Anche perché ha posto la domanda in quel modo enfatico, salmodiante: «Mare – che cosa rivela questo suo nome, questo nome, Mare?» E invece si trova a confrontarsi con una valanga di etimologie più o meno fasulle. Certo non sono pochi i filosofi che hanno giocato con le etimologie, e tra tutti vorrei ricordare il grande guru Martin Heidegger, che già se ne infischiava un bel po’ della loro attendibilità ma ecco qui Cacciari si rivela davvero una specie di imitatore acrobatico dell’oracolare ma austero Martin. E’ una specie di carnevale etimologico il suo. Si parte da etimologie magari fors’anche probabili per arrivare ad altre puramente immaginarie, basate quasi solo su assonanze, suggestioni vertiginose. E si tenga presente che molte di queste sue immaginarie etimologie gli provengono, come rivendica lui stesso proprio in Arcipelago, da Giovanni Semerano, un indoeuropeista largamente screditato dalla comunità scientifica (ma pregiatissimo da filosofi come Severino e Galimberti…). Prima di continuare con Cacciari fermiamoci un momento su questo Giovanni Semerano. Ecco un esempio del suo modo di procedere preso in prestito da Wikipedia.
Allora, in un suo libro Semerano considera il termine Ápeiron (ἂπειρον), parola centrale nella filosofia di Anassimandro. Questo filosofo definisce l’elemento da cui hanno origine tutte le cose, il loro principio (in greco antico arkhé) con il termine àpeiron, che abitualmente viene ritenuto costituito da a- privativo (“senza”) e da péras (“determinazione”, “termine”) e tradotto pertanto come “indeterminato” o “infinito”. Ora, Semerano riconduce invece il termine al semitico ‘apar, corrispondente al biblico ‘afar e all’accadico eperu, tutti vocaboli che significano “terra”. Non sono in grado naturalmente di intervenire sul merito della questione, anche se mi confonde un po’ questa catena di somiglianze per cui da un termine greco si passa a uno semitico (e biblico) e poi a uno accadico. Mi sembra da profano qual sono una strana accozzaglia. Massimo Cacciari che a quanto pare se ne intende molto più di me di tali questioni nella prefazione a un libro intitolato alla Dicotomia indoeuropeisti-semitisti (La Finestra Editrice, 2018) così descrive il metodo di Semerano: «si tratta di rilevare il meticciamento continuo tra distinti e opposti come il fattore fondamentale di ogni storia o destino. Forte di questo metodo, Semerano compie innumeri e decisive scoperte». Ancora una volta risulta per me del tutto sibillino il corsivo finale, ma lasciamo perdere questi vezzi. Quel che mi allarma è questa idea del «meticciamento continuo tra distinti e opposti». Io non so come vada «in ogni storia e destino» ma credo che quando si tratta di fare delle osservazioni scientifiche sarebbe meglio non meticciare (e cioè confondere) gli opposti e i distinti. O no? Però appunto siccome non sono un esperto né di indoeuropeo, né di accadico, né di etimologia, magari qualcosa mi sfugge e perciò passo la parola al glottologo competente, al mio amico Francesco Rovai che lui sì se ne intende, ed ecco cosa mi dice a questo proposito:

In tutte le sue ricerche etimologiche e dedicate alla ricostruzione dei rapporti di parentela linguistica, Semerano si basa unicamente, come qui, sul criterio dilettantistico della somiglianza formale: il greco ‘ápeiron’ somiglia all’accadico ‘eperu’, dunque possono essere messi in relazione. La mera somiglianza formale non è però un criterio valido per la ricerca etimologica. Non solo non è un criterio sufficiente (il latino ‘habere’ e il tedesco ‘haben’, nonostante le evidenti similarità di forma e significato, NON SONO etimologicamente connessi), ma non è neppure necessario (il latino ‘decem’ e il gotico ‘taíhun’ “10”, a dispetto dell’evidente difformità, SONO etimologicamente connessi).

Il che mi conferma in quella mia idea che quel meticciamento continuo di parole corrisponda a una metodologia confusa che produce risultati sensazionali ma destituiti di fondamento. Comunque, lasciamo perdere per un momento questo aspetto su cui poi ritornerò, ecco adesso le conclusioni a cui arriva Semerano sulla base delle sue scoperte: il noto frammento di Anassimandro, in cui si dice che tutte le cose provengono e ritornano all’àpeiron (e cioè all’infinito), non si riferirebbe ad una concezione filosofica dell’infinito, ma ad una concezione di “appartenenza alla terra”, che si ritrova nel testo biblico: “polvere sei e polvere ritornerai”. E non è finita, sempre sulla base di questa scoperta, Semerano rilegge tutto lo sviluppo della filosofia greca riconducendo la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe tra gli altri Anassimandro, Talete e Democrito. L’intera vicenda della nascita della filosofia greca non viene vista come una miracolosa isola di razionalità, ma come parte integrante di una più estesa e antica comunità umana che comprende anche la Mesopotamia, l’Anatolia e l’Egitto. Ripeto le basi su cui Semerano arriva a questa conclusioni sono a quanto pare fasulle ma non è questo quello su cui vorrei soffermarmi ora; vorrei invece riflettere proprio sulla mania di spiegare certe grandi svolte storiche sulla base di una o due etimologie. Anche se quelle etimologie non fossero così fantasiose come sono, non è comunque che tu puoi riscrivere la storia del mondo sulla base di queste tue presunte scoperte. Se davvero c’è, mettiamo, una consonanza tra cultura greca, mesopotamica, ebraica ecc. ciò dovrebbe risultare da una serie di altri indicatori. Non da una improbabile etimologia. Ripeto qui non mi importa tanto stigmatizzare che Cacciari Severino Galimberti non tengano alcun conto del giudizio che gli specialisti hanno portato su Semerano (evidentemente credono di saperla più lunga di quelli), quel che mi importa è l’idea che si possa pretendere di decidere questioni di così grande portata con qualche sciabolata etimologica. E mi importa segnalare anche un’altra cosa a cui qui accenno soltanto: Semerano è il tipico rappresentante di un pensiero “ribaltante”, e cioè di un pensiero che ribalta quanto tutti gli altri studiosi hanno finora sostenuto, dimostrando (si fa per dire) che si tratta di una sequela di errori, di fraintendimenti che nessun altro prima avrebbe notato. Chiamiamola anche la sindrome del velo di Maia, o meglio dello squarciamento di un velo che fino ad ora impediva di vedere le cose come stanno. Questo dispositivo di pensiero assomiglia molto a quello dei cosiddetti complottisti, quelli cioè che dicono che una certa verità (enorme, scandalosa, ecc.) è stata colpevolmente occultata, e che essa va finalmente svelata e raccontata alle genti. E infatti il libro dove Semerano ha proposto questa interpretazione si intitola L’infinito: un equivoco millenario (pubblicato, ahimé, da Einaudi). Cioè, in altre parole, per secoli e secoli siamo vissuti dentro un equivoco e abbiamo continuato a credere che ápeiron significava indeterminato o infinito ed ecco che a un certo punto è arrivato Semerano che, da solo, ha finalmente dissipato quell’equivoco, rivelando così l’altra verità, quella “veramente vera”. Lo so che posso sembrare pesantemente ironico ma quel che qui sto dicendo è che al di là di altre considerazioni occorre diffidare di rivelazioni così strabilianti che non si connettono al lavoro paziente degli altri studiosi, che con un colpo solo risolvono nodi intricati, questioni difficilissime.
Ma ritorniamo al passo sopra citato di Cacciari. Come si vede già al primo sguardo Cacciari qui sta usando alla sua maniera Semerano e le competenze “accadiche” di quello, e anzi si direbbe che lui rincara la dose, abbandonandosi a una vera orgia di meticciamenti semantici. Come reagire davanti a passi come questo? Sta forse Massimo Cacciari propugnando una tesi basata su argomenti razionali e magari “condita” di suggestive analogie? No, io direi che tutto il suo discorso è un flusso continuo di immagini, e che dunque esso si dà come un discorso puramente analogico, poetico, ipnotico. Non è la correttezza dell’argomentazione e dell’informazione che conta, ma appunto la presunta brillantezza delle immagini proposte. Si veda quando scrive che la parola mare ci verrebbe da un ‘fondo’ mediterraneo, pelasgico? Cosa cavolo intende dire Massimo Cacciari quando parla di “fondi pelasgici” da cui, come Venere dalle acque, sarebbe emersa quella parola? Mah, lasciamo perdere per ora. E anche in questo caso ricostruiamo il metodo: l’idea di fondo è quella secondo cui se tu risali alle presunte origini di una parola risali anche alle origini, all’essenza del concetto, e anzi risali dal nome alla cosa stessa (è come se nella parola mare Cacciari sentisse il gusto amaro, salmastro del sale…). In questo Cacciari è ancora un tardo epigono di Heidegger che più di altri ha preteso che le etimologie potessero condurre alla verità. In realtà questo è un atteggiamento magico, iniziatico, infantile in senso letterale, perché sono i bambini che pensano che nomina sunt consequentia rerum. I bambini e i poeti, certo, i quali ultimi però se lo possono permettere perché programmaticamente giocano con le parole. Ma i filosofi dovrebbero invece avere un atteggiamento più responsabile verso le parole, e per esempio dovrebbero sapere che il significato di una parola non sta certo nella sua presunta origine, ma nella sua storia, nella sua evoluzione, nell’uso che le comunità ne hanno fatto nel tempo, negli accordi che gli uomini prendono circa il loro significato.
Il grande poeta Gioacchino Belli ci ha lasciato uno straordinario ritratto di questi apprendisti stregoni dell’arte etimologica e non resisto alla tentazione di proporvela:

Agli etimologisti

Se il senso vuoi scavar di pellegrina
voce scabretta che ti guardi bieca,
tolto un pezzuolo di radice greca
pestal con mezza sillaba latina.

Ivi all’uopo con giusta disciplina
altri strani caratteri interseca;
e l’ebraico e ‘l siriaco in mezzo reca,
né ti scordar de la caldaica mina.

E allor che il tuo vocabolo disposto
ti cominci a pigliar buona figura,
se ti sturba alcunché mutagli posto.

Per tal modo ogni onesta creatura
può spiegare un oracolo nascosto
e nel cerchio trovar la quadratura.

Eh già, è proprio come se questi filosofi attraverso le loro avventurose etimologie riuscissero «nel cerchio trovar la quadratura». Ma vale la pena fare qui un altro esempio. Cacciari dando un’ulteriore prova della sua versatilità è intervenuto anche sulla polemica che ha opposto nel 384 dopo Cristo il senatore e retore Simmaco a Sant’Ambrogio (vedi M. Cacciari, La maschera della tolleranza, Rizzoli, 2006). La polemica verteva sulla possibilità o meno di continuare a adorare gli dèi pagani. Simmaco chiedeva all’Imperatore di poter continuare a farlo, Sant’Ambrogio voleva impedirlo. Lasciamo perdere per ora che Cacciari è pregiudizialmente dalla parte del fanatico Sant’Ambrogio e tutto contro il disincantato Simmaco. Qui mi interessa questo passaggio in cui lui si chiede «cosa significa tollerare?». È una questione come si vede non da poco, ma appunto sono le questioni ultime quelle che appassionano il filosofo veneziano che d’altra parte scende in campo solo per risolverle con piglio napoleonide e in poche battute. Dunque allora, cosa significa tollerare? Soprattutto cosa significa oggi, nel nostro mondo contemporaneo. C’è una grande tradizione di studi su questo tema, ma naturalmente nessuno si aspetta che Cacciari ne tenga il benché minimo conto e avanzi prudente confrontandosi con le tante posizioni in campo. No, il nostro affronta la questione alla radice, il che per lui altro non significa che la affronta a partire dalla radice etimologica della parola. Cacciari, lo abbiamo visto, pensa che la verità giaccia nascosta come un tesoro negli etimi delle parole. Non nelle pratiche umane, nelle vicende umane relative alla tolleranza; non nelle vicissitudini storiche e sociali, ma appunto nelle radici delle parole che trattengono in esse i significati originari che il filosofo come un mago libera e fa brillare davanti a noi. Dunque per capire cosa sia la tolleranza si deve prende il verbo tolero: «Tolero compone tollo e onus, e non può significare che ‘sopportare’, ‘sostenere un peso’. Sopportarlo resistendovi, senza cedere alla fatica.». Uno legge dice ah bè si bè, ma poi gli entra una pulce nell’orecchio e si chiede: ma siamo proprio sicuri che sia così? E come quasi sempre accade con le etimologie di questo filosofo state sicuri che no, naturalmente no! E qualunque dizionario etimologico glielo avrebbe dimostrato, solo che lui avesse voluto consultarlo. Insomma, non è vero niente che il verbo latino tolerare «compone tollo e onus». Quella composizione se l’è inventata lui, sul momento. Anche perché, scusate tanto, ammesso che fosse esistito un composto verbale di ‘tollere’ e ‘onus’ con il significato di “sostenere/sollevare un peso”, il complemento oggetto (‘onus’) avrebbe dovuto PRECEDERE la radice del verbo (‘tollere’), così come da ‘bellum gerere’ abbiamo ‘belligerare’ o da ‘terga vertere’ abbiamo ‘tergiversari’. Ancora una volta lo so che sembrerò micragnoso ma insomma se uno si vuol improvvisare etimologo qualche regoletta deve pure conoscerla, e invece niente, lui si inventa le composizioni che gli paiono e piacciono, e nessuno, dico nessuno tra i suoi colleghi che gli tiri una manica, che gli dica, sul modello di una canzone di Mogol-Battisti: «Massimo, Massimo di solito così non si fa!». E comunque anche in questo caso, onus o non onus, la cosa che mi scandalizza è l’idea secondo cui se ci si vuole raccapezzare su di una questione tanto spinosa e oggi anzi drammatica basti ricostruire l’etimologia di una parola. E visto che ci sono non resisto a portare un altro esempio di uso disinvolto di para-etimologie e cito da un testo del filosofo Emanuele Severino che per Massimo Cacciari è insieme a Heidegger nientepopodimeno che il maggior filosofo del Novecento. Si tratta di un’analisi della Ginestra di Leopardi (da “Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. L’universo della conoscenza”, 1993), che secondo Severino costituisce la prova provata della sua tesi che l’Occidente è in preda a una follia, quella causata dall’abbandono della teoria di Parmenide secondo cui l’essere è e il non essere non è. La nostra follia è cominciata da quando ci siamo messi in testa che le cose, gli enti, prima non sono, poi sono, e poi ancora non sono. È una evidente follia: l’essere è da sempre e per sempre. Il merito di Leopardi non è certo quello di essersi emancipato da quella follia (ciò è riuscito solo a Severino) il suo merito è quello di portare alle sue estreme conseguenze questa nostra folle credenza nel niente in cui gli enti sparirebbero. Che per esempio Leopardi canti in modo indimenticabile la possibilità che gli uomini si costituiscano in «social catena» per resistere al male naturale e rendere più vivibile la vita, questo non interessa a Severino che vede in Leopardi solo il cantore del nulla. Comunque non importa e qui cito solo questo passo della sua analisi:

Tra l’altro Leopardi, che ogni parola che usava la usava consapevolmente, e cioè estremamente attento alla storia e alla potenza del linguaggio, quando pronuncia la parola genio ha in mente, sente la parola gigno: genero, produco, sono forte, cioè esplico quel tipo di forza che l’occidente oggi sente come civiltà della tecnica, come tecnica; il genio è diverso dal tecnico, ma ha la stessa natura del tecnico: è il portatore della potenza.

Ora, certo Leopardi usava ogni parola consapevolmente, non c’è dubbio, ma in che senso da questo presupposto ragionevole, discende la conseguenza irragionevole che quando lui usava la parola genio, «aveva in mente» e anzi «sentiva» la parola gigno. Da dove Severino ricava questa convinzione? Ci sono dei passi paralleli che confermano questa che lui non dà nemmeno come una ipotesi ma una certezza? No, naturalmente, c’è solo la solita somiglianza fonetica che però in sé non dimostra un bel niente. Ma per Severino invece le conseguenze da trarre da questa somiglianza esteriore sono vertiginose: Leopardi si riferisce spesso al genio, dunque ha in mente gigno, e dunque si riferisce a generare, produrre, ecc. e dunque allude a «quel tipo di forza che oggi l’occidente sente come civiltà della tecnica». Insomma anche se, Severino lo deve pur ammettere, «il genio è diverso dal tecnico», Leopardi, «che usava ogni parola consapevolmente», stabilisce nei fatti questa equivalenza. Mi astengo da ogni ulteriore commento. Ma mi chiedo ancora una volta: possibile che nessuno intervenga a dire no, ma dai così non si fa, non si può fare? Articoli di giovani studiosi verrebbero subito bocciati da qualunque rivista scientifica seria se presentassero passaggi come questo, ma allora perché vengono perdonati a Cacciari e Severino? So che questo mio saggetto non scalfirà d’un millimetro la fama dei due filosofi, che anzi mi pare cresca a dismisura soprattutto nei media, ma davvero mi piacerebbe capire se davvero solo a me questo modo di procedere sembra disonesto. Urlo nel deserto: a qualcun altro la cosa appare disonesta?

Ma riprendiamo il filo e continuiamo adesso con il commento a quella citazione sull’etimologia greco-sanscrita-accadica-pelsagica. Uno che leggesse superficialmente potrebbe reagire pensando di non capire e che questo si spiega perché Cacciari è un filosofo difficile, complesso. Ma qui non è questione di difficoltà, qui è questione di un discorso che non paga nessun pegno alla fatica del concetto, all’onere della prova, all’obbligo di scegliere i termini specifici e esatti. Cacciari per esempio poco prima aveva scritto che l’etimologia di mare rimanda al morire, al deserto infecondo, all’onda amara, ebbene subito dopo dirà, nel suo consueto modo salmodiante, che il mare è invece da intendere come «luogo della relazione, del dialogo, del confronto tra le molteplici isole che lo abitano: tutte dal Mare distinte, tutte dal Mare intrecciate; e tutte dal Mare nutrite e nel Mare arrischiate.». Va da sé che un discorso che procede per immagini e metafore non si presta a nessuna smentita su base argomentativa e razionale. E va da sé anche che non avrebbe alcun senso imputargli delle contraddizioni logiche. D’altra parte come si può discutere con qualcuno che invece di dirti che una parola “rivela un significato” ti dice che lo “ri-vela”!? Che senso ha quel trattino? Cosa vuole mai suggerirci il filosofo spezzando arbitrariamente quel termine? Vuol forse dire che il termine ritorna a velare il significato prima svelato? Vuol dire cioè che lo vela due volte? Ma questo cozzerebbe con il senso effettivo della parola. E dunque? In definitiva serve solo a indicarci che si tratta di un discorso che si sottrae ai comuni obblighi del discorso comune. E dunque a ogni miserabile obiezione terra-terra, del tipo di quelle che io gli rivolgo.
Per intenderci, Massimo Cacciari è uno che recalcitra a scrivere, mettiamo, prevedere o pervertire o proporre. No, no, ci mancherebbe altro!, scriverà piuttosto pre-vedere, per-vertire e pro-porre. Il che appunto fa sempre un certo effetto. Certo, anche in questo caso sta imitando il suo maestro Heidegger, ma al di là di questo diciamo che così facendo ti lascia intendere che tu non le devi mica prendere e intendere alla maniera di tutti, quelle parole, ma in una qualche altra maniera più essenziale, più speciale, più originaria (anche se poi non si specifica quasi mai di quale altro senso si tratti). Un altro modo per ottenere effetti simili è quello di mettere tra virgolette o in corsivo parole comuni che così assumono un’altra aria, più misteriosa e arcana. L’articolo uscito su Repubblica è pieno di roba così, e si capisce bene che si tratta di un tic, di una compulsione nevrotica; per esempio: «allorché il “nuovo” deve “giustificarsi” non può che “ri-convertirsi”, se non altro per spiegare da che cosa intende “secedere”». Si noti en passant l’inutile latinismo. Certo, Cacciari avrebbe potuto scrivere “separarsi” da qualcosa o qualcuno. Ma vuoi mettere secedere!? Cacciari come al solito stabilisce qui una regola universale: «allorché una certa cosa accade non può che accadere nel modo che vi dico». Il sottinteso di questa come di quasi tutte le sue proposizioni è che solo uno stupido non si accorge di tale plateale evidenza. Si tratta di ricatti e quasi mai di argomentazioni avanzate come problematiche e da discutere. Ma in realtà se poi ci si riflette un poco non è affatto detto che il nuovo (perché tra virgolette?) allorché si giustifica (perché tra virgolette?) deve sempre riconvertirsi (perché tra virgolette e perché spezzata?). Uno vorrebbe replicare a Cacciari e chiedergli: ma chi l’ha detto, quali precedenti storici hai in mente per dire questo? E anzi si vorrebbe chiedergli: ma poi tu cosa intendi esattamente qui con l’espressione ri-convertirsi? Ma tant’è, normalmente uno che legge Cacciari non esamina neanche il significato della frase perché a quanto pare nessuna parola è usata nel suo senso comune ma appunto sempre in un altro senso. Qualunque esso sia. E perciò non è come quando discuti il testo di qualcuno che usa le parole nella loro accezione standard e caso mai avverte poi il suo lettore che in alcuni casi e per certe ragioni dà loro un significato poco o tanto diverso da quello comune. In passi come questo siamo ai limiti dell’autoparodia. Ma è ovvio che Massimo Cacciari si prende sul serissimo e che moltissimi lo fanno allorché lo leggono. Considerate appunto ancora il pezzo che è uscito su Repubblica. Repubblica è un giornale che ha una vasta utenza e ci si aspetta che se la redazione pubblica un pezzo come questo ritenga che esso abbia un qualche valore informativo, comunicativo, divulgativo, che possa contribuire al cosiddetto dibattito intellettuale e politico generale. Che è invece proprio quello che non accade. Partiamo dal titolo, ebbene è il seguente: Senza padri non si fa rivoluzione. E come dicevo è tratto da un saggio intitolato “Re Lear”: padri, figli, eredi. Dunque si suppone di leggere qualcosa che abbia a che fare con il rapporto tra ribellione e autorità, tra innovazione e tradizione, tra giovani e vecchi. Sì, in effetti si tratta di un tema di interesse generale, un tema che oggi va per la maggiore soprattutto dopo che la questione del Padre è stata popolarizzata da Massimo Recalcati. Ora, Recalcati tende alla semplificazione e ci si aspetterebbe che invece il filosofo “profondo” che è Massimo Cacciari esplori il tema in un modo più originale. Ci si aspetterebbe per esempio che lui ci faccia capire in che senso la figura di Lear possa aiutarci a capire la nostra relazione con il Padre. Tra l’altro Lear è un padre narciso e infantile che pretende una smisurata dedizione da parte delle figlie, e dunque è tutto l’opposto di quell’Ulisse alla cui ricerca è partito l’eroe di Recalcati, Telemaco. Insomma con un titolo così è lecito aspettarsi che il nostro filosofo esplori nuovi aspetti della questione in modo che il buon lettore comune e curioso possa considerare il problema da un diverso punto di vista. Fin da subito però ci si accorge che tali aspettative saranno deluse. Anche se il tono del discorso è come sempre altisonante e perentorio il contenuto si rivela da una parte generico e superficiale e dall’altra impreciso, inaccurato, “buttato lì”. In fondo la sostanza dell’articolo è improntata al buon senso: veniamo infatti messi in guardia contro gli eccessi e gli abusi del nuovo a tutti i costi. Ci viene cioè detto che per quanto rivoluzionari si sia «in tutti i casi, risulta decisivo, imprescindibile il rapporto col “tempo di ieri”»; o anche veniamo avvertiti che «Il nuovo si costruisce sempre con i mattoni della storia». E con che altro verrebbe da dire? E comunque sia sì, Cacciari ha ragione: è consigliabile dialogare con il passato, con i padri e con gli avi, anche se e quando vogliamo cambiare il mondo. Se il discorso si fermasse qui sarebbe appunto scontato ma in definitiva innocuo, sarebbe filosofia a buon mercato, come se ne fa tanta sui media. Il punto è che poi a partire da questo assunto generico il filosofo vorrebbe convincerci che sempre e comunque le vere rivoluzioni, le vere innovazioni sono di fatto dei ritorni al passato, all’antico, alla tradizione. Ci si aspetterebbe che un assunto così assoluto e stupefacente venga in qualche modo dimostrato e invece troviamo solo una serie di frasi ad effetto. Lo si capisce fin dalle prime battute dell’articolo che sono queste:

Rammentare ancora una volta che nel termine rivoluzione suona l’idea di una restauratio magna di un passato, che si immagina poter costituire la solida terra su cui procedere ancora non sembra che vano esercizio filologico. La novitas, il desiderio di res novae e verba nova, al di là di ogni “ripetizione” pervade la nostra cultura. Infuturarsi ecco l’imperativo!

Allora, quel che vuol dire Cacciari è che siamo ossessionati dal nuovo e che bisognerebbe tenere presente che “rivoluzione” etimologicamente significa rivolgimento, ritorno al principio (sul modello delle orbite dei pianeti). Fermiamoci un attimo: è sempre il solito gioco, prendi una parola, stabilisci una etimologia più o meno accurata di essa, e poi ricavane la conseguenza che il significato (presunto) originario di essa ne costituisce il senso “vero”. Ma come dicevo queste deduzioni sono indebite: il significato di una parola o di un concetto non è dato dalla sua origine ma dalla sua evoluzione, dall’uso che una comunità ne fa nel tempo. Se in effetti “rivoluzione” significava originariamente ritorno al punto di partenza poi ha sempre più significato rottura, strappo con il passato, nuovo inizio, ecc. Che senso ha allora riportarsi alle origini per comprendere cosa significa quel concetto nella modernità? Poi ritornerò su questo punto, ma per ora insisto ancora sullo stile di Cacciari come emblematico di un costume intellettuale diffuso. Come dicevo, il pezzetto appena citato, suonerebbe fin da subito generico, se non fosse che Cacciari invece di dire che i moderni sono ossessionati dal “nuovo” non scrivesse che sono ossessionati dalla novitas e anzi dal desiderio di res novae e verba nova. Non ci guadagna niente ad adoperare quelle espressioni latine, se non che fanno più colpo, impressionano. In questo lui è simile a quelli che potrebbero usare un temine italiano e invece, per sentirsi più ganzi, usano un anglismo. Per esempio, avrebbe certo potuto dire che rivoluzione originariamente significava “ritorno al principio” ma vuoi mettere scrivere invece restauratio magna? Dicasi lo stesso per quel grandioso «infuturarsi» seguito da punto esclamativo. Avrebbe potuto dire che l’imperativo è quello di innovare a tutti i costi ma appunto: vuoi mettere infuturarsi? Soffermiamoci però su questa ultima espressione: infuturarsi! Lasciamo da parte l’enfasi e chiediamoci seriamente: è sensato dire che gli uomini oggi tendono a infuturarsi? C’è davvero da dubitarne, secondo me. L’uomo contemporaneo non tende affatto a infuturarsi ma semmai più prosaicamente a superare quanto ieri teneva il campo come l’ultima novità, l’ultima moda, ecc. Basta considerare la pubblicità: l’invito non è certo quello di infuturarsi ma semmai di essere sempre up to date a tutti i costi. Il ragazzo che smania per adottare l’ultimo modello di iPad o di smart phone è certamente ossessionato dalla novitas ma non intende affatto infuturarsi. Non è mica una questione di lana caprina, è la questione decisiva allorché ci si confronta con la logica del nuovo in Occidente. L’ossessione del nuovo sta più che mai sotto il segno del presente, non del futuro. Qualunque pensatore che un poco ci rifletta seriamente non potrà non porsi questa questione, a meno che non si lasci sedurre dalla sonorità di certe espressioni. Dunque Cacciari ha ragione ad evocare la questione del padre come decisiva se si vuole comprendere la nostra smania di novità, perché in effetti da sempre i padri sono i custodi della tradizione che hanno il compito di mediare ai figli. Qualcosa è accaduto però, e non da ieri, che ha incrinato, nel bene come nel male, questo rapporto. Sarebbe stato bello che il nostro filosofo avesse affrontato questa questione. Ma allora dovrebbe fare almeno un poco i conti con il complesso edipico, inteso come struttura antropologica ancor più che psicologica. Se lo avesse fatto seriamente allora si sarebbe reso conto che è come se da qualche tempo vivessimo tutti in un regime di Edipo accelerato, dove appunto i figli si preoccupano sempre meno di ereditare dai padri (per secoli l’Edipo ha funzionato così), e sempre più aspirano a toglierli di mezzo, a liberarsi di loro. Come si fa a voler parlare di come è cambiato il rapporto tra padri e figli se non si tiene nessun conto di questo fondamentale concetto freudiano? Va da sé però che questo concetto è troppo umile e scientifico perché un filosofo ispirato e oracolare come Cacciari possa degnarsi di farne uso. Al suo posto, come vedremo, troviamo concetti ben più sublimi, quasi tutti di ascendenza religiosa, come per esempio quello di conversio (che certo sta per conversione ma appunto vuoi mettere il latino…?). Come vedremo infatti per Cacciari non si dà rivoluzione (vera) che non sia conversione. È una delle tipiche asserzioni perentorie e indimostrabili di cui il nostro è specialista, ma lasciamo perdere questo punto, e soffermiamoci sul suo disprezzo (anche questa una eredità di padre-Heidegger) verso i concetti di tipo razionale, come è appunto il complesso edipico. Va bene ammettiamolo c’è chi li semplifica troppo questi concetti, come per esempio fa Recalcati, ma questo secondo me non autorizza chi vuole interrogarsi sulla questione dell’eredità culturale a ignorarli totalmente. E non ci si può certo accontentare in cambio di frasi ad effetto come quella con cui si chiude l’articolo: «L’innovatore di oggi è l’innocente che si erge a modello dell’ “ordine nuovo”, figura futuri». Dio mio, ma perché adoperare sempre questi paroloni? Per dire cosa poi? Prendiamo l’espressione figura futuri!? Anche questa è presa dal linguaggio teologico e va da sé che fa la sua bella … figura, il fatto è però che non ci spiega un bel niente. Nel linguaggio teologico medioevale per esempio Adamo è «figura futuri» perché prefigura Cristo. Ma qui chi o cosa prefigura il modernizzatore coatto che Cacciari ha in mente? A quanto pare un ordine nuovo!? Per quanto Cacciari provveda a mettere le solite deresponsabilizzanti virgolette, non si capisce quale ordine nuovo gli innovatori prefigurerebbero. Nel pensiero religioso medioevale il senso del futuro teleologico era forte, così come era forte in certe ideologie politiche ottocentesche, ma è proprio quel che manca al nostro tempo che semmai vive nell’eterno presente. Che non si infutura ma semmai si impresenta. Ma non voglio discutere con Cacciari, la cui postura di filosofo non è certo quella di uno che discute con qualcuno, ma quella di chi proclama inoppugnabili verità. Non pretendo dunque di “avere ragione”, voglio solo dire che usa espressioni enfatiche, suggestive che sembrano alludere a chissà che profondità e invece sono quasi sempre poco perspicue, poco meditate. Molti sono inevitabilmente impressionati per non dire soggiogati da questa retorica e insomma non vanno a “vedere le carte” che ha realmente in mano Cacciari, si fidano, ipotizzano che sappia il fatto suo. Se lo dice lui… Ma sbagliano, come sempre sbagliamo allorché ci facciamo incantare da discorsi reboanti di cui però ci sfuggono i nessi logici. E questo se volete è molto italiano. In un contesto anglosassone uno come Cacciari sarebbe guardato con sospetto, ma in Italia dove da sempre si dimostra reverenza per chiunque “parli bene”, e cioè in modo ampolloso, questo stile impressiona e paralizza le facoltà critiche. Va da sé invece che davanti a questi discorsi è buona regola diffidare e chiedere conto di ogni parola.

Ma datemi ancora qualche minuto e prendiamo la frase che viene subito dopo, là dove il nostro filosofo butta lì degli esempi di figli che, in controtendenza rispetto al main stream contemporaneo, si rapporterebbero in modo giusto ai padri, non sarebbero ossessionati dalle res novae e dal desiderio di infuturarsi. Ecco allora cosa ci propone:

…E poi: I plebei romani, nelle loro secessiones sapevano bene chi fossero i “padri” (i patrizi). Quale figlio oggi smanioso di “innovare” conosce i propri padri? Quale pretendente parricida partecipa oggi così intimamente come Bruto alla vita del suo Cesare? Ma il padre sopravvive sempre se non lo uccidi in te.

Io non so voi, ma a me sembra un discorso sconclusionato, senza capo né coda. Si richiamano esempi illustri e si emettono sentenze inappellabili ma non si capisce mica di cosa esattamente si stia parlando. Uno poteva ragionevolmente aspettarsi che il filosofo avrebbe portato il caso di un figlio, di un giovane, di un innovatore che si è confrontato con il passato, con la tradizione, con l’autorità paterna, e invece dal cilindro del cappello salta fuori … la lotta tra i patrizi e i plebei! Cosa diavolo c’entrano con la questione della relazione attuale tra padri e figli le lotte tra i plebei e i patrizi romani? A quanto pare il nesso è ancora presuntamente etimologico. Patrizi infatti secondo Cacciari significa padri. Ne deriva che i plebei svolgono la parte dei figli. Ora, trascuriamo che quell’etimologia non è affatto sicura, e che anzi è più probabile che patrizi non significhi padri bensì figli, e cioè figli di patres legittimi, e insomma uomini dagli illustri natali. Sappiamo che i filosofi alla Cacciari e alla Severino si infastidiscono davanti a simili precisazioni, resta però che non si capisce davvero la pertinenza e la pregnanza di questo esempio. La lotta tra patrizi e plebei non era una lotta tra patres et filii bensì una lotta politica tra classi sociali avverse. Men che meno si può dire che i plebei aspiravano ad una restauratio magna. Ci si aspetta lumi dall’esempio successivo ma è peggio che andar di notte. Il modello che infatti Cacciari propone ai figli di oggi che senza conoscere i loro padri vogliono però “innovare” (va da sé tra virgolette) è quello sorprendente di Marco Giunio Bruto! Lui sì infatti, diversamente da quelli dei nostri tempi, è un parricida rispettabile perché avrebbe avuto il merito di «aver partecipato intimamente alla vita di Cesare», prima di farlo fuori. Ora è evidentemente che Cacciari ha in mente una tradizione leggendaria secondo cui Bruto era figlio (adottivo o naturale) di Cesare: “tu quoque, Brute, fili mi”… Ma basterebbe consultare anche solo Wikipedia per sapere che si tratta di una bufala! E di quale «intimità» poi va parlando Cacciari?! Quali fonti ha consultato? Non ci fu nessuna intimità tra i due, bensì una lunga e serrata lotta politica, finita con la congiura e la morte di Cesare. Insomma, Bruto non era un parricida, bensì un repubblicano tirannicida e il suo gesto va inquadrato dentro le lotte politiche dell’epoca e non certo dentro dinamiche esistenziali e psicologiche quali la parola “intimità” lascia supporre.
A questo punto qualcuno potrebbe interrompermi e dire che Cacciari è un filosofo che si occupa di questioni generali e fondamentali mica di banali dati storici, e che è meschino da parte mia segnargli con la matita rossa quelle che sono solo suggestioni. Ma io invece credo che non ci si possa permettere di evocare a capocchia nomi e fatti storici pretendendo che essi supportino le tue tesi. Comunque, anche a voler passargli per buoni questi suoi sconclusionati esempi storici, perché poi Cacciari tira quelle sue apodittiche conclusioni: «Ma il padre sopravvive sempre se non lo uccidi in te.»?Non si vede quale sia il nesso. Certo, anche qui lui sfiora una verità che Freud ha enunciato in modo ancora insuperato, secondo cui il Padre non è una realtà fisica che si può togliere di mezzo, bensì una realtà e anzi una funzione simbolica ineliminabile. Freud dedica a questo fenomeno pagine memorabili che ci dimostrano che il rischio allorché si vuole abolire la legge del padre è che essa si imponga a noi dall’interno invece che dall’esterno, e in modi anche più perversi e totalitari. Bene avrebbe fatto Cacciari a leggere quelle pagine e meditarle a lungo e piano. Tutto il suo discorso circa la necessità propria di qualunque impresa rivoluzionaria di fare i conti con questo padre interno ne avrebbe tratto grande giovamento. Accade invece che si accontenta di buttare lì quella frase sibillina e del tutto irrelata con il resto, senza provare ad articolarne meglio il senso. E tra l’altro appunto il padre dentro di te, checché lui ne pensi, non puoi ucciderlo mai, ti resta comunque dentro, ti diventa una realtà psichica con cui devi fare i conti tutta la vita. Ma si sa qualunque spiegazione di tipo psicologico, storico e razionale minaccerebbe l’assunto secondo cui ogni rivoluzione è in definitiva conversione, religiosamente intesa.
E ancora sento una vocina fastidiosa che mi dice: uffa! ma come sei tignoso, come stai a guardare il pelo nell’uovo, come sei pedante. Lui è un filosofo mica sta facendo un tema in classe. Parla per suggestioni, per scorci, per immagini. Può darsi, ma io credo che ci dobbiamo tutti sforzare di articolare pensieri chiari, perspicui, ragionamenti ben costruiti. Penso che lo dobbiamo fare soprattutto quando scriviamo, pubblichiamo, parliamo in pubblico, quando insomma ci prendiamo la responsabilità di rivolgerci agli altri da una posizione magistrale. Lo dobbiamo ai giovani soprattutto che potrebbero pensare leggendo Cacciari che è così che si scrive, che un filosofo può permettersi di parlare di tutto senza prendersi la briga di essere accurato e misurato nelle sue enunciazioni. E badate bene: non sto dicendo che Cacciari sia un imbroglione. No, Massimo Cacciari crede, assolutamente crede di essere Massimo Cacciari. Questo è il problema. Crede cioè alle sue frasi, se ne fa incantare lui stesso, e solo così incanta noi. Lui per così dire è un filosofo a piede libero, che non si sente obbligato per esempio se parla del Re Lear o di qualunque altra questione specifica a perdere ore, giorni, settimane, mesi a consultare una bibliografia specialistica. Come facciamo noi. Avendo in mano grandi concetti passe-partout si sente davvero autorizzato a parlare di tutto senza perdere troppo tempo a consultare le scartoffie che hanno prodotto gli altri.
Sentite ancora come procede una volta andato a capo. A quanto pare è sempre in cerca di esempi di “rivoluzionari” che abbiano il senso della rivoluzione come restauratio e cioè che abbiano un rapporto «imprescindibile» con «il tempo di ieri», e allora chi ti trova? Ecco la risposta:

Nessuno aveva “interiorizzato” storia e ragioni del suo nemico meglio di un Marx e di un Lenin.

Dopo i plebei, dopo Bruto, entrano in scena Marx e Lenin! Ma perché vengono tirati in ballo? Perché avevano «”interiorizzato” la storia e le ragioni del nemico». Sì certo Marx e Lenin avevano ben presenti (più che averle interiorizzate) le ragioni storiche per cui la classe borghese si era affermata. Ma questo che significa nell’economia di un discorso avverso alle cattive rivoluzioni e modernizzazioni? Che c’entra con la questione della relazione con il Padre? A me pare che in definitiva Cacciari vuol dirci che per combattere un nemico occorre conoscerlo. È una ovvietà ed è anch’essa condivisibile, ma comunque non è pertinente con il tema trattato. Le lotte del proletariato non sono certo tutte descrivibili come lotte contro il Padre e men che meno stanno sotto il segno della conversione o della restauratio magna. Ma continuiamo perché il bello deve ancora venire. Dopo il punto e senza andare a capo, sentite a chi vengono contrapposti i due dioscuri della rivoluzione “buona”…:

Il semplice rottamatore finisce inevitabilmente sepolto sotto le macerie che la storia, o la fortuna, produce per conto suo. Chi “rottama” e basta (rex destruens) non fa politica ma si limita ad anticipare l’opera del tempus edax.

Insomma, l’obiettivo polemico in questo discorso apparentemente ispirato dal Lear shakespeariano e pieno di riferimenti a San Paolo, Agostino, Machiavelli, è Renzi, il rottamatore per eccellenza! Ora a me Renzi non sta simpatico, ed è anche vero che poi è rimasto sepolto sotto le macerie, ma insomma trovo davvero comico tutto questo dispiego di riferimenti pomposi per andare a parare ad una critica a…Renzi! E anzi non solo a Renzi ma a tutti coloro che rottamano (ovviamente tra virgolette), come se esistesse una categoria di gente così. Viene anzi stabilita una regola assoluta, «imprescindibile», la seguente: tutti i rottamatori finiscono «inevitabilmente» sepolti sotto le macerie. A parte che non si capisce a quali altri rottamatori pensi Cacciari, direi che soprattutto non si spiega perché essi debbano «inevitabilmente» finire sempre in quel modo, per quale necessità storica. Si trascura questo punto essenziale ma in compenso si precisa un altro punto del tutto inessenziale: che le macerie che la storia (o la fortuna!) produce, le produce «per conto suo». Che vuol dire che la storia produce macerie «per conto suo»? Non capisco. Ma poi ditemi: è o non è involontariamente comica la traduzione tra parentesi della parola rottamatore con rex destruens!? Siamo ancora dalle parti del latinorum di Don Abbondio, come dimostra poi quel tempus edax, degno di un vecchio principe del foro che voglia impressionare la giuria. Del rottamatore prima viene detto che cade sotto le macerie che la storia (o magari la fortuna) producono per conto loro, ma poi si dice che operando così non fa altro che anticipare quel che (per conto suo) farebbe il tempus edax (trascurando che il tempus edax è tutt’altra cosa dalla storia e dalla fortuna…). Ma appunto sto spaccando il capello e adesso mi fermo. Qual è la morale finale da trarre da tutto questo grande parlare à bâtons rompus: appunto, che i soli veri rivoluzionari sono quelli che si muovono nel solco del passato, della tradizione. Anche qui non è che Cacciari cerchi di dimostrare nulla, si limita ad emettere sentenze incontrovertibili e per esempio a dire che «gli autentici rivoluzionari» sono quelli che «fanno maturare il nuovo regime dall’interno delle forme politiche tradizionali»; oppure dice che «Compiere ciò che la tradizione esige […] è proprio dei grandi innovatori»; oppure dice che «ogni concepibile innovazione presuppone un “ritorno”»; oppure dice che «rivoluzione per eccellenza è la conversio, il ritorno a sé, nella propria anima», sul modello delle conversioni di Paolo e Agostino. Ancora una volta queste verità sono date come assolute, scontate ma chiedo, umilmente chiedo: siamo proprio sicuri che tutte le «autentiche» rivoluzioni sia politiche che intellettuali siano avvenute secondo questa logica di ritorno, di restaurazione, di conversione? La rivoluzione francese, quella russa, ecc. sono avvenute obbedendo a queste dinamiche? La grande rivoluzione spirituale cristiana che rovesciò la civiltà pagana antica è avvenuta secondo queste modalità? La rivoluzione copernicana, quella darwiniana, quella freudiana corrispondono davvero a dei “ritorni” al passato? Va da sé che no, ma va da sé che simili obiezioni sono troppo terra-terra e lascerebbero del tutto indifferente un filosofo che vola tanto in alto.

Eppure, ci tengo, non vorrei che si credesse che volevo fare della facile ironia su Cacciari. Qualcosa del genere per esempio ha fatto Alfonso Berardinelli: «Come icona e parodia dell’intelligenza ha raggiunto la perfezione. A settant’anni ha una bellissima capigliatura nera e soprattutto una barba da filosofo greco sempre ugualmente nera da quarant’anni, che funziona da maschera ecc. ecc.». No, così no, così mai, questa non è una critica intellettualmente onesta. Qualunque critica deve comunque rispettare il criticato e portare ragioni, argomenti. Io davvero rispetto Cacciari, e davvero lo prendo sul serio, e proprio perché lo prendo sul serio e ho provato a capirlo dico che, secondo me, non va bene, che dietro tutte queste parole non c’è un pensiero preciso e articolato con cui valga la pena misurarsi. Penso anzi si possa applicare a lui un epigramma coniato per altri: «dietro colossali fumi/ minimali arrosti». Tra l’altro questa modalità di scrittura pretenziosa cozza con il Cacciari politico, che si dà sì un sacco di arie, che pretende sì di capire tutto, che crede sì di avere sempre ragione anche quando sostiene idee diverse da un giorno all’altro, ma che insomma è chiaro e icastico nell’esprimere le sue opinioni. Quando si mette a filosofeggiare invece è un disastro di vacuità e genericità. Ma allora perché c’è un sacco di gente che lo legge e che lo ritiene addirittura un maestro di pensiero? Ho per esempio amici bravissimi che quando parlano e scrivono mirano appunto ad essere chiari e puntuali e che però si fanno incantare da Massimo Cacciari. Come mai? Va bene, lasciamo perdere che chi pensa così avrà le sue buone ragioni per pensarlo e ragioni ancora migliori per pensare che io invece di filosofia non ne capisco un gran che (il che è vero), e dunque dovrei tacere. Comunque sia, prendiamo per buono il mio assunto per un momento: che i suoi siano esercizi di stile sul tutto e sul nulla, e chiediamoci: e allora perché in tanti prendono sul serio uno così? Ebbene, io penso che la ragione vera del successo di uno come Massimo Cacciari come di altri filosofi e guru intellettuali presunti oscuri sia appunto il loro linguaggio oracolare e cioè inverificabile. Un linguaggio che non si propone mai come oggettivo, razionale, chiaro, mirato allo scopo, ponderato in tutte le sue parti, ma piuttosto come suggestivo, immaginoso, poetico, allusivo, ecc. E con tutto ciò impositivo, carismatico, autoritario: le cose stanno sempre come dice il maestro. E infatti il tono e direi quasi il gesto è quello di un profeta e mai quello di un filosofo ragionante (e anche qui il modello per eccellenza è Heidegger, anche se naturalmente Heidegger ha comunque un’altra stazza intellettuale). Gli esempi che potrei fare sono tantissimi ne faccio ancora uno tratto da quel saggio che Cacciari ha dedicato alla polemica tra Simmaco e Ambrogio. Ebbene dopo aver smontato apoditticamente e semplicisticamente le pretese universalistiche di chi perora la causa della tolleranza («Tolleranza non è una virtù, è uno strumento politico. Sancisce una relazione di potere, un rapporto di supremazia tra chi tollera e chi è tollerato ecc. ecc.»), e dopo essersi posto il problema di cosa proporre allora in sostituzione a essa, ecco come risponde: si tratterebbe a quanto pare di «far valere un diverso significato del nostro termine». E ciò lo si può fare «solo nell’ambito di una filosofia o di un’etica filosofica che ripensi alla radice i termini di amicizia, ospitalità, i nessi tra hospes e hostis, tra dinamica del dono e del per-dono». Ancora una volta dunque la risposta ad una domanda tanto cruciale va cercata nell’etimologia. Si tratta infatti di ascoltare questi «timbri» inediti della parola tolleranza, che pur non essendo «risuonati nella sua ormai secolare tradizione […] vivono nel suo etymon». È il solito giochetto para-etimologico, ma tiremm innanz e vediamo meglio che cosa si tratta allora di fare: «In tolerare puoi avvertire il timbro dell’onus che cerca di tirarti giù, di prostrarti, e di cui è impossibile non cercare di liberarsi, ma anche quello del tollere come portare in alto, innalzare; puoi avvertire il labor del telamon…». Puoi avvertire il labor del telamon…? Certo, la tentazione di consultare il dizionario per farmi un’idea di che diavolo significhi questa espressione c’è ma resisto ad essa, e continuo a leggere una scrittura che improvvisamente si fa poetica oltre che etimologica, anzi si fa ditirambica. Dunque allora non solo «tu puoi avvertire il labor del telamon

… ma anche la gioia del poter esprimere, manifestare, rivelare ciò che ti opprimeva. Ecco, le contraddizioni e i dissidi che ti pesavano, e che potevi soltanto sperare di sostenere, con sofferente pazienza, ora le levi su, le riponi in alto, sopra te stesso, sopra ogni tuo individuo interesse e ogni philopsychia. Le manifesti non le occulti, non le dissimuli; le esprimi come il tuo proprio, ciò che vuoi far vedere chiaramente, ciò che vuoi palesare.»

Non riesco davvero a comprendere cosa si tratti di fare davvero e non mi aiuta certo quel che immediatamente segue: «…ma recare in alto il conflitto, e così tollerarlo, significa riconoscerlo come contra-dizione, sistole-diastole del tolerans stesso, dia-logo in lui. Ciascun agonista è necessario perché ciascuno possa indagare su se stesso, poiché ciascuno esprime da sé la contra-dizione che lo abita e la mostra in alto, come ciò che per lui ha valore, come ciò del cui valore egli è convinto». Ora, ancora una volta si potrebbe pensare che io stia facendo un pastiche di Cacciari, che questo non sia Cacciari ma Woody Allen che fa il verso a qualche sproloquio intellettualistico newyorkese, invece no, sta scritto così, che ognuno di noi deve «mostrare in alto» la «contra-dizione» (in corsivo e con l’immancabile trattino nel mezzo) che «lo abita», e che questo ci libererebbe dalle contraddizioni (che non sono le contra-dizioni!) della cattiva tolleranza, cioè quella che si fa «tirare giù» dai pesi del solito onus. A me pare un guazzabuglio e però sono convinto che molti, soprattutto giovani, resteranno impressionati da questa eloquenza, e anche se magari non avranno capito penseranno che c’è in quelle parole qualcosa di profondo, su cui meditare.
Concludendo: ci sono filosofi anche difficili che si leggono con piacere e profitto anche quando fanno ragionamenti complessi, anche quando tu non arrivi a capirli del tutto, e questo accade perché senti che stanno davvero provando ad articolare il loro pensiero, che ce la stanno mettendo tutta, ma proprio tutta per andare a fondo di una questione spinosa, per cercare una loro possibile verità che vogliono condividere e discutere seriamente con altri. Ci sono, eccome. E’ questo per esempio che mi piace in Wittgenstein: non sempre lo capisco fino in fondo, ma insomma sento appunto che è onesto, che le difficoltà della sua scrittura corrispondono alle difficoltà dei problemi che affronta. Wittgenstein per esempio ce l’aveva con Russell perché Russell, secondo lui, tendeva a semplificare le questioni, a banalizzarle. Sento insomma che Wittgenstein dubita, che si pone domande, che si autocorregge continuamente. Ci sono d’altra parte anche filosofi o più in generale pensatori che fanno come Cacciari, e cioè che non ragionano o discutono come ci hanno insegnato a fare i grandi maestri dell’illuminismo, che non si sottopongono all’onere dell’argomentazione, della prova, della discussione razionale. Enunciano delle verità non problematiche, non falsificabili. E però apodittiche, assolute, da prendere o lasciare. Ecco, io credo che davanti a questi discorsi (che li faccia Cacciari o chiunque altro) occorre reagire ogni volta nel modo più umile e serio, e cioè prima di tutto cercando di capire e poi, là dove non ci riusciamo, ponendo in questione quelle enunciazioni, chiedendo umilmente ma fermamente conto del significato di esse. Dicendo: no scusa, non ho capito cosa vuoi dire e quale sia la tesi che sostieni. Puoi, vuoi spiegarti, farmi capire, convincermi, vuoi renderti responsabile di ognuna delle tue affermazioni, portare delle prove, argomentare meglio ecc.? Non capire, dire che non si è capito, allorché si è autenticamente intenzionati a capire, è una attitudine coraggiosa e da coltivare. Certo si corre sempre il rischio di fare la figura dello zuccone che non vede l’accecante verità della verità che è stata appena proclamata con tanta enfasi, ma vale la pena correre questo rischio. Nessun pensatore o filosofo per quanto si senta portatore di verità ultime o prime deve sentirsi al riparo dalle domande di chi non ha capito e pretende di capire, nessun discorso per quanto suggestivo e carismatico deve toglierci la possibilità, il diritto, la voglia di alzare la mano dal fondo della classe e dire: “scusa ma non ho mica capito sai, magari è colpa mia ma vorrei che tu ti spiegassi meglio. Lo puoi fare? lo sai fare?…”

© Stefano Brugnolo

2 comments

    1. Caspita, che contributo decisivo alla discussione! È l’unica cosa che ha notato, Signor Falcone? Se è il solo aspetto che l’ha colpita, significa che per lei scrivere un articolo così brillante, informato e proficuo per chi legge sia ordinaria amministrazione. Ne aspettiamo uno sulla posta redazionale con ansia.

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