Giorno: 22 febbraio 2019

“Hotel Dieu” di Irene Santori: l’autobiografia degli altri (di S. Piersanti)

«Ma se ti svegli/ e hai ancora paura/ ridammi la mano,/ cosa importa/ se sono caduto,/ se sono lontano?», cantava Fabrizio De André, prigioniero, umanissimo e innamorato in quell’Hotel Supramonte del 1981.
E non meno umana e innamorata, non meno prigioniera, è Irene Santori nel suo Hotel Dieu (Empirìa, 2015, 82 pp., 14 €). Una prigionia, però, che è troppo affine alla libertà per essere sofferta e basta, subita e basta, una prigionia che, in fondo, è quella stessa della vita – della morte: medaglie le cui facce sono sempre interscambiabili, mai distinguibili.
Attingendo alla propria esperienza biografica, carica di date e nomi, d’incontro e di contatto, di facce e di segni tutti umani, la propria esperienza biografica di madre e donna, di amata e d’amante, quindi di figlia e poi di amica, Santori tesse e intaglia frammenti di versi, senza censurare il proprio vissuto e, soprattutto, senza indulgere mai in inutili spiegazioni, falciando via ogni elemento, fosse anche dato “necessario”, che possa indebolire la poesia. Pur lasciando trasparire qui e là l’occasione, ora annotata, esplicita, ora allusa simbolica, Santori si svela e si ri-vela in maniera fulminea, improvvisa, a ogni nuova pagina, costantemente in medias res, senza darci coordinate e senza guida, come se quel vissuto, quel contatto e quell’incontro, quel dolore o quella gioia, quel canto o quell’amplesso, quell’emozione o quel ricordo non possano che essere anche i nostri.

Quartina del giorno prima

bagno le labbra alla tua congiuntiva,
“portala a casa adesso, ciao Gaetano”.
Oh filo d’acqua, fune di saliva,
mio aquilone del mio cuore in mano (p. 59)

Eccolo, dunque, lo specifico stilistico (e linguistico) di Santori: un dettato senza inizio né fine, eterno intermezzo (ogni tanto cadono sulla pagina bianca, o da essa fuoriescono, senza riferimenti e senza esplicite connessioni, alternandosi alle riproduzioni fotografiche delle opere del pittore Vasco Bandini, piccoli sintagmi, lettere clandestine, frantumi di discorso la cui origine, naturale e incomprensibile, ricalca quella stessa della vita), grido o notazione, canto del cigno e al tempo stesso primo vagito. E il poetare si propone allora come un istintivo, ripetuto rimettersi al mondo, ogni volta diverso e però legato a una memoria che più che passato è innanzi-nascita, se le parole hanno la morbida viscosità d’un cordone ombelicale («Semichiusa sulla mia pazienza/ rovesci la lingua nel suo aldilà/ di lemmi morsi// ma io stanotte li ho sentiti/ come acqua uscire dal mio orecchio», p.39), e se l’occhio di Santori, stupito e insieme cosciente, meravigliato e insieme consapevole, sembra fissarsi sulle cose, sui visi, sui corpi e in realtà ne osserva l’ombra e l’impronta, l’odore e la traccia: la scia che chissà da quanto esiste, chissà da dove viene:

Autoritratto

volto della preda
poggiata verso
le scuciture,
mi guardi inetta mandorla
appena prima del sasso

e da lì
a tratti albeggi
mio sogno quadrisillabo,
nonverde
nonvedente
avanticristo (p. 10)

Tutto, così, si tiene, tra scosse e sussulti, frane e ricongiungimenti (della lingua e del pensiero – dell’essere: «a me a me almeno/ almeno un amen,/ una mano lungamente a pelle;/ nome, vena della mia suzione,/ vengo a emmaus da gerusalemme;/ emme enne elle a/ emanuela/ emofilia/ ema a me/ meno/ m/ ale», p.26), in una condizione di costante precarietà che s’affaccia alla mente del lettore talmente, però, famigliare, da risultare in definitiva totale stabilità. Come la Terra ormai spaccata ma che in sé mantiene ancora e ancora i segni della Pangea, Hotel Dieu è così il tutto e le sue parti, linea di confine e continente. Trapasso e nuova vita:

Allora vedo chiaramente,
risalire su dai pozzi le bambine
bruciate vive dai fidanzatini
e scendere per me dal ronzio delle lune
il sovrano imperio dei tafani
che strofinano le zampe seghettate sui portali,
soffiano
e asciugano il colore, soffiano
emanano decreti:
“vietato mettere
le maglie di lana ai defunti…” (Dal greco, p.18)

E se Santori, poi, non ha problemi nel coniugare l’infinitamente complesso (la tradizione biblica: «eis ton/ kolpon Abraam», p.19) e l’infinitamente semplice (il petèl di una bimba: «Àmina mia àmina tanta/ reggi il buio in questa stanza…», p.29; o il rock dei Nirvana: «hello, hello, hello, how low?», p.35), allora si compie sul serio, questo gioco di opposti e di cesure, di sovrapposizioni e identificazioni: una privatissima autobiografia si trasforma nella più pubblica delle dichiarazioni e lei, la poetessa che scandisce “io”, ci si mostra infine per quello che davvero è: una sineddoche dell’intera umanità.
Noi, così, umani di ieri di oggi di domani, di sempre o di mai, ci ritroviamo, al di là del tempo e della storia («mano mano/ nati adulti rientriamo/ nella mona di abramo», da Tutt’uno, p.55), ospiti di questo Hotel Dieu, e non sappiamo come, quando ci siamo entrati, quale stanza occupiamo, se è camera ardente o sala parto, da letto o sagrestia, stanza degli specchi o degli orrori.

E come posso annuisco,
lenta affluente,
mallo che stinge,
a seconda, innocente,
che l’orlo esonda o deglutisce (p. 71)

Ma ormai ci siamo, e ci restiamo, e non possiamo uscire: ogni corridoio porta ancora dentro, ogni pagina è di nuovo ingresso. Soprattutto l’ultima, ché Hotel Dieu inizia davvero, come tutti i grandi libri, quando finiamo di leggerlo.

© Sacha Piersanti

Ostri Ritmi #20: Aleš Debeljak. A cura di Amalia Stulin

Riprende da questa settimana la rubrica Ostri ritmi di Amalia Stulin, per una terza stagione che ci accompagnerà qualche mese ancora alla scoperta di autori legati alla letteratura slovena.

Najemniški vojaki

Umiril se je veter v goricah. Vešča buta ob karbidovko.
Večer slabotno diha. Prošnja, neuslišana, v somrak izgine
ob brezbrižnosti boga. Mi od daleč gledamo, kako se od
pravil in nujnosti tresejo nasledniki mogočnega prestola.

Tu dinastije menjajo se v nedogled. Jug in sever, vzhod,
zahod: zvesto služimo. Slavolok prebodel je oblake. Ni sok
murve, kar lepi nam dlani. Ščite tesno stiskamo. V razkosani
deželi trta čaka neobrezana. Samo ugibamo, kako ji je hudo.

Langobardi, Skiti in vladarji Norika: v imenu tuje zmage smo
odpirali zaklade in lobanje. Za nami so ostale prazne jame.
Zdaj počivamo. Končana je naloga. Začeti znova je težko.

Tudi vid nas pušča na cedilu. Kar sploh lahko ugledamo, je
enostavni red predmetov. A to je malo, manj kot nič. Še
obrazov ne spoznamo, ko včasih luža nam nakloni lastni lik..

Mercenari

Il vento si è calmato tra i vigneti. Una falena sbatte contro la lampada.
La sera respira debolmente. Una supplica, inascoltata, scompare al crepuscolo
nell’indifferenza del dio. Noi osserviamo da lontano, come
tremano per il dovere e la necessità i successori all’immane trono.

Qui le dinastie si succedono all’infinito. Sud e nord, est,
ovest: serviamo fedelmente. L’arco trionfale ha trafitto le nuvole. Non è
succo di more che ci appiccica le mani. Stringiamo forte gli scudi. In un paese
smembrato la vite aspetta, non potata. Intuiamo solo quanto soffra.

Longobardi, Sciti e signori del Noricum: nel nome di vittorie straniere
abbiamo aperto tesori e crani. Dietro di noi sono rimaste caverne vuote.
Ora riposiamo. La missione è conclusa. Ricominciare è difficile.

Anche la vista ci abbandona. Ciò che possiamo ancora scorgere è
il semplice ordine delle cose. Ma è poco, meno di niente. Nemmeno
i volti distinguiamo, quando il fango ci rimanda le nostra stessa immagine.

 

Mesto in otrok

Noben stok, zares, ni brez namena. Le kadar arhangel
se nam prikaže kot v planini modri svišč, za bežen hip
morda spoznamo, kje stoji izbrana domovina. Ne bo zamrl
tvoj babilonski vrišč. Zato ne spijo pesniki. Naloga

zdaj se jasna zdi: to bo kronika in v njej bolečina.
Velika kot gruda ledenika, ki se topi. In preplavi
nasade maka in vasi, tarče v frizu vitkega portala in
razkošne gube turškega srebra: vsaka solza te poglobi.

Stojiš na skali, ki se ne premakne. Okrog tebe svet se
kruši v prepad. Ti piješ živo vodo. Črpaš jo iz ust
ljudi, ki s tabo dihajo. Zraven so kot dokaz, ko se

zjutraj spet rodiš. Kot tale pesem. Še malo in utišal jo bo
plaz. A tisoč odmevov se namesto nje pognalo bo v zrak.
Ker ljubezen, ki teče ti skoz žile, je seme, cvet in sad..

La città e il ragazzo

Nessun lamento, davvero, è insensato. Solo quando l’arcangelo
ci appare come una genziana blu in montagna, per un fugace istante
forse capiamo dove sta la dimora prescelta. Non si spegnerà
il tuo baccano babelico. Per questo non dormono i poeti. Il compito

ora pare chiaro: sarà una cronaca e in essa un dolore.
Grande come il blocco di un ghiacciaio che si scioglie. E travolge
campi di papaveri e villaggi, bersagli nel fregio di un portale slanciato e
sfarzose pieghe di argento turco: ogni lacrima ti scava più a fondo.

Sei fermo su una roccia che non si sposta. Attorno a te il mondo
precipita nell’abisso. Tu bevi acqua viva. La succhi dalla bocca
delle persone che con te respirano. Sono lì accanto, come una prova,

quando la mattina rinasci. Come questa poesia. Tra poco la valanga
la metterà a tacere. Ma al suo posto migliaia di eco si spargeranno nell’aria.
Perché l’amore, che ti scorre nelle vene, è il seme, il fiore e il frutto.

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