Claudia Zironi, Variazioni sul tema del tempo (rec. di G. Martella)

Claudia Zironi
Variazioni sul tema del tempo
Collana Versante Ripido, n. 2, 2018

Recensione di Giuseppe Martella

Ha ragione Paolo Polvani quando osserva, nella sua postfazione al volume, che in questa indagine sulle variazioni del tempo una presenza rilevante tocca anche allo spazio. Lo spazio come fondale delle vicende temporali vissute, pensate, evocate. Ha ragione, ma c’è di più, poiché qui si tratta anzitutto di una spazializzazione del tempo, intesa in molti modi. Quello della lingua, anzitutto, che cerca di ridurlo ai propri rapporti interni (o logoi), di ricondurre cioè l’intrattabile flusso dell’esperienza singolare a certe aree semantiche e concatenazioni logico-sintattiche, per trasformarlo infine in un “racconto” condivisibile (Ricoeur). Quello del linguaggio poetico in particolare che, a partire dalla spaziatura grafica del testo sulla pagina, cerca di cogliere, nella misura del verso, la specifica curvatura del tempo nell’evento ricreato, per tradurre l’ineffabile singolarità di ogni vissuto agli scarti meditati dell’idioletto poetico. C’è poi il tempo della psiche, certo, che lo vive come scenario di vette, spianate e precipizi, sentimenti di euforia, quiete o angoscia. E quello della storia, che si dispiega in mappe e racconti, lasciando però fuori campo (e per lo sguardo degli angeli) una scia di rovine. Infine c’è il tempo della fisica, che tenta di ridurlo a curve di probabilità, equazioni differenziali, calcolo statistico, per non dover soccombere alla vertigine delle galassie in espansione, all’attrazione fatale della materia oscura che spegne la luce o ai paradossi temporali del big bang.
Quello della “luce” che tenta disperatamente di emergere dall’orizzonte profondo degli eventi per svelare volti e profili, corpi e ombre, realtà e chimere, costituisce uno dei temi portanti di questa raccolta e un tratto decisivo della sua Stimmung. Volti e profili, immagini e corpi, anche solo desiderati o costruiti per ipotesi, more geometrico, come per obbedire a una sorta di progetto ontologico – una sintesi a priori della pulsione e del logos, quella fusione di pensiero e sentimento che T.S. Eliot attribuiva ai “poeti metafisici” inglesi del Seicento (che erano ancora in grado di «sentire il loro pensiero come il profumo di una rosa»), ma naturalmente trasposta ai giorni nostri e nel nostro linguaggio usurato (inflazionato, profanato), nelle nostre sfinite grammatiche della creazione, nelle nostre rime che non tengono, sfiancate dalla pletora di echi ingombranti che costituiscono lo stigma di ogni epigonismo, l’impronta dell’eccesso di storia nel linguaggio. Si tratta dunque di un’impresa ardita e oggi più che mai improbabile, quella di «rinnovare il dialetto della tribù», di ricostruire una sorta di Ursprache in grado di far scaturire (ora, ancora, sempre) il Logos dall’Eros. Per cui leggiamo: «Cosa potevamo fare/ quando fummo sete consumata/ lasciammo esauste/ gocciolare le parole/ l’impossibile, nel buio, la dimora/ di come fusi in una razza/ estinti di carezze/ senza poterci toccare./ inventammo/ per amarci, il pensiero.»
I versi brevi, rotti, ineguali, le rime imperfette, la domanda retorica protratta, rendono anche a livello strutturale la natura ambigua dell’Eros, figlio di Poros e Penia, dell’abbondanza e della povertà, (Platone: Simposio), quella carenza costitutiva che lo spinge alla ricerca del rapporto con l’Altro e dunque al miracolo della creazione di un cosmo e dell’invenzione di un logos. Questo è solo un esempio che può dare l’idea dell’impianto di questo discorso poetico, della dimensione cosmo-logica in cui si muove e in cui ci invita a recepirlo. Un discorso svolto con coerenza da una sezione all’altra e che culmina felicemente, mi pare, nell’ultima sezione Diacronie, dove l’allocuzione del sottotitolo ricapitola per noi l’intero piano della silloge: «Attraverso il tempo: progetterò per te un campato senso». Per te «hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère» (Baudelaire).
E sì, credo che tutto sommato possiamo dar credito a questo io poetico che, muovendosi sul terreno infido di un linguaggio sfibrato dal tempo, pare pecchi di inaudita presunzione nel voler aggiungere ulteriori “variazioni” su un tema così arduo e frequentato. Sì, credo che possiamo rispondere con un assenso a quella sua finale interpellanza che riassume la preghiera e la promessa implicite in ciascun singolo verso: «Non vi stupisca che egli abbia una lingua/ Solo sua, che gli scorre dentro. Una lingua nuovissima./ Che non intenderete. Non vi arrendete/ Perché Lui/ Saprà cantarvi.» Saprà cioè tenere fede all’impegno sovrano del poeta, che è quello di tenere aperto il tempo del possibile anche quando «Il verso si accorcia/ si sperdono le parole» e sembrano dissolversi in «un’infinità di suoni solo pensati/ nella lingua di Dio.»
Ben si comprende allora, in questa chiusa, che la tensione di fondo, il corpo a corpo nella raccolta, è quello fra tempo e linguaggio poetico, con l’implicita scommessa che alla misura del verso possa corrispondere se non quella del mondo, almeno quella di una effimera preziosa esperienza individuale. Così anche il cerchio si chiude e dalla fine veniamo restituiti all’esergo iniziale del testo come metafora dell’apertura di un mondo, di quella luce che scaturisce talvolta improvvisa nelle nostre peregrinazioni, esodi, viaggi di scoperta: «alcuni, certi, si erano messi nelle mani/ aperti a cogliere respiri. Alcuni piansero/ altri se ne andarono per la lunga strada/ loro che risplendette,/ all’improvviso.» Si tratta di viaggi, città, luoghi condivisi forse solo in sogno, perché proprio quello del sogno è un altro topos dominante nelle varie sezioni della raccolta. Anzi l’indistinzione, quasi la connivenza fra sogno e realtà, è in particolare il tema caratteristico della prima sezione (intitolata appunto Ucronie) che dà il ‘la’ all’intera ricerca, a queste variazioni fenomenologico-musicali (tra Husserl e Bach), sul tempo che si svolge e si ripiega in mille guise. Questo ritmo di contrazione e dilatazione che è poi anche quello della mente inquieta dell’io poetico, in quella sintesi di passione e sentimento che già caratterizzava in modi diversi le raccolte precedenti di Claudia Zironi, a riprova della coerenza complessiva della sua ricerca, e che ci suggerisce di collocare il suo testo (per poterlo meglio comprendere) nell’orizzonte della “poesia metafisica” inglese del Seicento, a partire soprattutto dall’opera di John Donne, di cui lei ci offre ora una riattualizzazione tempestiva e originale.
Oltre al dialogo serrato fra eros, religione e scienza, che si traduce nella creazione di metafore estese e arditissime, un tratto saliente della poesia di Donne è l’uso dell’allocuzione perentoria, sfrontata, all’ascoltatore-amante, a una seconda persona che diventa il perno del discorso, scalzando la Terza Persona (la donna idealizzata della tradizione petrarchesca) dal centro vitale dei componimenti ed effettuando così nel canone della lirica europea una rivoluzione copernicana pari a quella che si è verificata nell’ambito della scienza fra Cinque e Seicento. Si tratta qui dunque di una poesia del pensiero ma non nel senso neo-orfico e vaticinante messo in voga da Heidegger, quanto piuttosto in uno stile squisitamente dialettico, spudoratamente vicino al “lavoro del concetto” di hegeliana memoria. È in quest’orizzonte poetico e retorico che si può afferrare appieno il senso e la portata dell’operazione di Claudia Zironi.
Della allocuzione perentoria, di cui dicevamo, della franchezza nel rivolgersi al lettore-amante, in cui si fondono la violenza della richiesta e il candore della confessione, Zironi ci offre infatti diversi esempi, di cui quello per noi ora più probante è il «Per dio, Amami! Adesso», posto in esergo alla sezione Sincronie e poi ricorrente all’interno di una delle sue liriche. Per questa frase, Zironi fa esplicito riferimento al poeta argentino contemporaneo Jorge Aulicino. Ma a mio parere l’eco qui di gran lunga più rilevante è quella del verso iniziale di una delle poesie più famose di John Donne, The Canonization: «Per amor di Dio fai silenzio, e lasciati amare/ […] costruiremo in sonetti graziose stanze/ […] e per questi inni, tutti ci riconosceranno/ canonizzati per amore.»
Ecco l’intera lirica di Zironi: «non ti offrirò alle labbra il seno/ io sarò gelida/ e questo sarà/ presto./ Quel poeta direbbe: per dio, Amami!/adesso.» Il cui senso si svela compiutamente proprio nel dialogo a distanza (più o meno intenzionale) che ella instaura con la suddetta poesia di Donne e con un’altra ben nota di Andrew Marvell: To his Coy Mistress (Alla sua ritrosa amante), dove ricorre esplicitamente il tema del tempo: «Avessimo solo abbastanza tempo e mondo/ questa ritrosia, mia signora, non sarebbe un crimine/ […] Ma alle mie spalle sempre avverto/ approssimarsi l’alato carro del tempo.» E che si conclude col classico invito finale al carpe diem: «Godiamo adesso finché ci è concesso.» Ora sta nell’eco di queste due apostrofi e nella congiunzione di questi due topoi classici (il prevalere dell’atto sulla parola e il carpe diem) che si può apprezzare appieno la rilevanza dell’intera operazione di Zironi, all’incrocio delle variazioni sul tempo, sull’eros e sul linguaggio poetico. E che si può cogliere infine tutta la pregnanza del rovesciamento di genere nella sollecitazione amorosa (ironicamente corredata) dei due grandi poeti metafisici inglesi.

© Giuseppe Martella

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