Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa.
Il piccione senza zampe gli camminava attorno ai piedi, con quel suo modo così immotivato di far basculare la testa a ogni movimento. Lo conosceva per averlo visto più volte: senza zampette, camminava tutto equilibrato sul suo paio di moncherini, incespicando solo qui e lì nelle fughe dei sanpietrini e ben attento a non incastrarsi nelle grate.
«Voglio scrivere un racconto su di te», disse, «perché ho bisogno di scrivere un racconto e sono certo che tu sai insegnarmi qualcosa.»
Così poggiò il quaderno sul tavolo, lasciando abbastanza spazio per il caffè e il cornetto in arrivo, e si mise a prendere appunti.
Pensò a una storia di formazione. Ragazzi in pantaloncini, un ponte di periferia, muri scrostati con scritte fatte con la bomboletta rossa. Forse sono gli anni settanta, è una giornata di sole. Hanno catturato un piccione, lo tengono a testa in giù come le loro nonne fanno con le galline. Lanciano, a tratti, piccoli urli da indiani. Finché lui, che ha un livido sul braccio e lo sguardo da piccolo adulto, dice che ha un’idea, e prende il taglierino.
Escluse quest’idea. Troppo cruda, non gliel’avrebbero accettata in redazione. Cancellò le poche righe che aveva scritto e si mise di nuovo a pensare.
«Caffè e frutti di bosco?», disse il cameriere con il vassoio.
«Grazie.»
Poteva essere una storia per bambini. Una famiglia di piccioni, da generazioni, ha le zampette monche e cammina sui suoi piccoli moncherini. È la famiglia dei Piccioni Moncherini. Sono tanto tristi, ma il più piccolo di loro non lo è, perché vuole far parte di un circo. Grazie ai suoi moncherini, il pulcino potrebbe portare i trampoli, e realizzare il suo sogno.
Guardò il piccione che gli zampettava ancora attorno.
«Non scriverò la storia del Pulcino Moncherino, sappilo.»
Il piccione tese solo il collo, guardandolo con interesse.
Poi pensò che avrebbe potuto scrivere un racconto sullo sport. Non l’aveva mai fatto. Ma poteva scrivere un racconto su un piccione che è l’idolo del volo, e vince ogni gara, perché le sue zampe senza protuberanze gli permettono di essere aerodinamico. Il piccione parla al suo pubblico solo attraverso gli agenti, e vive una vita privata all’insegna della droga e delle sregolatezze.
Guardò il piccione. Forse non era il giorno adatto per scrivere un racconto. Prese qualche briciola dal suo cornetto e la fece cadere ai suoi piedi.
Fu allora che il piccione afferrò il cibo e volò via, volò via davvero come un unico guizzo di verde e di massa e di luce come si dice sia l’istante in cui inizia il cammino verso l’oro alchemicale. L’uomo riuscì a guardarlo solo con la coda dell’occhio, perché il suo corpo era ancora piegato a lasciar cadere le briciole, ma sentì accapponare la pelle delle braccia per l’improvvisa meraviglia di quel volo e per la perfezione con cui il sole aveva giocato con la superficie delle piume. Ecco, avrebbe voluto dire solo quello, quello soltanto. Un racconto che fosse in grado di far vedere la febbre di quel battito d’ali, che contenesse la sincronia e la gratuita gioia di quei millenni di evoluzione. Come il meccanismo perfetto di quel volo avesse incontrato, nel gioco casuale di un sabato speso a prendere un cornetto, l’esatta traiettoria del sole di novembre, tanto che quell’attimo così minimo gridava: bello, è bello il mondo. Avrebbe voluto dirlo in un paragrafo, in una frase, in una parola soltanto che distillasse tutta quella bellezza, e pensò che era così che quello che non ha un nome è improvvisamente battezzato.
Bevve il caffè e mangiò il cornetto, poi fumò una sigaretta o due, ma non scrisse niente, perché era troppo quello che aveva visto, per quanto fosse solo il volo di un piccione. Aveva troppo su cui riflettere – la grazia del mondo, l’arcano della scrittura – e troppo di cui addestrarsi, e sarebbe tornato a casa, intanto, e si sarebbe riposato, poi avrebbe provato a scrivere come si alza un rogo dal nulla a un certo punto della notte.

© Giovanna Amato

 

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