Antonella Palermo, La città bucata (rec. L. Manzi)

Di La città bucata, di Antonella Palermo, mi ha molto colpito il rigore compositivo dei testi ridotti alla loro scarna sostanza; tanto da riportarmi alla mente, per esempio, certa poesia di Cattafi o di Sinisgalli. Trovo perciò congruente, nei Ringraziamenti, il richiamo al metodo de «l’attesa, il millimetro, l’essenziale. Lo scarto da lavorare, quello da buttare» che dovrebbero appartenere a chiunque voglia cimentarsi con la scrittura poetica, ma che invece sono impegno sempre più raro in chi preferisce essere vezzeggiato dalla propria enfasi e inautenticità.
Un testo della raccolta che ho trovato emblematico in tal senso è:

Dovemmo rallentare l’auto
su strada interpoderale,
dovemmo immischiarci
a processione in corso
col tabernacolo caldo
sotto il manto dorato.

Lontano, sotto un olmo,
le puttane riavvolgevano la luna
nei collant…

dove sacro e profano, sublime e volgare, leggerezza e grevità si uniscono nel vero poetico e offrono un punto di vista che sollecita, allo stesso tempo, emozione e riflessione, senza voler trasmettere null’altro se non ciò che viene percepito all’istante per poi essere affidato al lettore attraverso subitanee condensazioni e lampi rivelatori.
Antonella Palermo mostra ogni volta situazioni ed elementi immediati, concreti, serrati. Non si arroga il diritto di imprintare le improvvise epifanie con personali convinzioni per inculcarle a chi si addentra nei suoi versi: le consegna all’altro con generosità, quasi fossero pietre miliari lungo un sentiero del tutto ignoto che si inoltra liberamente fino all’orizzonte. È questo il pregio precipuo della sua poesia. I poeti debbono offrire perlopiù prospettive non comuni di accadimenti e situazioni apparentemente ordinari. Consegnare entità largamente significanti. Oggetti simbolici. Correlativi oggettivi. Lasciare che i nessi profondi si rivelino da sé a chi vi si voglia addentrare fino alle radici del senso.
Trovo pure rilevante che il testo di pag. 37 (Facevi la conta, forse…) non scada mai nella banalità di tanta letteratura attualmente in voga, specie in certi blog di stampo mass-mediatico, che sono un disastro epocale.
Ma potrei citare altre, e ancora altre pagine de La città bucata per supportare questo mio convincimento assai positivo sulla poesia della Palermo.

Specchiarono i traffici
i semafori lunghi
l’ingolfo allo stomaco
cerchio rosso a comando
ti ungo i sedili di luci di scena.

Oppure, Eri ostia da incollare in bocca…: «Il faro dal colle risponde/ disabitato e cavo.» O l’intero testo di pag. 42: Due tubi incandescenti di stufa elettrica…, e pag. 50: Chiodi che hanno trafitto olfatti…, e pag. 51: Questa è la terra…, e i versi bodiniani (il magnifico Vittorio Bodini, di La luna dei Borboni, così dimenticato!) di pag. 59: «I fuochisti invidiosi della luna gialla/ assoldarono i venti.// Fu un parto di umori pazzi, di donna/ ubriaca e guaritrice.» E poi le poesie Il calore alla schiena curva, e Ti guardo rivangare il prato. Ovunque, grande raffinatezza espressiva. Si evince dallo stile che l’autore ha fatto un uso appropriato, e con maestria, di vaste e avvertite letture, secondo una scelta accuratamente selettiva fra molteplici orientamenti, anche di carattere extraeuropeo: si ravvisano echi suggestivi della più valida poesia novecentesca, di frequente rimasti ignorati o non decriptati, avvenga ciò per superficialità o indolenza. Scrivere poesia è anche visione, dedizione, esercizio ostinato; spesso non si sa neppure a che fine.
Mi sono avvicinato al libro, come mi capita ormai spesso con la produzione contemporanea, con diffidenza, ma mi sono subito ricreduto. Spero che La città bucata riceva l’attenzione che merita.

© Luigi Manzi

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