Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie

Laura Corraducci, Il Canto di Cecilia e altre poesie, Raffaelli Editore 2015

Dopo che “la rivelazione ha serrato i battenti” (Dickinson), quando torna a essere fitto il velo che pure si era squarciato un tempo, cessa allora il canto? Tutt’altro, è la risposta che Laura Corraducci consegna a chi legge e ascolta i testi contenuti in Il Canto di Cecilia e altre poesie. L’urgenza del dire è coniugata all’anelito della rivelazione e queste nozze sono scandite da ritmi che subiscono anche repentine variazioni, sono attraversate da tempi semplici e da tempi composti, alimentano il predicato, nei metri alternati e mescolati, di divari, di strappi, di partenze e di ricongiungimenti. Già il titolo della prima sezione, Il filo attorno al dito, allude al recupero della memoria e al vincolo autoimposto, un pegno-impegno alla ri-composizione, qui intesa nel duplice significato di riaccostare frammenti – perfino brandelli, esito di strappi antichi e recenti, «il canto breve della tua frantumazione» – e di nuova costruzione, di «coniugazione nuova». Operazione, questa, che palesa la necessità di accogliere, facendolo emergere con la parola poetica, un notevole carico di sofferenza. La tessitura poetica enuncia e denuda, denuncia, dunque, strappi, punti di sutura, cicatrici, lente ri-marginazioni, traumi visibili sotto le cuciture, ferite sottocutanee e rammendi: «tre centimetri di pelle ti ho cucito/ alla vita come fossi una cintura/ i punti fissati diritti sulle anche/ tre croci sul tuo Golgota di carne/ […]/ farfalla sciolta in polvere sul muro/ alla morte oggi ruberò le cicatrici» (p. 17). Operazione che contempla, d’altro canto, anche il secondo movimento della ri-composizione, vale a dire, come affermato poc’anzi, la nuova costruzione. Il paradosso è tuttavia sempre in agguato, per così dire dietro l’angolo, ché il barlume di prospettiva nasce anch’esso da una de-composizione, sia pure dalla de-composizione delle tenebre: «ma la paura non ti sarà più madre/ srotolerai la lingua dentro il tempo/ di una coniugazione nuova dove/ il buio si decompone piano e lento/ nel lontano vagito di una speranza» (p. 25). Nomi, terre, orizzonti – cieli e nubi – sono lieviti e termini dell’opera di ricomposizione. Non mi sembra pertanto casuale che i titoli e contenuti delle due sezioni successive, I nomi rimasti e Versi per fari e guardiani, vi facciano riferimento. La seconda sezione, I nomi rimasti, si caratterizza per un ampliamento dell’orizzonte visivo ed esperienziale, verso quello che il punto di vista occidentale chiama solitamente ‘sud del mondo’, per la precisione a Cotonou, in Benin. L’individuazione dei nomi comincia, come avviene per ciascuna sezione, dai riferimenti agli autori dei versi in epigrafe, ma in questa sezione si estende ai nomi di persone ai quali sono dedicati alcuni componimenti, oltre che ai nomi di luogo, evocativi della provincia dell’Italia centro-settentrionale – Busseto, Montefeltro – nella prima sezione, del viaggio in Africa, come si è detto, nella seconda. Nomi di luoghi, nomi di persona fanno brillare anche quel versante dei viaggi che riguarda la consuetudine quotidiana, e per passione, e per professione: in tale ottica va letta, ad esempio, la poesia dedicata a Whitman, «zio Walt», «Capitano», «il poeta di un’America infinita/ che giocava a sentirsi abbandonata». La parola cerca terre su cui approdare, dopo essersi avventurata in acque non sempre limpide, dopo essersi perfino spinta al largo, per dirla con i versi di Jean-Claude Izzo, «loin de tous rivages», lontano da ogni riva. O, ancora meglio, la parola ‘è’ la terra su cui approdare. Il punto di vista si fa prossimo, più accostato all’io lirico, probabilmente per permettere una maggiore messa a fuoco. A un percorso del genere mi sembra possano alludere i titoli delle sezioni quattro e cinque, Nella tasca sinistra e Il sonno della sera. Un possibile accesso alla sesta e conclusiva sezione dell’opera, quella che le conferisce il titolo, Il Canto di Cecilia, è plurisensoriale e ricco di suggestioni derivanti dalla cima della tradizione iconografica legata al martirio di Cecilia: la statua di Maderno che si svela allo sguardo di chi entra nella chiesa di Santa Cecilia in Trastevere a Roma. Suggerisco allora di chiudere gli occhi, concentrarsi su quel volto coperto da un velo scolpito, sulla nuca recisa, sul marmo scuro che racchiude il mistero e, da lì, ascoltare il canto fermo nei versi che hanno trovato, al confine fatale, la forma più nitida e musicale di resistenza: «lei serrava nella gola la vittoria/ strappando al boia la sua voce/ per sciogliersi il cielo nei capelli/ nello sforzo estremo della danza/ e lasciar cadere dalle mani/ tutto il seme aspro dei colori».

© Anna Maria Curci

 

tre centimetri di pelle ti ho cucito
alla vita come fossi una cintura
i punti fissati diritti sulle anche
tre croci sul tuo Golgota di carne
venga il vento
a slegarmi dai tuoi fianchi
venga il fuoco
a bruciarmi dentro un tuono
farfalla sciolta in polvere sul muro
alla morte oggi ruberò le cicatrici

 

“la vita umana è breve ma io vorrei vivere per sempre”
(Yukio Mishima nel suo biglietto d’addio, 25 novembre 1970)

lasciami partire non temere
tornerò con germogli di pioggia
fredda nelle tasche li poseremo
insieme dentro un vaso a primavera
aspettando un vento di tempesta
che arriverà deciso a spettinare
i solchi spessi della terra allora
vedrai gocce cadere dalle crepe
e sangue ai lati della bocca
ma la paura non ti sarà più madre
srotolerai la lingua dentro il tempo
di una coniugazione nuova dove
il buio si decompone piano e lento
nel lontano vagito di una speranza

 

io sono colui che ha un angoscioso desiderio d’amore
(Walt Whitman)

la pietra oggi racconta un’altra storia
del Capitano nei suoi viaggi di profeta
degli oceani prosciugati
dalla sete del suo sogno
del firmamento cucito
ogni notte sulle tempie
il poeta di un’America infinita
che giocava a sentirsi abbandonata
nei suoi versi di spirito e ossessione
non ricorda adesso la sua prostituzione
l’asta degli schiavi sempre aperta
come una meretrice al centro della sala
dove penzola brillante la plastica dai corpi
con la voce delle Muse di Manhattan

tagli ancora lo zio Walt questa sua terra
seccata come tante foglie d’erba sull’asfalto

 

aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
(Paul Celan)

ecco il tempo buono della pesca
arrivare nell’inverno qui sul lago
la neve disegnata in fogli chiari
si accartoccia sui calchi dei fucili
scheletri-quindici-di osso purissimo
seduti al tavolo a decidere
di chili di carne da trattare

l’unghia scorre su numeri e teste
profumo nuovo nei giardini d’Europa
cinque otto dieci quindici mila salire
in quotidiana offerta permanente
gambe braccia tracce di capelli
sospinti nell’aria a liquefarsi
nei cieli sfigurati della storia

vino francese è asperso sull’acqua
il boia delle anime ripulisce la fondina
bicchieri in cristallo di Boemia lanciati
svaniscono nel nero dello stomaco
per tornare vomitati in tanti pezzi
di milioni di occhi senza sogni
sei milioni di sogni senza occhi

 

(dalla sezione Il Canto di Cecilia)

I
lei serrava nella gola la vittoria
strappando al boia la sua voce
per sciogliersi il cielo nei capelli
nello sforzo estremo della danza
e lasciare cadere dalle mani
tutto il seme aspro dei colori

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.