Giorno: 12 marzo 2019

Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa. (altro…)

Riletti per voi #19: Clery Celeste, La traccia delle vene (Nota di Luca Cenacchi)

Clery Celeste, La traccia delle vene, LietoColle

 

La struttura del libro è piuttosto semplice, come del resto diretto è lo stile di Celeste: una progressione di episodi senza una struttura narrativa, organizzati per micro-temi. Questo libro non è tuttavia piano. Ciò è in parte dovuto al suo statuto di opera prima, la quale, in molti casi, tende a saldare fra sé momenti cronologici molto distanti; non è piano perché la Celeste compie un gioco di sguardi che parte dall’interno, dall’esperienza personale, dunque, per andare progressivamente all’esterno come se oscillasse, innestando gradualmente nella compagine linguistica tecnicismi che culminano nelle poesie dedicate alla natura, che viene declinata nelle sue varie forme.
Seppur molti abbiano messo l’enfasi sull’esperienza dell’ospedale, io credo che quello che in realtà unisce più saldamente i vari momenti di La traccia delle vene sia la sofferenza del soggetto, dell’autrice, che si misura con la contingenza della natura: è questo il reale canovaccio che lega e significa l’ampio spettro preso in esame dalla stessa, mettendo in scena il teatro dell’esistenza sua (amore e affetti), d’altri (l’ospedale e pazienti), e infine d’altro (la natura); e i due estremi di questo spettro sono rappresentati dalle poesia: «il mio è il panico della chiusura», che apre la raccolta, e «sono legata dal batterio che mi abita».
Qualche anima coraggiosa potrebbe dire di vedere l’ombra di certi grandi degli anni ’60 (penserà alla generazione di Sereni), filtrata magari dall’esperienza di Simoncelli e della generazione anni ’70. Ma ciò che rimane di questi più che marcatori d’identità sono i moduli tecnici utilizzati, senza che possano definire una “parentela”; come ad esempio può essere l’autobiografismo, con la centralità del soggetto e della esperienza personale, e la compagine linguistica, in certi casi appianata, che ne deriva, prescindendo così in modo sostanziale da quella che era l’anima della cultura di quegli autori e che successivamente è stata tale anche per quanti hanno voluto ereditarla (Sissa, Bertoni, Dàvoli, solo per citarne alcuni nostrani). (altro…)