Giorno: 19 febbraio 2019

Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi. (altro…)

Francesca Del Moro, La statura della palma

In copertina: Jara Marzulli, “Fior di pelle” (dettaglio), olio su tela, 80 x 120 cm

Francesca Del Moro, La statura della palma. Canti di martiri antiche, Edizioni Cofine 2019

Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata.
Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge.
Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita.
L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”.
Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
Comune a tutti i canti è una critica al potere patriarcale, non disgiunta – e, assieme alla cornice narrativa ideata da Francesca Del Moro, la visione di Maria, il riferimento bibliografico al Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago è rivelatore – dall’idea di un Padre celeste autoritario e tendente alla scelta di soluzioni sanguinose.
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