Gli esordi di Wisława Szymborska e il dattiloscritto ritrovato (di L. Pompeo)

Nel ’43 una ragazza ventenne di Cracovia, Wisława Szymborska, per i familiari e per gli amici Ichna o Ichniusia, aveva cominciato a lavorare come impiegata alle ferrovie per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania. Aveva cominciato a scrivere poesie, alcune di carattere frivolo e satirico, altre più serie, e alcuni racconti legati al periodo dell’occupazione, come testimoniano le date in calce ad alcune pubblicazioni dell’immediato dopoguerra (tuttavia questi componimenti giovanili comparsi su rivista non vennero mai più riproposti nelle successive raccolte o antologie). Aveva perso il padre nel 1936 (quando Wisława aveva tredici anni) e da allora la famiglia, da una condizione di agiatezza grazie alla quale la futura poetessa aveva potuto trascorrere un’infanzia dorata, passò a una condizione di ristrettezze, che si acuirono durante la guerra. La famiglia si era trasferita a Cracovia nel 1929, quando il padre, venduti due edifici a Toruń, aveva acquistato uno stabile nella centrale Via Radziwiłłowska. Anche se gli scritti di questo periodo non passarono il vaglio degli anni della maturità, durante l’occupazione nella coscienza della giovane poetessa stava accadendo qualcosa di importante: «La guerra accentuò la crisi religiosa che stavo attraversando già da prima. Era inevitabile chiedersi come potesse Dio permettere tutto quello che stava accadendo».[1]
Il giorno 17 di gennaio del 1945 Cracovia venne liberata dalla fulminea avanzata dell’Armata rossa sotto la guida del maresciallo Konev, il quale in soli cinque giorni dall’inizio dell’offensiva (il 12 gennaio) aveva raggiunto e accerchiato la città, che i tedeschi abbandonarono senza combattere. Quella che dal 1939 era stata la capitale del Governatorato Generale (entità che raggruppava quei territori della Polonia che non erano stati direttamente annessi al Reich), veniva smobilitata e abbandonata in fretta e furia. «Era l’unica grande città polacca che non era stata coinvolta nelle vicende belliche e alla quale desideravano recarsi come alla Mecca sia gli artisti che i letterati, nella speranza di incontrarvi gli amici sopravvissuti, qualche lavoretto, le possibilità di pubblicare e qualche modesto onorario. Le città di Varsavia, scientificamente distrutta e spopolata e Leopoli, occupata dai Sovietici, non erano altrettanto invitanti quanto lo era Cracovia. Era qui che vennero riaperti i caffè, le riviste e organizzate le prime serate letterarie».[2] Il punto di incontro di tutti i letterati fu l’Unione degli scrittori polacchi, (Zwiazek Zawodowy Literatow Polskich), riattivato in poco tempo. Come scrive anche Olczyk, «nei primi mesi del 1945 Cracovia divenne l’indubbia capitale della vita letteraria in Polonia».[3]
Subito dopo la liberazione la città aveva fame di eventi culturali e fu subito organizzata una matiné poetica, alla quale accorse anche la Szymborska: «una folla di cittadini gremiva la platea non riscaldata dello Stary Teatr in piazza Szczepański. Tutti i posti, e perfino i passaggi tra un posto e l’altro, erano occupati, e il pubblico si accalcava nel foyer e sulle scale […] Prima Tadeusz Brzeza e Stanislaw Dygat parlarono della vita letteraria a Varsavia durante l’occupazione. Poi lessero le loro poesie Czesław Miłosz, Julian Przyboś, Stanisław Piętak, Adam Ważyk, Jerzy Zagórski, Witold Zechenter. Alcuni attori recitarono le poesie degli assenti Mieczysław Jastruń e Stanisław Jerzy Lec, e anche quelle di Adam Włodek, che non salì sul palco per un attacco di tremarella. […] La Szymborska assisteva a tutto questo timidamente da lontano. Qualche anno dopo avrebbe sposato colui che quel giorno aveva avuto un attacco di tremarella. E mezzo secolo più tardi avrebbe stretto amicizia con Czeslaw Milosz».[4]
Molti anni più tardi, nel 2001, a distanza di 56 anni, così ricordò quell’episodio: «I nomi degli autori in programma non mi dicevano niente. Se qualche idea sulla prosa potevo averla, le mie conoscenze in fatto di poesia equivalevano a zero. Eppure ascoltavo e guardavo. Non tutti erano capaci di leggere, alcuni recitavano in modo insopportabilmente pomposo, altri lo facevano con voce tremante, riuscendo a malapena a tenere i fogli in mano. A un certo momento fu annunciato il nome di Miłosz. Lesse i suoi componimenti con sicurezza e senza eccessi declamatori. Come se pensasse ad alta voce e invitasse il pubblico a prendere parte ai suoi pensieri. “ecco la vera poesia, pensai, e un poeta vero”. Fui certamente ingiusta. Vi erano altri due o tre poeti meritevoli di attenzione. Ma vi sono diversi gradi di eccezionalità- E l’istinto mi suggeriva di tenere d’occhio Miłosz».[5]
Al seguito dell’Armata Rossa era giunto a Cracovia il poeta Adam Ważyk, con l’uniforme da capitano e le opportune deleghe del governo di Lublino (il governo che si era appena formato sotto l’egida dell’Armata rossa e fedele alle direttive di Stalin). Prese personalmente in carico, dalle mani dei soldati sovietici di stanza in città, il casamento di via Krupnicza 22 e lo destinò alle necessità degli scrittori, che da ogni angolo della città avevano cominciato ad arrivare a Cracovia appena liberata e uscita senza gravi danni dalla guerra. Alcuni letterati cracoviani si erano occupati di reperire la sede dove svolgere le riunioni e le attività e dove, nello stesso tempo, gli scrittori avrebbero potuto alloggiare. Fu individuato un condominio requisito agli ebrei dai tedeschi durante gli anni dell’occupazione e utilizzato per dare alloggio ai loro funzionari. L’edificio al numero 22 di via Krupnicza divenne di giorno in giorno uno dei più importanti punti di incontro per gli scrittori di tutto il paese in quei mesi, dal momento che la notizia dell’esistenza di un luogo dove poter contare per un alloggio e per trovare lavoro si andava diffondendo in tutto il paese. Si riuscì a salvare dal saccheggio molte forniture abbandonate dagli occupanti, mobili e altri oggetti che furono riutilizzati dai nuovi proprietari.
Lo stabile di Via Krupnicza era frequentato da tutti i letterati della Polonia del dopoguerra. Tadeusz Różewicz, che si era trasferito a Cracovia nell’immediato dopoguerra per studiare storia dell’arte all’università Jagellonica, vi si trasferì nel 1949, poco dopo aver pubblicato il suo primo tomo di poesie, Niepokój (1947, in it. “inquietudine”) e il suo successivo Czerwona rękawiczka (1948, in it. “il guanto rosso”). Dal momento che era sposato, nel 1950 Różewicz, in cerca di un appartamento più grande dove vivere con la famiglia, si trasferì a Gliwice, dove la moglie aveva trovato un buon lavoro. Il celebre futuro scrittore di fantascienza Stanisław Lem, che da Leopoli si era trasferito a Cracovia nel 1945, frequentò saltuariamente e per un breve periodo le riunioni dell’Unione degli scrittori alla Krupnicza (ma smise quasi subito perché le riteneva insopportabili).
Ważyk dispose anche la pubblicazione di un giornale. Di lì a poco al quotidiano «Dziennik Polski» fu abbinato il supplemento settimanale «Walka», la cui direzione fu affidata al giovane e fervente comunista Adam Włodek. Fu qui che il 14 marzo del 1945 apparve per la prima volta a stampa il nome di Wisława Szymborska. La sua prima poesia pubblicata dalla futura premio Nobel fu Szukam słowa (in it. “Cerco le parole”), in una versione rimaneggiata, ridotta alla metà della versione originale[6] e privata del titolo originale. La poetessa stessa raccontò successivamente del giorno in cui, all’età di ventidue anni, si fece coraggio e bussò alla porta della rivista per proporre alcune sue poesie. Se non ne avessero pubblicata nemmeno una – dichiarò molti anni dopo – probabilmente avrebbe smesso di scrivere. Quella fu anche il primo contatto tra l’autrice e il suo futuro marito.
Quando «Walka» smise di uscire (luglio 1945) i giovani poeti riuniti intorno a Włodek cominciarono a pubblicare sul quindicinale «Świetlica Krakowska». La Szymboska venne assunta come segretaria di redazione e su quella rivista pubblicò anche diverse poesie e minirecensioni teatrali. Nel frattempo si iscrisse all’Università Jagellonica, studiando per un anno polonistica e poi per due anni sociologia.
Wisława lasciò la casa di famiglia di via Radziwillowska nell’aprile del 1948, dopo essersi sposata con Adam Włodek. Si trasferì nella stanza del marito, nel sottotetto della seconda ala dell’edificio di via Krupnicza 22, che ospitava i cosidetti “alloggi per letterati”. A quello stesso anno risale un episodio importante nella biografia intellettuale della poetessa: sul «Dziennik literacki» apparve la poesia Niedziela w szkole (in it. “La domenica a scuola”) e alla redazione della rivista giunse una lettera di una insegnante (firmata da tutti gli alunni) nella quale veniva criticato il componimento, considerato troppo oscuro e intellettualistico (nella lettera si consigliava fortemente all’autrice e ad altri poeti polacchi di seguire l’esempio di Majakovskij). Forse anche a seguito di questo episodio, la Szymborska per un paio di anni smise di pubblicare poesie (non sappiamo se ne scrisse in quel periodo), anche se più tardi lei stessa giudicò quella poesia pretenziosa e manierata.
Andrzej Klominek, amico dei Włodek, li frequentava spesso in quegli anni. Così ricorda quegli incontri: «Da Adam e Wisława si andava inizialmente in venerdì sera Niente eccessi bohémien, in genere c’era soltanto il tè. Malgrado ciò gli ospiti si trattenevano a lungo, per ore e ore, tanto che alla fine quelle invasioni notturne cominciarono a pesare, e i padroni di casa spostarono il joure fixe alla domenica mattina: l’invito era per mezzogiorno e si sapeva che alle due uscivano per il pranzo domenicale.»[7]
Al 1950 risale l’iscrizione al Partito comunista di Wisława e Adam. «Pubblicavano nelle stesse riviste, a volte le loro opere si trovavano l’una accanto all’altra nella stessa pagina»[8] scrive Anna Zarzycka citando le poesie di entrambi ispirate a una comune spedizione sul campo nel cantiere di Nowa Huta. L’anno precedente, il 1949, si era svolto a Stettino il Primo congresso dei letterati nel quale era stata proclamata ufficialmente la dottrina del Realismo socialista, che divenne da quel momento vigente anche in Polonia. In questi anni la poetessa si adeguò a quei dettami: partecipava a serate d’autore nelle fabbriche, pubblicava poesie (che successivamente rinnegò) in linea con le direttive del Partito.
In quello stesso anno, il 1950, in un modulo dell’Unione degli scrittori da lei firmato dichiarava di stare lavorando a una raccolta dal titolo Szycie sztandaru (in it: cucire la bandiera) su tematiche di guerra e contemporanee (con quel modulo si stava candidando per entrare nell’Unione).
All’inizio del 1951 fu fondata a Cracovia una nuova rivista, «Życie literackie». Henryk Markiewicz, il primo caporedattore, si ricordava della Szymborska, allora collaboratrice alle prime armi «Non avevo molto a che fare con lei, perché a quel tempo eseguiva solo piccoli compiti redazionali».[9] Il primo numero della nuova rivista però conteneva già una sua poesia. Sempre in quell’anno, in un’intervista comparsa sul «Echo Krakowa» dichiarava: «Ho scritto versi, scrivo versi e ho intenzione di scrivere versi».[10]
Il suo libro d’esordio Per questo viviamo vide la luce nel 1952, in pieno stalinismo, del tutto in linea con lo spirito e con le direttive realsocialiste (grazie a questa pubblicazione era stata accolta nell’Unione degli scrittori).
Quando, nel gennaio del 1953, Adam Włodek passò a lavorare per la casa editrice Wydawnictwo Literackie, la moglie gli succedette all’interno della rivista «Życie literackie» come direttrice della sezione di poesia. Anche nella seconda raccolta, Domande poste a me stessa, edita nel 1954, non mancavano i componimenti programmaticamente ideologici, come A chi entra nel partito; tuttavia alcune poesie, soprattutto quelle d’amore, sono state ristampate nelle successive raccolte antologiche curate dalla stessa autrice.
Ma come ci racconta Pietro Marchesani, suo traduttore in Italiano: «In realtà le due raccolte “sociorealiste” non erano le prime di W.S. Le aveva precedute quella “Raccolta non pubblicata” che comprendeva le poesie da lei scritte tra il 1945 e il 1949 e che non poté essere stampata allora perché incompatibile con il nuovo clima ideologico e politico creato dal Congresso degli Scrittori di Stettino del 1949».[11]
Di questa prima “raccolta non pubblicata” esiste però un dattiloscritto ritrovato tra le carte della poetessa dopo la sua scomparsa, sulla base del quale è stata realizzata una recente edizione, alla quale è stato dato il titolo Czarna piosenka (in it: “La canzone nera”), uscita nel 2014 a Cracovia. Ne fanno parte 35 liriche già pubblicate su riviste tra il 1945 e il 1948, riproposte con alcune correzioni. Marchesani spiega: «Stando a quanto scrive nei suoi ricordi (1970) Adam Włodek, allora redattore di “Walka” e, dal 1948 al 1952 marito della poetessa, fra i testi rimasti manoscritti e testi pubblicati, la produzione iniziale della Szymborska ammontava a oltre trenta poesie che potevano e avrebbero dovuto comporre uno dei più interessanti debutti in volume dell’immediato dopoguerra. Il titolo scelto per questa raccolta – che costituisce, ancorché in gran parte inedita, il vero debutto letterario di W. S. – era Wiersze (Poesie)».[12] Di queste 35, solo tre sono state quelle ristampate con il consenso dell’autrice (inizialmente furono cinque quelle riproposte dopo il 1956, successivamente il numero si ridusse ulteriormente a tre) e sono Un tempo sapevamo il mondo a menadito…:

Un tempo sapevamo il mondo a menadito:
– era così piccolo da stare tra due mani,
così facile che per descriverlo bastava un sorriso,
semplice come l’eco di antiche verità nella preghiera.

La storia non accoglieva con squilli di fanfara:
ha gettato negli occhi sabbia sporca.
Davanti a noi strade lontane e cieche,
pozzi avvelenati, pane amaro.

Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo,
– è così grande da stare tra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l’eco di antiche verità nella preghiera.

Uscita dal cinema:

Luccicavano i sogni sulla tela bianca.
Due ore di scaglie lunari.
C’era l’amore su una triste melodia,
c’era il ritorno felice dal vagare.

Il mondo dopo una fiaba e bruma.
Con visi e ruoli incolti.
La ragazza le sue pene intona
e il soldato quelle del partigiano.

Torno a voi, nel mondo vero,
colmo di fato, fitto e fosco –
ragazzo monco sotto il portone,
ragazza dagli occhi vani.

e infine Canzone nera:

Un sassofonista languido, un sassofonista burlone
ha un suo sistema del mondo, non gli occorrono parole.
Il futuro – chi mai potrà indovinarlo? Certo del passato? Chi mai lo è?
Socchiudere i pensieri e suonare una canzone nera.
Si balla guancia a guancia, è caduto qualcuno,
A tempo, sbattendo sul parquet. Lo scansavano al ritmo.
Non vedeva le ginocchia su di sé, pallido albeggiare di palpebre.
Sottratte alla pressione del chiasso, degli strani colori della notte.

Niente drammi. È vivo. Forse ha bevuto troppo
e il sangue sulla tempia è rossetto? Qui non è successo nulla.
Non è che steso a terra. Da solo è caduto e da solo si alzerà,
è già sopravvissuto a questa guerra. Si balla nella dolce calca,
afa e freddo mescolati nei ventilatori.
Guaiva il sassofonista al lampione rosato.[13]

Wisława divorziò da Adam nel 1954. «Siamo stati marito e moglie per sei anni scarsi, dal 1948 al 1954 e ci siamo separati di comune accordo. Anzi, dirò di più, ci siamo separati in amicizia»,[14] dichiarò la poetessa. Dopo il divorzio Wisława rimase nella stanza di Via Krupnicza, mentre Adam si trasferì. Tuttavia anche dopo la fine del loro matrimonio, l’amicizia, la stima e un importante rapporto intellettuale li legarono fino alla morte di Adam, tanto che Wisława, prima di dare alle stampe le sue poesie, era solita sottoporgliele («io non mostravo mai a nessuno le mie poesie, non mi consultavo con nessuno, con un’unica eccezione: Adam Włodek. Lui era sempre il loro primo e attento lettore»[15] – dichiarò la Szymborska).
Il dattiloscritto dell’esordio “mancato”, ritrovato e pubblicato nel 2014, era stato inviato da Adam Włodek, accompagnato da un biglietto del medesimo datato a marzo del 1970. In questa lettera si proponeva all’autrice un’edizione delle poesie giovanili in occasione del venticinquesimo anniversario del suo debutto. Non conosciamo esattamente la data del dattiloscritto. Sappiamo per certo che Adam aveva avuto per le mani le prime versioni delle poesie della Szymborska, la quale era solita rivolgersi a lui prima di farle pubblicare. Sappiamo inoltre che la poetessa non aveva l’abitudine di conservare i manoscritti con le varianti delle poesie poi effettivamente pubblicate.
Nel dattiloscritto in questione compaiono per lo più poesie edite su riviste, anche se in versioni che a volte si differenziano (varianti) rispetto a quelle pubblicate dall’autrice tra il 1945 e il 1948 (quindi precedenti all’iscrizione al Partito comunista polacco) e che comunque furono espunte (con l’eccezione delle tre poesie che abbiamo citato) dalle successive antologie. Ne fanno parte anche tre liriche manoscritte e quattro dattiloscritte del tutto inedite.
Nelle prime righe del dattiloscritto è spiegato che erano parte di una raccolta non pubblicata alla quale però l’autrice (probabilmente insieme all’ex-marito) aveva lavorato in quegli anni. La biografa della poetessa, Joanna Szczęsna, ne deduce il fatto che Adam Włodek avesse avuto, a suo tempo, libero accesso sia ai manoscritti della poetessa, sia al cestino dove finivano le varianti poi scartate delle poesie che comunque l’autrice avrebbe poi successivamente rinnegato.
Considerando l’esigua produzione della poetessa premio Nobel, la pubblicazione del dattiloscritto apre una interessante finestra sul lavoro dell’autrice sui propri testi (ma sostanzialmente non cambia nulla nella valutazione complessiva della sua opera). Vi sono alcune differenze rilevanti tra queste e le versioni pubblicate in quegli anni, alcune strofe soppresse. In altri casi si notano assonanze, temi, passaggi che richiamano componimenti successivi, quelli della fase più matura. Anche dal punto di vista dello stile, sono evidenti i segni di quella che sarà la sua produzione successiva. Se da una parte questo è innegabile, è altrettanto vero che si tratta di componimenti per lo più acerbi, a tratti pretenziosi e manierati (è la stessa autrice a dichiararlo), anche se non sono di aperta propaganda, come lo furono parte di quelli contenuti nella raccolta di esordio del 1952. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se la raccolta fosse stata pubblicata nel 1950, ma se non vide la luce allora è perché i tempi non erano maturi.
Qualche mese dopo il celebre discorso segreto di Nikita Chruščëv al XX congresso del PCUS (febbraio 1956) nel quale venne denunciato il “culto della personalità” di Stalin, la Szymborska pubblica sulla rivista «Przegląd Kulturalny» la poesia Riabilitazione, nella quale fa i conti con il proprio passato:

È tempo di prendersi la testa fra le mani
e dirle: Povero Yorick, dov’è la tua ignoranza,
la tua cieca fiducia, l’innocenza,
il tuo s’aggiusterà, l’equilibrio di spirito
tra la verità verificata e quella no?

Li credevo traditori, indegni dei nomi,
poiché l’erbaccia irride i loro tumuli ignoti
e i corvi fanno il verso, e il nevischio schernisce
– e invece, Yorick, erano falsi testimoni.

L’eternità dei morti dura
finché con la memoria viene pagata.
Valuta instabile. Non passa ora
che qualcuno non l’abbia perduta.

Oggi in materia sono più colta:
essa può essere concessa e poi tolta.
Chi traditore fu chiamato – questi
insieme al nome sia dannato.[16]

Questa poesia, forse una delle più tragiche fra tutte quelle scritte dalla Szymborska, poiché, come giustamente notano le biografe Anna Bikont e Joanna Szczęsna: «la durezza del suo messaggio non è mitigata da nessuna arguzia, scherzo o ironia»,[17] venne riproposta nella raccolta del 1957 Appello allo Yeti, che rappresenta una svolta nella biografia intellettuale della poetessa, che per la prima volta fece i conti con lo stalinismo e con la cieca fede nel comunismo sovietico degli anni della sua gioventù.
In autunno dello stesso anno la poetessa partì per Parigi con una borsa di studio insieme ai colleghi scrittori Sławomir Mrożek e Tadeusz Nowak. Sempre nel 1957, Adam Włodek, quando venne chiusa «Po prostu», la rivista che aveva preparato il terreno per “l’ottobre polacco” (ovvero il terremoto politico che segnò la fine dello stalinismo in Polonia e l’inizio della stagione del “disgelo” a seguito di manifestazioni spontanee a Poznań represse ferocemente dall’esercito), uscì dal partito, ma la ex-moglie non ne seguì subito le orme (uscirà dal partito nel 1966).
Già nell’inverno del 1955 la rivista «Życie literackie», nella quale Wisława lavorava, aveva pubblicato le poesie di alcuni giovani poeti. Grazie all’intelligenza di un critico come Artur Sandauer (la Szymborska non volle prendersi il merito di una scelta così importante) poterono debuttare quelli che successivamente sarebbero diventati i protagonisti della scena letteraria polacca del dopoguerra: Zbigniew Herbert, Miron Białoszewski e Jerzy Harasymowicz.
Bisognerebbe capire il motivo che spinse una giovane poetessa, che aveva già manifestato i segni del suo talento, ad abdicare in favore di una poesia di propaganda, del tutto estranea alla sua vera natura, quale si manifestò compiutamente solo dopo il ’56. Molto spesso nelle interviste successive al premio Nobel le è stata posta questa domanda alla quale, molto candidamente, ha risposto che lo aveva fatto perché in quegli anni ciò rispondeva alle sue più intime convinzioni.

© Lorenzo Pompeo

 

[1] In: Anna Bikont, Joanna Szczęsna, Ciafrusaglie del passato. Vita di Wisława Szymborska, Adelphi, Milano 2015, pp. 65-66.
[2] Da Jacek Olczyk, Życie literackie w Krakowie, Cracovia 2016, pp. 335-336.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem, p. 67.
[5] Ibidem, p. 333. Originariamente apparso su «Gazeta Wyborcza», 30 giugno-primo luglio 2001. Nel supplemento in occasione del novantesimo compleanno di Czesław Miłosz.
[6] Si veda l’introduzione di Joanna Szczęsna a: Wisława Szymborska, Czarna Piosenka, Znak, Cracovia 2014, p. 6.
[7] Ibidem, p. 85.
[8] Ibidem, p. 90.
[9] Ibidem, p. 72.
[10] Da: Joanna Szczęsna, Pisałam wiersze, piszę wiersze i mam zamiar pisać wiersze, da: Wisława Szymborska, Czarna Piosenka, Znak, Cracovia 2014, p. 11.
[11] Introduzione di Pietro Marchesani a: Wisława Szymborska, Opere, Adelphi, Milano 2008, p. XIV.
[12] Ibidem, p. XV.
[13] Traduzione di Pietro Marchesani, in: Wisława Szymborska, Opere, Adelphi, Milano 2008, pp. 6-12.
[14] Ibidem, p. 95.
[15] Ibidem.
[16] Ibidem, p. 99-100.
[17] Ibidem, p. 100.

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