Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca.

Nel “cosmo poetico” di Luigi Di Ruscio, come giustamente lo definisce Raffaeli, siamo tutti richiamati. Chiamati da Di Ruscio il comunista («In questa strada ho cercato le prime parole / visto l’elmetto tedesco e gli scoppi delle bombe […] e l’oscura fede che si faceva materiale / al fischio clandestino di bandiera rossa»); Di Ruscio che una fede ce l’ha, di fronte a quel verbo, “empire”, tanto ricorrentemente utilizzato a specchio della necessità della scrittura. Ecco, “l’oscura fede che si faceva materiale”: il poeta porta Dio ai conti con la materia, lo chiama al livello della macchina («il Dio che è nelle nostre mani / il Dio fresato e saldato ogni giorno»; oppure: «il riposo sia ancora per Dio / e questo inferno per noi»; o ancora: «mio padre era muratore / e quando vedo i muri delle chiese / non penso a Dio / ma ai muratori e a mio padre»).
La mia mente adesso corre liberamente a un altro nostro importante poeta, che gli somiglia e che amiamo, a Fabio Franzin. Sapendo che l’oggettività negata da Fortini in quell’articolo del 1962 può invece affermarsi, ognuno può essere partecipe della poesia. Com’è in questo caso, e con una vena d’ironia, tra gli ultimi versi di Di Ruscio, tratti da L’iddio ridente, del 2008:

con la poesia non ho mai guadagnato una lira
la poesia del sottoscritto
è un gesto gratuito e disinteressato
a disposizione di tutti gli uomini
comprese le donne amorose
preferendo le donne grasse che sono più allegre
meno lugubri meno disperate delle secche
dovendo attraversare
la vita ridendo.

 

© Cristiano Poletti

2 comments

  1. Encomiabile la segnalazione della produzione poetica di Luigi Di Ruscio. Autentica e genuina la sua vena e la sua non estetica della solidità. Sostanzialmente concordo con l’affermazione di Massimo Cacciari quando afferma che la poesia,in quanto tale, debba mostrare “l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso.”
    Nel contempo questa considerazione potrebbe prestarsi a deformazioni subdole e nocive, a non autentiche interpretazioni, a mutazioni del senso e del significato vero della poesia: la legittimazione del criptico, del significato astruso, oscuro sempre e comunque. Da filologica decodifica del senso assoluto, midollare potremmo dire, della parola impiegata in poesia il rischio è far diventare tale certezza una forma apologetica del non senso quando il non senso non è voluta cifra espressiva considerata tale ma esito maldestro nel tentativo di aggirare la boa contro la quale si incaglia la nave della banalità poetica o presunta tale.

    Mi piace

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